White Noise/Rumore bianco. Un film di Noam Baumbach. 79° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Concorso.

Non è certamente un caso che altri due romanzi di Don DeLillo stiano transitando dalla pagina allo schermo in una stagione di profonda crisi eco-sociale quale quella che il mondo vive in seguito alla pandemia planetaria e alle altre drammatiche vicende dell’ultimo triennio. È difatti in corso di realizzazione una serie (prodotta anche dall’attore Paul Giamatti per la piattaforma Spectrum Originals) ispirata a Libra (1988) – dove DeLillo ricostruiva il dietro le quinte dell’assassinio del Presidente Kennedy – mentre per la sua versione di Rumore bianco (1985) Noam Baumbach ha ritrovato il sostegno produttivo di Netflix, tre anni dopo Marriage Story (2019).

Dal joyciano Cosmopolis (2003), portato al cinema da David Cronenberg nell’omonimo film del 2012 , a Body Art (2001) trasposto da Benoît Jacquot in À jamais (2016), ogni adattamento cinematografico di uno scrittore che ha egli stesso anatomizzato l’immaginario filmico e mediale contemporaneo fa storia a sé. Nondimeno, dopo vari tentativi non andati in porto, c’è da registrare un qual certo tempismo nel fatto che Rumore bianco arrivi in sala dopo l’uscita di un nuovo romanzo dell’autore, Il silenzio (2020), che immagina una catastrofe tecnologica per di più in un’epoca di diffuso panico social-sanitario.

Il Rumore bianco di Baumbach è comunque ambientato alla metà degli anni Ottanta, perfettamente riprodotti nei costumi e nelle scenografie, rispettando la struttura tripartita dell’originale ma anticipando nell’incipit il culto degli incidenti automobilistici (cui un collega del protagonista dedica un corso universitario), seguito dalla celebre sequenza (già cinema, nel romanzo) del campus che riapre dopo la pausa estiva con la colonna di auto che prefigura quelle successive dell’evacuazione. Quando una nube tossica dalla misteriosa natura e dalle conseguenze imprevedibili ma senz’altro letali si palesa nel cielo, il racconto ha una virata verso il genere catastrofico ma nella prima e nell’ultima parte, come nel libro, la storia da De Lillo offre a Baumbach l’occasione di dirigere un altro film dedicato alla vita di una coppia e di una famiglia, anche se in circostanze estreme, oltreché una ficcante satira del mondo accademico.

Molto fedele al testo nei dialoghi, il film funziona perché questi sono eccellentemente interpretati e persino coreografati (dai battibecchi famigliari corali al duetto di comparatistica Hitler/Elvis tra Jack e Murray) dall’intero cast capitanato da Adam Driver nel ruolo di Jack, specialista in studi hitleriani (sebbene non conosca il tedesco il che lo fa sentire ”ai margini di un territorio di ampia vergogna” ovvero “in grande imbarazzo”) e da Greta Gerwig nel ruolo della sua quarta moglie Babette. La donna veniva descritta da De Lillo come “di alta statura e dimensioni ragguardevoli”, ma il sodalizio tra l’attrice e Baumbach qui si rinnova felicemente essendo più che congeniale al personaggio Gerwig lo spaesamento esistenziale che la parte richiedeva. Insolite ma convincenti sono poi le incursioni dell’attore tedesco Lars Eidinger (Mr. Gray) e di Barbara Sukowa (Sister Herman Marie).

Malgrado la concessione finale di un lungo balletto sui titoli di coda, che ridà centralità al luogo nevralgico del supermarket e alla cultura imperante del consumo cui ci votiamo per esorcizzare la nostra condizione mortale e alcuni tagli (come, per esempio, il personaggio del suocero di Jack), Baumbach è riuscito sia nell’adattamento sia nella messa in scena a dosare i molti ingredienti del testo dando nel finale più spazio ai due protagonisti e alla loro perpetua immersione nel “rumore” delle parole, dei tormenti, della saturazione mediatica (oggi ancor più estesa e diffusa che allora quando era la famiglia la principale “culla della disinformazione”). Trovando anche il modo di conservare quell’enigmatico “Panasonic”, qui fatto pronunciare a Babette, che era in realtà il titolo scelto da De Lillo per il romanzo.

Il film racconta dunque efficacemente come nel tardo capitalismo per coloro che si sentono di appartenere ai dominanti alla paventata catastrofe non segua in definitiva la fine del mondo, e neanche la fine di un mondo; una condizione che è stata ben espressa dai filosofi politici contemporanei e su cui De Lillo può ben dirci qualcosa con i suoi personaggi: Jack impegnato a scacciare l’idea della propria morte occupandosi di Hitler (“larger than death”), continuerà a cercare di sopravvivere a se stesso, ai postumi di un possibile contagio e di un tradimento coniugale; Babette depressa che si chiede “se la morte non fosse altro che suono”, rumore uniforme, bianco che l’“invade” e le “si insinua nella mente, a poco a poco” continuerà probabilmente a cercare un sollievo in una sua mistica, nell’alternanza amletica tra junk food e sigarette.

TRAMA

Jack Gladney è un professore universitario specializzato in studi hitleriani, cui sarà presto dedicata una grande conferenza nella università in cui insegna. Con la sua famiglia dovrà però far fronte a un’improvvisa catastrofe ecologica che minaccerà le loro vite.

CREDITI
Titolo originale: White Noise / Regia: Noam Baumbach / Sceneggiatura: Noam Baumbach dal romanzo di Don DeLillo/  Montaggio: Matthew Hannam / Fotografia: Lol Crawley / Musica: Danny Elfman / Interpreti: Adam Driver, Greta Gerwig, Lars Eidinger, Francis Jue, Barbara Sukowa, Sam Nivola, May Nivola, Jodie Turner-Smith / Paese: USA, 2022 / Produzione: Noah Baumbach, p.g.a., David Heyman, p.g.a. / Durata: 136 minuti

SUL WEB
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito

Filmografia di Noah Baumbach

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