Vincere. Intervista al regista Marco Bellocchio

marco_bellocchioVincere, il nuovo film di Marco Bellocchio, presentato all’ultimo festival di Cannes, dove ha raccolto molti consensi, ma nessun premio, ha convinto critica e pubblico in Italia dove è uscito da qualche settimana. E’ interessante andare a capire che cosa ha creato la fortuna di questa pellicola sicuramente non alla portata di tutti e sopratutto come lega questo film, atipico per il suo regista, all’interno della sua filmografia. E da questi punti abbiamo cominciato la nostra chiacchierata con il regista Marco Bellocchio.

 

Bellocchio, come inquadra Vincere all’interno del suo cinema?

 

A questo non avevo pensato, ma sicuramente Vincere è un film diverso da tutti gli altri che ho realizzato. Non nasce da esigenze autobiografiche ma da un articolo che ho letto su un giornale su questa donna che si era innamorata di Mussolini solo per essere abbandonata dopo aver avuto un figlio da lui. Se devo scegliere un film a cui assomiglia Vincere quello è Buongiorno notte. Non tanto per le tematiche anche politiche quanto per il fatto che sono tutti e due film in cui affluiscono stili e linguaggi diversi. Un film in cui irrompono, e questo mi è naturale, immagini anche televisive oppure cinematografiche provenienti da altri tempi. E tutto questo per trovare un’unità certamente passionale ma con uno sfondo anche storico.

 

Perché ha scelto Benito Mussolini per parlare del rapporto con il potere?

 

Per la verità la spinta me l’ha data il personaggio di Ida Dalse e il suo rapporto con Benito Mussolini. Ovviamente si tratta di un Mussolini attraverso il tempo. E’ abbastanza decisivo nel film vedere un Benito Mussolini rivoluzionario, anarchico, mangiapreti, socialista, antiborghese repubblicano ma che poco dopo diventerà interventista, fascista, nazionalista insomma il Duce, ecco questo percorso così lungo e spazioso mi interessava molto. Naturalmente il film ha una sua protagonista, Ida Dalser appunto, che è la sua forza trainante….

 

Perciò lei è partito dalla figura femminile…

 

Si, da questa donna indomabile, insopportabile anche. Una donna con una passione e con una capacità di annullarsi nell’uomo che ama che l’ha portata alla rovina. Ecco questo è un tipo di eccesso che mi ha da sempre affascinato forse perché io non sono così oppure perché gli uomini raramente lo sono. Le donne hanno una specie di radicalismo innato che le porta ad essere incomprensibili e a stupire molto spesso gli uomini.

 

Vincere contiene anche elementi melodrammatici ma non è un melodramma. Come ha fatto a evitare il melodramma?

 

Più che un melodramma Vincere è un film tragico. Il melodramma fa parte della mia formazione e non solo quella musicale. Anche se poi io appartengo ad una generazione in cui questa forma era ormai in piena decadenza e comunque era rinchiusa in un periodo ormai lontano. E’ vero, abbiamo utilizzato il melodramma anche attraverso dei frammenti, abbiamo usato l’Aida, la Tosca, il Rigoletto…. Devo dire che il film è uno strano miscuglio perché sì, c’e’ il melodramma, ma anche il suo opposto, ossia l’avanguardia futurista che nella prima parte del film curiosamente coesistono. Poi guardando soprattutto il personaggio di lei ci rendiamo conto di essere davanti ad una eroina tragica. Ecco, Ida può essere Antigone ma anche Medea. Medea perché danneggia il figlio e non per fare un dispetto al padre ma esponendolo nel disperato tentativo di far tornare a se Benito Mussolini. E il povero Benito Albino rimane sconvolto mentre cerca di imitare la madre contro il padre senza ovviamente riuscirci.

 

La famiglia è un tema centrale di tutto il suo cinema. Anche in Vincere abbiamo una famiglia “scoppiata”. Come è cambiata la famiglia dai tempi de I pugni in tasca ad oggi?

 

Certe costanti rimangono. La famiglia è cambiata nei suoi comportamenti… quella de I pugni in tasca era una famiglia molto radicata in alcuni valori ed aveva una autorità indiscutibile. Vi faccio un esempio: oggi c’è la tendenza al piccolo insulto all’interno del nucleo familiare. Ma se io allora chiamavo mio padre “coglione” o “stronzo” era una cosa inconcepibile. Non tanto per la severità delle abitudini oppure per la punizione quanto per l’assurdità della situazione. Mi avrebbero rinchiuso in manicomio! Ecco in questo senso la famiglia è cambiata. Ma per quel che riguarda i cosiddetti legami di sangue, il proteggere i figli, il dare ai figli, questo non è affatto cambiato.

 

Come mai ha scelto Filippo Timi?

 

E’ un grande attore e ha dimostrato una somiglianza eccezionale con il giovane Mussolini e una naturale autorevolezza e durezza. La sua violenza non gronda di sangue, è un uomo che si serve spietatamente delle donne- Ida, Rachele, la Sarfatti- per diventare il Duce. All’inizio è futurista poi diventa fascista. E quando è padrone dell’Italia torna al melodramma.


E Giovanna Mezzogiorno?

 

Ho sentito che Giovanna aveva conosciuto personalmente l’ossessione e che poteva dare corpo alla fissazione di Ida, al non saper calcolare le proprie forze rispetto a un’ Italia che le era tutta contro.

 

Il suo cinema viene considerato un cinema psicoanalitico, profondamente interiore. Il cinema di oggi è particolarmente esteriorizzato. Come si pone davanti a un cinema così diverso dal suo?

 

Un artista deve andare avanti seguendo il suo istinto e soprattutto essere un po’ nemico della soddisfazione. Adagiarsi non fa molto bene. D’altro canto molti artisti tendono a rifarsi in una maniera spaventosa. Delle volte un riconoscimento serve ad incoraggiarti ad andare avanti. Nella storia dell’arte ci sono dei geni che non hanno venduto nemmeno un’opera ma sono morti a trenta nove anni.

 

©CultFrame 06/2009

 

 

LINK

CULTFRAME. Vincere. Un film di Marco Bellocchio

Filmografia di Marco Bellocchio