Pietà. Un film di Kim Ki-duk

Abbandono e violenza, miseria e degrado, lutto e paura… Kim ki-duk attinge dai colori plumbei della sofferenza per realizzare un quadro dell’umana disperazione. Il cappio dell’usura strangola vite di uomini già al limite della sopravvivenza  e il denaro, che qui stabilisce il prezzo di ogni singola esistenza, è l’unico valore con il quale quest’ultima può scambiare, negoziare, trattare. Se non è la morte a fungere da tassa in più su ogni debito crescente sarà una mano, un braccio, insomma una storpiatura fisica che, attraverso il premio assicurativo che copre l’incidente, potrà saldare il creditore. Una “procedura” atroce che Kang-do, emissario della mala, svolge con la crudele indifferenza che gli è propria. Solo e isolato, il ragazzo, non sembra conoscere alcun tipo di pietà di fronte al dolore che, senza ombra di emozione, infligge per professione. Il suo arrivo spalanca le porte al terrore e il suo incedere, tra i vicoli maleodoranti e miserandi della città, lascia una scia di panico e morte. Chi gli deve dei soldi sa di non avere scampo e molti, prima ancora di lasciarlo bussare alla loro porta, decidono di farla finita piuttosto che venire mutilati.

Kim ki-duk ci trasporta in un dedalo di disperata miseria, infilando la macchina da presa nei pertugi oscuri della povertà, scrutando nel dolore dei volti, illuminando l’afflizione. Di quella pietà del titolo, infatti, non pare esserci traccia e, in questo percorso di doloroso sconforto, ci lascia seguire il cammino furioso del suo protagonista. L’irrompere di una misteriosa donna, che afferma di essere sua madre, nella vita  del giovane, fino ad ora nutrita di brutalità, sconvolgerà non solo il suo equilibrio ma anche quello della sua violenta attività nella quale sembra aprirsi uno squarcio, di seppur vaga, umanità. Dopo anni di amara solitudine, Kang-do, suo malgrado, cede a quel senso di appartenenza filiale del quale non ha mai conosciuto il calore mentre questa mater dolorosa, che adesso riempie i suoi spazi come avvolta da un’aura di sorpresa e di inquietudine, accoglie tra le sue braccia quel figlio che ha anzitempo abbandonato. Eppure qualcosa, fin dall’inizio stride in questo rapporto e il regista coreano, con quella crudezza narrativa di cui sovente ha dato prova, intreccia le esistenze di Kang-do e della madre, creando un legame sul quale aleggia un subdolo sospetto, un malevolo presagio, in cui l’enigma di questa donna si fa preludio di un’imminente tragedia.

Pietà si converte, inquadratura dopo in inquadratura, in un affresco di sciagura di cui Kim ki-duk ci svela, man mano, l’atrocità delle sue pennellate. Il sacrificio e la disgrazia, la vendetta e il dolore si fondono in questo componimento tragico in cui l’inaspettato coincide con l’estremo.

Una storia potente che, tuttavia, nel suo dispiegarsi avverte la mancanza di qualcosa come se il regista coreano avesse (forse volutamente?) sottratto una serie di elementi cari al suo cinema. Non c’è la poesia di Ferro 3, né la nota struggente de La samaritana o l’incanto della Natura di Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera ed è come se, in questo film, mancasse quel tocco – seppur estremo – di magia che ci ha fatto amare, quasi incondizionatamente, le opere precedenti. Il film tocca così le corde profonde del dolore ma, al tempo stesso, rende visibile un’assenza, ovvero l’incanto di quello stile che sa coinvolgere fino in fondo, nella visione e nel racconto. Resta, sì, l’intensità ma senza il prodigio.

© CultFrame 09/2012

 

TRAMA
Kang-do vive alla periferia estrema della città e recupera i crediti per la mala. Il suo lavoro è quello di minacciare i debitori in ritardo ai quali infligge, senza alcun rimorso, mutilazioni di ogni sorta per riprendersi il denaro sfruttando i soldi della loro assicurazione. Improvvisamente, dal nulla, arriva nella sua vita una misteriosa donna che afferma di essere sua madre. L’uomo che, sulle prime, l’allontana brutalmente , la prende con sé e, giorno dopo giorno, si lega a lei. Quello che sembrava per Kang-do l’inizio di una nuova esistenza segnerà, invece, la sua fine.

CREDITI
Titolo: Pietà / Titolo originale: Pieta / Regia: Kim Ki-duk / Sceneggiatura: Kim Ki-duk / Montaggio: Kim Ki-duk / Scenografia: Lee Hyun-joo / Musica: Park In-young / Interpreti: Cho Min-soo, Lee Jung-jin / Produzione: Kim Ki-duk Film / Distribuzione: Good Films / Paese: Repubblica di Corea, 2012 / Durata: 104′

LINK
CULTFRAME. La Samaritana. Un film di Kim Ki-duk
Filmografia di Kim Ki-duk
Good Films
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito

1 commenti

  1. “Gli onori non ce li portiamo nè al paradiso nè all’inferno”, affermava Kim Ki-duk nel suo film-diario “Arirang” dove rifletteva anche su quanto sia ironico che l’immagine del suo paese acquisti più importanza nel mondo quando i suoi film vincono premi. Nel suo cinema infatti si ritrae spesso la disperazione e la miseria di uomini e donne che vivono in Corea, e “Pietà” non fa eccezione, mostrando una periferia urbana di piccole e piccolissime officine di artigiani del ferro (Cheonggyecheon) che sta per essere spazzata via dalla crisi e dalla speculazione che vuole ripulire il quartiere e riempirlo di grattacieli. Un Leone meritato per un’opera che non è meramente melodrammatica, ma che sa toccare molte corde pur rifiutandosi la consolazione dell’incanto, come ha rilevato giustamente la bella recensione qui pubblicata.

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