Saint Omer. Un film di Alice Diop. 79° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Concorso.

Dopo alcuni documentari circolati in numerosi festival quali La mort de Danton (2010), La Permanence (2016) e il pluripremiato Nous (2021), la regista francese di origini senegalesi Alice Diop ha presentato alla 79a Mostra di Venezia il suo primo lungometraggio a soggetto nel cui titolo si rinvia alla cittadina dove si svolge la maggior parte del film, Saint Omer. Il direttore Alberto Barbera ha asserito d’aver provato un vero “colpo di fulmine” scoprendo Saint Omer durante i lavori di selezione per la Mostra e si tratta in effetti di un’opera davvero particolare. Si potrebbe dire che Diop porta in una cornice di finzione alcune forme più consuete del cinema documentario, ed è certamente così, ma il testo filmico che l’autrice costruisce dalla prima all’ultima inquadratura meriterebbe un’analisi ben più approfondita e più visioni del film testo.

Nelle prime sequenze, la protagonista Rama viene introdotta attraverso una serie di tessere che compongono un puzzle non privo di alcune ambivalenze. All’inizio si vede una donna africana con una bambina che potrebbe essere sua madre con lei piccola (ma anche prefigurare un’altra coppia di personaggi del film). Poi il suo compagno la sveglia perché sta urlando “mamma” nel sonno. Seguono l’inizio di una sua lezione universitaria – nell’ambito di un corso in cui si propone di esplorare, partendo da Hiroshima mon amour di Marguerite Duras, i modi di sublimazione letteraria del reale – e un pranzo di famiglia dove lei e il suo compagno dovrebbero forse annunciare qualcosa (scopriremo più avanti che Rama è incinta) ma lei non riesce più a parlare da tempo, si intuisce, con la madre malata e scostante; un home movie di un lontano Natale scorre sul divano, rinviando ad analoghi filmati presenti in Nous . In un brevissimo flashback Rama ragazzina, con i jeans bianchi macchiati di sangue, patisce una rabbiosa reazione materna, indice di una relazione irrisolta tra loro e con la femminilità. 

In pochi minuti, e in modo non banale, Diop riesce così a fornirci gli elementi essenziali della vita della protagonista, scrittrice e ricercatrice, e a mostrarci le peculiarità linguistiche e le diverse schegge temporali che fanno da cornice a un racconto che in Saint Omer, dopo questo prologo, si trasferisce presto in un’aula di tribunale. Buona parte del film rimette infatti in scena il vero processo a una donna che alcuni anni fa è stata accusata di avere provocato la morte della sua figlioletta di quindici mesi. La regista ha dichiarato di avere visto su un giornale la foto ritraente questa madre in transito da una stazione parigina, ricercata dalle forze dell’ordine, e di avere capito che doveva essere una donna senegalese ancor prima che questa fosse effettivamente identificata e incriminata per infanticidio. Lei stessa è andata ad assistere al processo, come fa il personaggio di Rama che possiamo quindi considerare un suo doppio. Collaborando alla sceneggiatura con la scrittrice franco-senegalese Marie Ndiaye e la montatrice Amrita David, ha poi saputo a restituire nel film tutta l’intensità delle parole pronunciate di fronte alla corte e delle emozioni provate in aula dalla sua alter-ego con una messa in scena scabra ed essenziale.

