Ken Loach, Paul Laverty e i nuovi schiavi del lavoro

Frame tratto dal film di Ken Loach "The Spirit of '45" (2013)
Frame tratto dal film di Ken Loach “The Spirit of ’45” (2013)

Durante un lungo incontro di presentazione alla Haus der Berliner Festspiele organizzato per la prima mondiale del suo The Spirit of  ’45 (2013), Ken Loach annunciava di voler lasciare per raggiunti limiti di età il cinema a soggetto e di volersi dedicare piuttosto al documentario. Il regista allora quasi ottantenne, classe 1936, ha poi realizzato almeno un altro lavoro che si può definire documentario quale In Conversation with Jeremy Corbyn (2016) ma ha sostanzialmente disatteso il suo annuncio girando entro il 2020 tre nuovi lungometraggi, tutti nati dalla collaborazione con il fidato Paul Laverty.

Questi, che ha vent’anni meno di lui, ha firmato quasi tutte le sceneggiature dei suoi film da La canzone di Carla (1996) in poi mettendo a frutto i propri studi di filosofia e diritto oltre che molte esperienze di vita in diversi continenti. Uno dei pochi titoli diretti da Loach negli ultimi vent’anni e non scritti da Laverty è Paul, Mick e gli altri (2001), tratto dall’autobiografia del ferroviere Rob Dawber, che morì a ridosso dell’uscita della pellicola a seguito dell’esposizione all’amianto cui lo aveva costretto il suo mestiere. Un’opera, quindi, che conferma la propensione del regista per i fatti autentici e i non professionisti o gli interpreti che abbiano la possibilità di comprendere a fondo le vicende dei loro personaggi, in quel caso lavoratori in lotta contro gli effetti delle privatizzazioni statali (della British Rail). A una lotta popolare contro le privatizzazioni a scopo di lucro (dell’acqua), Laverty stesso ha peraltro dedicato la sceneggiatura di También la lluvia (2010) di Icíar Bollaín, ambientato in Bolivia e tratto da avvenimenti reali.

Esplorando l’affresco del nostro presente portato sullo schermo dalla coppia Loach/Laverty è pertanto difficile riferirsi all’uno senza citare l’altro, pur con riguardo per le competenze rispettive di scrittura e messa in scena. Limitandosi agli anni Zero e tacendo qui dei film in costume, la galleria del ‘loro’ cinema comprende le donne delle pulizie immigrate irregolari negli Stati Uniti di Bread and Roses (2000), il giovane Liam che attende l’uscita dal carcere della madre in Sweet Sixteen (2002), i “contractors” britannici in Iraq protagonisti di L’altra verità (2010), i “soliti ignoti” quasi-Robin Hood di La parte degli angeli  (2012), le vittime della burocrazia ottusa che ostacola il riconoscimento d’invalidità a chi ne ha diritto in Io, Daniel Blake (2016), premiato con la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Frame tratto dal film di Ken Loach "Il mio amico Eric" (2009)
Frame tratto dal film di Ken Loach “Il mio amico Eric” (2009)

Quest’ultimo film, anch’esso ambientato a Newcastle, viene senz’altro in mente durante la visione del Loach/Laverty più recente, Sorry We Missed You (2019), con cui condivide un finale disperato. Difatti, nessun deus ex machina – immaginario come l’ex calciatore Cantona in Il mio amico Eric (2009) né tanto meno reale – aiuta il protagonista Henry a tirarsi fuori da una spirale di autosfruttamento scientemente provocata dall’organizzazione del lavoro della ditta per cui consegna pacchi, e l’amore della moglie non sembra bastare all’uomo per emanciparsi da questa schiavitù come non è sufficiente l’affetto del personaggio di Katie a regalare un lieto fine all’esistenza di Daniel Blake. Un modo per dire che nell’arco di un decennio, la vita dei lavoratori nelle così dette democrazie occidentali si è ulteriormente inasprita rispetto al quadro già impietoso di In questo mondo libero (2007), altra pietra miliare del cinema dei due che, attraverso la figura di una ragazza inglese la quale, licenziata, tenta di mettersi in proprio creando una sua agenzia interinale e fondando tale impresa sul reclutamento di lavoratori clandestini, poneva già una domanda decisiva: per tirarsi fuori da uno stato di crisi è davvero inevitabile sposare il sistema responsabile di tale stato?

Ciò che infatti sanno far bene Loach e il suo sceneggiatore è puntare lo sguardo su una realtà molto specifica e su personaggi empatici inquadrandoli al contempo in una profondità storica e in un contesto da cui possono emergere pure le correità che li hanno portati a subire, più o meno colpevolmente, una situazione di sofferenza. Da manuale, in tal senso, la prima scena del loro ultimo film, Sorry We Missed You, in cui Henry si presenta al suo nuovo superiore riepilogando con orgoglio i molti mestieri passati – muratore, idraulico, giardiniere – e dichiarando di preferire quelli che si svolgono all’aria aperta, come scrivono il capostipite della letteratura operaia francese Georges Navel (forse noto a Laverty) in Travaux (1945) o il veneto Vitaliano Trevisan nel suo Works (2016), memoir quasi sepolcrale sul mondo del lavoro novecentesco. Henry rifiuta ogni sussidio, vuole recuperare la speranza di poter acquistare una casa per la sua famiglia, naufragata con la crisi bancaria (esito del crack globale del 2008) che ha compromesso i suoi risparmi, e fa una sorta di patto col diavolo, le cui conseguenze vedremo nel corso del film, dichiarandosi pronto a diventare “my own boss”. Per esserlo, deve accettare le regole d’ingaggio che gli snocciola con lessico militaresco (“sei un soldato d’assalto”) il capo magazzino della PDF (Parcels Delivered Fast) sottolineando in modo ingannevole la sua nuova condizione di autonomia: “tu non lavori per noi, lavori con noi”.

