La realtà sul grande schermo ⋅ Note su cinema, lavoro e festival

Backstage in Puglia del film “Spaccapietre” di Gianluca e Massimiliano De Serio. Foto Kash Gabriele Torsello

La 77a Mostra di Venezia ha confermato una tendenza non certo nuova degli ultimi anni, e conclamata almeno dai tempi del cosiddetto ‘ritorno al/del reale’, per cui il cinema contemporaneo che si confronta con la realtà e i suoi rimossi ottiene spesso riconoscimenti e talvolta buoni risultati artistici. Il Leone d’oro Nomadland di Chloe Zhao, regista cino-americana al servizio dell’interprete e produttrice Frances McDormand, è un caso esemplare di un film che cerca di dialogare con un pubblico mainstream, non assesta nessuna accusa specifica agli architetti delle crisi economico-finanziarie e a chi ha gestito la deindustrializzazione che causa l’impoverimento della protagonista, a cui lavorare per Amazon sembra una manna dal cielo, eppure risulta interessante e viene premiato per la sua commistione tra documentario e film di finzione e per come dà voce a un’inclinazione tipicamente statunitense per la vita nomade. Laddove, come in Miss Marx di Susanna Nicchiarelli, la distanza temporale o la messa in scena in costume con intermezzi musicali smorzano l’immediatezza e l’empatia della retorica dell’affresco sociale ‘autentico’, non stupisce più di tanto che i premi non siano arrivati.

Cinematograficamente più risolto, e rigoroso, è il vincitore della sezione Orizzonti, Dashte KhamoushThe Wasteland dell’iraniano Ahmad Bahrami, che racconta la chiusura di una fornace di mattoni che per decenni ha dato lavoro e visto nascere e morire operai. Il film è girato in bianco e nero e costruito con una serie di carrelli laterali e piani sequenza che si ripetono in modo identico per buona parte dell’opera, inquadrando di volta in volta i vari personaggi e le loro relazioni. Su tutti, fa perno nevralgico il padrone del forno da cui dipendono i destini di una comunità composita e mai davvero solidale al suo interno, dai rifugiati curdi all’ultraquarantenne Lotfollah che è nato e cresciuto nel mattonificio e non ha alcun altro posto in cui andare: durante gli anni di lavoro nessuno è stato libero, alla fine del lavoro non resta più nessuna libertà. Allievo di Kiarostami, e ben nutrito di visioni cinefile dal neorealismo a Béla Tarr, Bahrami allestisce un dispositivo senza vie di fughe in cui le promesse sempre procrastinate del padrone chiudono ogni possibilità di emancipazione ai protagonisti relegandoli a una subalternità irrimediabile in cui l’unica reazione violenta finisce per essere rivolta contro se stessi.

Se The Wasteland è esteticamente perfetto, anche quando per una frazione di secondo la luce si rifrange sull’obbiettivo e Lotfollah va fuori fuoco mentre il padrone e l’amante, di cui è innamorato, lasciano la fornace, non è da meno la fotografia di chiaroscuri e tinte ocra firmata da Antoine Héberlé (collaboratore giramondo di autori quali Guiraudie, Brizé, Laetitia Masson) per Spaccapietre dei fratelli De Serio, presentato nelle Giornate degli autori, e subito uscito in alcune sale italiane. Il film è il secondo lungometraggio a soggetto dei registi gemelli dopo Sette opere di misericordia (2011) e si ispira non solo a cronache recenti (come in particolare la morte della bracciante pugliese Paola Clemente nel 2015) ma anche a una memoria familiare autobiografica (alla fine degli anni Cinquanta la trentacinquenne nonna paterna dei registi fu vittima di un malore che la colse nei campi, il nonno era spaccapietre), attualizzandole e dandone una raffigurazione che punta a mostrare il ‘reale’ senza affidarsi al solo ‘realismo’ della messa in scena.

Backstage in Puglia del film “Spaccapietre” di Gianluca e Massimiliano De Serio. Foto Kash Gabriele Torsello

I protagonisti sono un padre (il Salvatore Esposito di Gomorra) e il suo bambino (Samuele Carrino) rimasti soli dopo che la moglie/madre non ha retto alla fatica del raccogliere sotto il sole. Nella prima parte, fin dall’incipit con l’immagine rovesciata dei genitori osservati dal figlio a testa in giù, la narrazione si ancora al punto di vista del bambino che con la complicità del padre traspone ogni elemento del loro vissuto in una dimensione altra, come per l’incidente che ha reso il genitore invalido con un occhio vitreo, e gli avrebbe donato superpoteri, o per il martello del nonno spaccapietre che emanerebbe forza e protezione. Nella seconda parte, il trasferimento dei due in una baraccopoli sorta in prossimità dei campi segna l’ingresso in un mondo a parte in cui il punto di vista infantile si disarticola: i due lavorano insieme come nel celebre Gli spaccapietre di Courbet, ma sono circondati da braccianti extracomunitari ed entrano in scena i nuovi personaggi dei caporali e del perverso padrone che tutto governa nella zona (Vito Signorile).

