Lembro mais dos corvos (I Remember the Crows). Un film di Gustavo Vinagre. 40° Cinéma du Réel. Premio Joris Ivens e Premio della Giuria Giovani

Gustavo VinagreIn un interno casalingo, una presenza seduta su quel che sembra il proprio divano di casa racconta se stessa e le proprie avventure esistenziali: gli amori, i dolori, la passione per le commedie romantiche, la relazione con la madre, un viaggio in Giappone alla ricerca del padre, il rapporto con un corpo che eccede le norme. Lembro mais dos corvos non è però solo la storia di una vita bensì un documentario sul rapporto tra ciò che è narrato e la narrazione stessa. La protagonista è infatti Julia Katharine, una donna trans di Sao Paulo, cinefila onnivora, cineasta autodidatta, autrice-attrice di porno amatoriali e aspirante commediografa molto consapevole di quanto sia scivolosa la frontiera tra realtà e finzione. Nel suo racconto, costruito insieme al regista, menzogna e verità si intessono indistricabilmente attorno a due centri d’interesse: la sessualità e le immagini.

La sessualità è trazione esistenziale, spinta all’azione, presa di rischio, ma anche ambito d’osservazione da cui emergono tutti i rapporti di forza economici, culturali, linguistici, simbolici che determinano le nostre vite. La sessualità è, insomma, la cartina di tornasole per la condizione soggettiva di chiunque ma della cui pertinenza sono più consapevoli coloro che le norme dominanti rendono sessualmente “minoritari”, per esempio le persone omosessuali e transessuali. Julia Katharine è una trans sui generis, che dopo aver assistito a un’iniezione clandestina di Barra Mil nel corpo di una conoscente, ha rinunciato al silicone subendo l’ostracismo di chi le ha detto: “se non ti sei rifatta non sei una vera trans”. Ma, come diceva la grande Agrado in Tutto su mia madre di Almodovar, una è tanto più autentica quanto più somiglia all’immagine che ha di sé. E Julia Katharine racconta di aver preferito costruirsi con il cinema piuttosto che con la chirurgia o gli ormoni (che le hanno “regalato” un ictus), a partire dal proprio nome, omaggio a Katherine Hepburn. Gustavo Vinagre utilizza quindi il genere intervista e per di più l’intervista a una persona nella cui vita si pone continuamente il problema dell’artificio, per un’indagine sui contorni sfumati dell’autenticità di qualsiasi racconto/messa in scena di sé.

Le immagini cinematografiche e televisive permeano tutto ciò che narra Julia Katherine, popolano le sue fantasie e la sua intimità, sono il filtro attraverso cui prende forma la realtà vissuta, sognata, distorta. Inizialmente, la donna racconta il suo primo amore, intenso, coinvolgente: l’uomo era affascinante, gentile, autorevole ma era suo zio materno e lei era un bambino di otto anni felice di vivere una passione con qualcuno che finalmente lo trattava al femminile e in privato lo chiamava “Priscilla”. Vedendo moltissime telenovelas durante l’arco di tutta la giornata, il suo immaginario romantico si nutriva di quegli amori: “All’epoca, la nostra relazione era per me una normale storia sentimentale tra uomo e donna, io ero il personaggio femminile e lui quello maschile. Non avevo consapevolezza che mi stesse molestando. Solo dopo l’ho compreso ma io non mi ‘posiziono’ come vittima anche se so di essere stata molestata da un pedofilo. Lui per me è stato importante anche se mi ha fatto qualcosa di abominevole”.

