Quel che resta della 66a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

samuel_maoz-lebanon1Finalmente, dopo diversi anni, un Leone d’oro totalmente meritato. Nel panorama del concorso veneziano 2009, non esisteva infatti film più profondo e cinematograficamente complesso di Lebanon, del regista israeliano Samuel Maoz. Si tratta, infatti, di un’opera concettualmente meritevole del massimo riconoscimento del Festival del Lido. Il suo messaggio, oltre che pacifista (ma ciò sarebbe quasi una banalità), intende aprire uno squarcio nel muro di incomunicabilità e odio che da decenni divide Israele dal mondo arabo. Maoz ci ha raccontato la guerra senza cedere allo stereotipo imperante nel cinema internazionale, quello secondo cui, in fin dei conti, ogni conflitto bellico è un grande pirotecnico spettacolo. Il clima claustrofobico, ossessivo, delirante e assurdo edificato dal regista israeliano fornisce allo spettatore una nuova visione, angosciosa, perturbante e tragicamente compressa nel micro spazio di un carro armato, ferraglia che diviene a sua volta personaggio. Il merito di Maoz è quello di aver distrutto, con un film, il mito del soldato coraggioso e il tragico luogo comune filmico secondo cui i nemici non possono comunicare tra loro. Soldati israeliani e siriani finiscono in conclusione per avvicinarsi, anche se attraverso modi non consueti, paradossali, quasi impensabili. Lebanon, in tal senso, è una magnifica prova di apertura, non solo di apertura verso l’altro. È anche la dimostrazione che con un’idea fortissima e controtendenza, e pur avendo pochi soldi a disposizione, si possano regalare al pubblico e alla critiche opere sulle quali riflettere, in assenza di pregiudizi di carattere ideologico. È una fortuna che la giuria, guidata da pluripremiato Ang Lee, abbia capito il film e abbia deciso, nonostante le potenze cinematografiche in concorso, di assegnargli il massimo riconoscimento.


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È doveroso comunque affermare, come per quel che riguarda l’edizione 2009, la competizione non sia stata all’altezza delle aspettative. Probabilmente non c’era altro in circolazione, visto il repulisti effettuato da Cannes, festival che si era già assicurato i maggiori film mondiali pronti. Muller ha fatto il possibile, giocando anche le carte a sorpresa del doppio Werner Herzog e dell’ultimo lavoro del cineasta filippino Brillante Mendoza.

 

samuel_maoz-lebanonPer quel che riguarda gli altri riconoscimenti, ci sembra giusto aver premiato la regia e l’impostazione visuale di Shirin Neshat (Premio miglior regia), nota videoartista prestata al cinema che con Women Whitout Men ha dimostrato assoluta padronanza del linguaggio filmico (anche se non del racconto), e la verve espressiva di Fatih Akin (Premio Speciale della Giuria) che con Soul Kitchen ha portato a termine una commedia scatenata e esilarante (pur con qualche difetto) che è arrivata al Lido come una ventata di freschezza e energia. Colin Firth si è portato a casa meritatamente la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, pur avendo interpretato un lavoro troppo estetizzante e superficiale come A Single Man dell’ex stilistica Tom Ford, il quale ha confuso il cinema con la comunicazione pubblicitaria. Incomprensibile, invece, il riconoscimento a Ksenia Rappoport come migliore attrice. L’interprete russa, infatti, non ha brillato certo per capacità espressive e ha dato un apporto non trascendentale a un film come quello di Giuseppe Capotondi (La doppia ora) prevedibile e senza sussulti.

Il film di Capotondi ci offre lo spunto per sottolineare la modestia della cinematografia italiana presente in concorso. Baaria di Giuseppe Tornatore è un film pomposo e strappalacrime, ennesima prova di un autore troppo innamorato del suo stile e di un cinema tutto movimenti di macchina, dunque fin troppo tecnicistico. Lo spazio bianco è un’ulteriore pellicola poco incisiva di Francesca Comencini, la quale ha puntato molto sulla solita Margherita Buy, attrice poco duttile e legata a una concezione scontata della recitazione cinematografica. Il grande sogno di Michele Placido è rimasto solo un sogno (appunto) sulla carta. Niente da dire di più per un lungometraggio con molte ambizioni, che non è riuscito a divenire affresco toccante, così come era nelle intenzioni dell’autore, di un passaggio storico per la società occidentale.

L’Osella per la migliore sceneggiatura assegnata a Life During Wartime ha il sapore della beffa per Todd Solondz, uno dei maggiori registi americani in attività capace di sfornare per Venezia un’opera di grande rigore e intelligenza ma troppo scomoda per un premio più “alto”.

Il resto del concorso presentava poco o nulla. I due titoli firmati da Werner Herzog erano di ottima fattura ma non così robusti dal punto di vista espressivo. Non hanno impressionato la giuria, ed  è stato meglio così, i deludenti lavori di Jacques Rivette, Patrice Chéreau e Claire Denis, autori considerevoli ma non in grado in questa occasione di presentare lungometraggi degni di nota.

 

Infine delle notazioni conclusive sulla Mostra di Venezia.

Abbiamo vissuto per dodici giorni con il cantiere aperto del nuovo Palazzo del Cinema e questo particolare qualche disagio l’ha portato. La Sala Perla 2, edificata per ospitare Settimana Internazionale della Critica e Giornate degli Autori, era decisamente scomoda, mentre si sono verificati numerosi disservizi per quel che concerne le proiezioni. In particolar modo ci sono stati problemi seri in relazione alle copie dei film su supporto digitale; e poi ritardi mostruosi, sottotitoli fuori sincrono o addirittura assenti come nel caso della proiezione per la stampa di Lourdes di Jessica Hausner. 

Sappiamo quanto sia difficile costruire, gestire e portare a termine un festival come quello veneziano e conosciamo l’abilità del direttore della Mostra, ma allo stesso tempo dobbiamo affermare che simili problemi non sono degni di una manifestazione internazionale così significativa.

Ultima considerazione. Le condizioni degli inviati (giornalisti e critici) al Festival sono sempre più tragiche (lo sono ormai da molti anni). I prezzi di ristoranti e bar sono fuori ogni logica (…le convenzioni non hanno funzionato un granché), le strutture vecchie e gli alloggi per lo più poco accoglienti. Si potrà mai risolvere mai tale questione?

 

©CultFrame 09/2009

 

 

IMMAGINI

Frame dal film Lebanon di Samuel Maoz

 

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