Spaccapietre mantiene un andamento particolarmente dolente, quasi onirico, accompagnando i due come intontiti dopo lo shock della tragedia famigliare intraprendere un viaggio agli inferi, fino all’acme finale in cui la violenza troppo a lungo covata esplode selvaggiamente a vendicare generazioni di lari. Come in The Wasteland, dentro e fuori della storia al contempo, l’esistenziale e l’ancestrale si intrecciano fatalmente. Una scommessa audace da parte di una coppia di autori che hanno così voluto differenziare la loro attività di documentaristi da quella di creatori di un cinema che dalla realtà prende solo spunto.

Al caporalato nel Sud Italia è dedicato anche un altro documentario sui generis, Das Neue Evangelium del regista teatrale Milo Rau, presentato al Lido sempre in Giornate degli autori, e realizzato insieme ai raccoglitori di pomodori del materano e all’attivista Yvan Sagnet. Chiamato a organizzare una performance nell’ambito delle manifestazioni di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, Rau ha scelto di mettere in scena tra i sassi che furono già set di Pasolini e Mel Gibson una Passione con Sagnet nella parte di Gesù e i braccianti, i sindacalisti, il sindaco in quelle degli apostoli e dei carnefici del Cristo. Oltre a seguire le lotte dei raccoglitori per emanciparsi dal giogo del sistema caporale, Das Neue Evangelium è servito a dar lavoro e documenti ad alcuni di loro e a promuovere la rete NoCap di centri e prodotti sottratti al controllo schiavista della malavita. Per preparare la performance pubblica di Matera, Rau aveva coinvolto anche Enrique Irazoqui, il militante antifranchista a cui Pasolini diede la parte di Gesù in Il Vangelo secondo Matteo (1964), scomparso in Spagna una settimana dopo la prima proiezione veneziana del film. L’egida di Pasolini ha guidato in più occasioni il regista che a teatro ha proposto la messa in scena di Die 120 Tage von Sodom (Salò o le 120 giornate di Sodoma) con interpreti Down e al cinema aveva ricreato un tribunale fittizio in cui processare veri criminali di guerra congolesi in Das Kongo Tribunal (2017).

In tutti gli esempi su citati, il mondo del lavoro è raccontato in quanto luogo ed epitome della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. L’idea di un riscatto collettivo, che sembra impossibile persino nell’ultimo film del sempre battagliero Ken Loach, viene parzialmente recuperata – pur nelle contraddizioni che non vengono nascoste e nella difficoltà della coesione tra la lotta dei migranti e dei sindacalisti italiani – dal progetto di Milo Rau, ma nel cinema contemporaneo il suo racconto appare assai problematico. A testimoniare l’urgenza di riflessioni e aggiornamenti sul tema, stanno nascendo in Italia diversi festival dedicati proprio al cinema del lavoro: i prossimi a svolgersi saranno la prima edizione dei Job Film Days a Torino (21-23 settembre) e la quinta del Working Title Film Festival di Vicenza (1-15 ottobre) che si potrà seguire anche online.

Nella città della Fiat sta facendo molto rumore la notizia che lo storico Premio Cipputi consegnato da Altan durante il Torino Film Festival a un’opera che affronti le tematiche del lavoro sarebbe stato cancellato dalla nuova direzione del TFF, la quale si è affrettata a promettere un focus dedicato al mondo del lavoro nel programma della manifestazione per ora confermata a novembre 2020. Il valore simbolico del Premio Cipputi non è però trascurabile (e i costi per assegnarlo appaiono irrisori) così come la necessità di approfondimenti specifici sulle retoriche e l’organizzazione del lavoro contemporanee, complicatesi in tempi di emergenza sanitaria, e anche sul destino dei lavoratori dello spettacolo. Difatti la parte più interessante del programma dei Job Film Days torinesi, promossi per celebrare il 50° anniversario dello Statuto dei Lavoratori dall’associazione Sicurezza e Lavoro e da altri enti e istituti cittadini che un tempo finanziavano il pionieristico e meritevole Lavori in corto, è forse quella che prevede tavole rotonde sul “lavorare nel cinema in tempo di pandemia” e raffronti tra il cinema militante degli anni Settanta (in particolare quello di Armando Ceste) e quello di autori più giovani come Andrea Segre o gli stessi De Serio. La chiusura della tre giorni è affidata a On va tout péter di Lech Kowalski, l’occupazione di uno stabilimento meccanico francese da parte degli operai che non ne accettano il fallimento filmata da un regista che ancora crede nel potere della “camera-gun”.

© CultFrame 09/2020

SUL WEB
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito
Job Film Days – Il sito
Working Title Film Festival – Il sito

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