Anche in questo suo nucleo centrale, Saint Omer non va però considerato un esercizio di teatro filmato. Malgrado alcune lunghe sequenze a camera fissa, con inquadrature perfettamente composte dove l’imputata Laurence è vestita d’un colore simile alla parete che ha alle spalle e ne sembra quasi inghiottita, Diop ripropone un dispositivo già usato nel pranzo di famiglia iniziale, dove Rama e il suo compagno sono ripresi, a disagio, in controcampo rispetto ai dialoghi con e tra i loro famigliari. Analogamente, nel processo, la macchina da presa indugia sulla protagonista commossa e turbata per il dibattimento cui sta assistendo, lasciando a tratti fuori campo la voce di chi parla. Di testimone in testimone si accumulano le analogie tra la sua vita e quella di Laurence, cui si aggiunge l’incontro della scrittrice con la madre di quest’ultima, anch’essa poco affettuosa e interessata solo ai successi della figlia emigrata in Francia. Ma Laurence, inizialmente studentessa di Legge, ha scelto di passare a Filosofia ed è finita fuori corso nella ricerca dolorosa e vana di una nuova cittadinanza nella lingua e nella cultura del suo paese di approdo, tagliando così fatalmente i ponti con quelle del suo paese dove è ormai apostrofata come “toubab”, una persona occidentalizzata che ha tradito le proprie radici. Dilaniata da questo conflitto insanabile, Laurence ha messo al mondo una bambina nascondendone l’esistenza a tutti tranne che al compagno, uomo maturo e timoroso di informare l’ex-moglie e la prima figlia della sua relazione con una giovane senegalese, fino all’epilogo tragico di questa storia d’invisibilizzazione e diniego.

Con grande padronanza dei suoi mezzi, la complicità di Claire Mathon (fotografa di Céline Sciamma, Alain Guiraudie, Maïwenn etc.) e un uso accorto di effetti sonori che rimarcano l’angoscia della protagonista, Alice Diop intesse dunque una trama di rimandi tra le vite delle due donne riuscendo a non riflettere su di un singolo caso ma a offrirci una decostruzione di tanti luoghi comuni sulla maternità e l’integrazione. In questo percorso sono fondamentali le interpretazioni di Kayije Kagame (Rama), artista e performer al primo ruolo cinematografico, e di Guslagie Malanda (Laurence), che si era fatta notare come debuttante in Mon amie Victoria (2014) di Jean-Paul Civeyrac ed è qui davvero magistrale.

Il cocente nucleo concettuale del film è infine risolto cinematograficamente con un estratto dalla Medea (1969) di Pasolini che la protagonista rivede per meditare, a partire dal mito classico, sulla difficoltà di conciliare più culture e sulla violenza che deriva dal loro collidere; sull’estraneità di chi si trova a vivere simili conflitti sotto lo sguardo di istituzioni quali l’università o il tribunale (e talvolta si rivela più impietosa la prima del secondo). Il finale può dirsi aperto, almeno per Rama e la creatura che farà nascere, ma ciò che resta è la consapevolezza che certe grida di dolore rimangono spesso inascoltate, confinate all’ambito della patologia (in una certa parte di mondo) o della stregoneria (in un’altra) insieme ad altri rimossi coloniali e culturali.

TRAMA

La scrittrice Rama, di nascita francese e di origini senegalesi, si reca nella cittadina di Saint Omer per seguire un processo che la interessa in modo particolare: l’imputata è una donna, Laurence, nata in Senegal ma venuta in Francia per completare i suoi studi e ora accusata di avere ucciso la figlia abbandonandola su una spiaggia prima del salire dell’alta marea. Lei stessa dice di non saper comprendere fino in fondo il perché del suo gesto e che forse il processo l’aiuterà a spiegarlo.

CREDITI
Regia: Alice Diop / Sceneggiatura: Alice Diop, Amrita David, Marie Ndiaye / Montaggio: Amrita David / Fotografia: Claire Mathon / Scenografia: Anna Le Mouel / Costumi: Annie Melza Tiburce / Musica: / Interpreti: Kayije Kagame, Guslagie Malanga, Fatih Sahin, Berkay Akinci, Salih Sigirci / Paese, anno: Francia, 2022 / Produzione: Srab Films, Arte France Cinéma, Pictanovo Hauts-De-France / Distribuzione: Minerva Pictures / Durata: 122 minuti

SUL WEB

Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito

La filmografia di Alice Diop 

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