Frame tratto dal film di Ken Loach "Sorry We Missed You" (2019)
Frame tratto dal film di Ken Loach “Sorry We Missed You” (2019)

In pratica, Henry passa da essere un manovale in ambito sostanzialmente pre-industriale al comparto post-industriale della logistica, saltando di netto tutta la storia operaia e le sue conquiste, come se non fossero esistite. Così, dovrà portare sempre con sé nel suo furgone una bottiglia di plastica in cui urinare, come gli operai alla catena di primo Novecento e, a contraddire la presunta indipendenza del lavoro, avrà a che fare con la versione moderna del cronometrista di fabbrica, uno scanner-navigatore che detta i tempi delle consegne ed è definito “gun” anche perché “decide chi vive e chi muore”: parola del capo che mira a mantenere i record di produttività della sua filiale. Non essendo assunto ma “boarded” e non essendo dipendente ma “licensed” (nel senso che ha licenza per usare il franchising della PDF), Henry deve comprarsi un camion a sue spese vendendo l’auto della moglie e pagandolo con rate mensili che sono comunque preferibili al noleggio a caro prezzo proposto dalla ditta “con” cui lavora. Per ogni ritardo o indisponibilità scattano però sanzioni salate sul suo salario o rimproveri, come quelli ricevuti per aver portato un giorno la figlia con sé a recapitare pacchi, come accade nel corto La Consegna (2017) di Suranga D. Katugampala, vincitore del concorso Migrarti alla 74° Mostra di Venezia perché ha protagonisti di origine srilankesi.

L’unica forma di lotta per l’affermazione dei diritti dei lavoratori che appare di sfuggita in Sorry We Missed You (titolo che può forse riferirsi alla felicità di una condizione dignitosa mai davvero realizzata tramite il lavoro) è relegata al passato in bianco e nero di qualche foto che un’anziana fa vedere a Abby, la moglie di Henry che si prende cura di persone non auto-sufficienti. Anche Abby ha un contratto “a zero ore”, è pagata a visita, e deve correre tutto il giorno da una parte all’altra di Newcastle per assistere quelli che la sua responsabile si ostina a chiamare “clienti”. L’incubo ricorrente che affligge la donna di stare sprofondando con il marito in sabbie mobili da cui i figli non riescono a salvarli corrisponde perfettamente al ricatto continuo del tempo e al loro incessante indebitarsi. Simili imposizioni confliggono con la salute psicologica e con l’integrità di qualsiasi nucleo familiare e ogni ‘distrazione’ – sia quella data da un figlio adolescente ribelle che riempie pagine di quaderno di punti e volti interrogativi e disperati per poi farne graffiti da riportare illegalmente sui muri della città sia il non trovare parcheggio o il subire una rapina – fa attrito con il moto perpetuo richiesto dal diktat della produttività totale.

Frame tratto dal film di Ken Loach "Io, Daniel Blake" (2016
Frame tratto dal film di Ken Loach “Io, Daniel Blake” (2016

Dal miraggio dell’autonomia a trovarsi ostaggio del proprio lavoro il passo è insomma breve, e l’assenza di una solidarietà organizzata tra i lavoratori complica un quadro già compromesso dall’essere sopraffatti da piattaforme e dispositivi tecnologici che ci rendono schiavi (quando dovrebbero essere loro a servirci) o che, come Io, Daniel Blake, marginalizzano chi è cresciuto in un modo pre-digitale. Nello stesso anno di quel film usciva anche Sole, cuore, amore (2016) di Daniele Vicari, opera che ha meno rigore ma alcuni tratti in comune con entrambi gli ultimi lavori di Loach: il colloquio tra la barista Eli che ha bisogno di farsi visitare da un medico e il proprietario del locale che l’ha assunta perché lavori sette giorni a settimana, con il solo pomeriggio della domenica libero, ottiene il medesimo risultato di quello tra Henry che non riesce a star dietro al lavoro e alla famiglia e il suo implacabile capo.

Ai tempi del boom economico, nel racconto L’avventura di due sposi di Italo Calvino, da cui è tratto il classico Renzo e Luciana diretto da Mario Monicelli per il film collettivo Boccaccio ’70 (1962), la storia di una coppia che non riusciva mai a vedersi – pur vivendo insieme – per la non coincidenza dei turni di lui e di lei aveva dei risvolti comici. Negli anni della crisi economica e di ogni tutela, accanto alle opere di Loach e dei Dardenne l’affresco più conforme alla realtà del lavoro contemporaneo sembra essere quello fornito nel dittico di Stéphane Brizé La legge del mercato (2015) e In guerra (2018): in queste parabole, chi non trova un lavoro che costituisca una realizzazione rispettosa del sé e un’occasione di cooperazione con altri finisce di togliersi dal mercato del lavoro o di togliersi definitivamente la vita.

Mentre la Corte di Cassazione italiana respinge il ricorso di Foodora e chiede che ai fattorini (rider) venga riconosciuto il contratto collettivo logistica-trasporto e in Regioni quali il Piemonte si cerca con ogni mezzo legislativo di contrastare la retribuzione a cottimo, un film come Sorry We Missed You dà corpo e anima alle sofferenze subite da chi non trova una soluzione collettiva al suo mal di lavoro perché ha perso quello “spirito del ’45” che Loach aveva voluto raccontare alle generazioni più giovani nel suo documentario del 2013; e costituisce un invito, per quanto in negativo, a ritrovare quello spirito di riappropriazione della vita attraverso la cittadinanza attiva e il lavoro prima che sia davvero troppo tardi.

© CultFrame 01/2020

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