Gustavo VinagreJulia Katherine rende conto del proprio vissuto con la consapevolezza di chi ha imparato dolorosamente a distinguere tra realtà e immaginazione senza mai perdere l’ironia: “Non potrei mai prostituirmi, basta che uno mi dica una parolina gentile e io subito mi innamoro, gli dico lascia stare i soldi”. Allo stesso tempo, però, non intende rinunciare all’immaginazione che colora la vita di toni romantici e la rende molto più interessante: “Soffro di insonnia e passo le notti su Youtube a guardare le cerimonie di premiazione del cinema. Guardo i discorsi delle star e mi piacciono soprattutto quelli dove piangono, per esempio, Nicole Kidman che riceve l’Oscar, e immagino il discorso che farò ricevendo anche io un premio”. Per Julia, i film sono oggetti relazionali che nutrono i rapporti, per esempio quello con la madre con cui ama vedere e rivedere Voglia di tenerezza per piangere insieme: “Mia madre dice che vivo in funzione dei film che vedo. Secondo lei io fumo molto perché in fondo voglio ammalarmi di cancro e morire come in quel film”.

Il documentario di Gustavo Vinagre è anch’esso l’esito di un rapporto tra il regista e Julia Katherine, un rapporto mediato e nutrito dai film che lei ha scoperto vedendo tutti quei titoli che nessuno prendeva in prestito nel videonoleggio dove lavorò per un certo periodo: Gli uccelli, Interiors, Uova di serprente, Querelle de Brest. Film come quelli di Ozu che si diverte a rimettere in scena indossando un kimono e bevendo tè. Il racconto della donna interpella continuamente il regista, chiama in causa la loro relazione (“il tuo silenzio mi mette in soggezione”; “mi vuoi umiliare?”, “in questa scena mi sento un po’ esotizzata”) e ne fa materia di indagine (“questo film sta diventando super triste!”), trasformando il film a proprio piacimento con oggetti e situazioni. Come in Portrait of Jason di Shirley Clarke, caposaldo della cine-intervista, in cui il film risultava dal braccio di ferro tra il davanti e il dietro la macchina da presa, tra intervistato e regista, per il controllo della messa in scena, anche il film di Gustavo Vinagre presta, ma in modo volontario ed esplicito, un ampio margine di azione al suo soggetto rendendola partecipe del processo creativo ed attribuendole il ruolo di musa e co-regista. Sarà un’illusione? Sarà anch’essa una messa in scena?

Il film è inoltre ciò attraverso cui chi è intervistato si situa nel mondo, nel tentativo di tradurre il film in una forma di spettacolo di sé e in un veicolo di autopromozione al punto da chiudere il documentario con una specie di pitch per una commedia scritta dalla stessa Julia e intitolata “T for two”. La protagonista del film di Gustavo Vinagre è una donna favolosa, che ne ha viste di tutti i colori, che ha fatto l’operaia in Giappone (“mi offrivano lavori da uomo con paghe da donna però lì mi sono potuta comprare finalmente una boccetta di Chanel n°5”), una donna che ha vissuto da senza tetto, che ha tentato la prostituzione ma al primo cliente ha rischiato il linciaggio perché le veniva da ridere, che ha amato uomini per cui era solo un pezzo di carne ma non ha perso la fede nell’amore. Protagonista del film è però anche il linguaggio, tanto verbale quanto corporeo, con i suoi incanti, gli inganni, le sorprese, le rivelazioni. Chi sarà in fondo questa Julia Katherine, una mitomane o un’artista? Forse ogni artista è un po’ mitomane, un po’ incantatore di serpenti, allo stesso tempo prigioniero e carceriere in una gabbia di sogni. Questo forse ci dice Julia Katherine chiudendo il film con una ripresa camera a mano della città di Sao Paulo in cui l’oscillazione del focus un po’ cancella un po’ dà a vedere le grate della sua finestra di casa.

© CultFrame 04/2018

TRAMA
Julia Katharine è una donna trans che vive a Sao Paulo in Brasile. La sua vita è segnata dall’amore per il cinema: da Hitchcock a Ozu, dal porno amatoriale a Voglia di tenerezza. In una lunga videointervista che interroga continuamente i confini tra dentro e fuori dalla scena, la donna racconta con ironia e intelligenza la sua vita, i suoi amori, i viaggi, le visioni, i suoi desideri e aspirazioni.

CREDITI
Titolo: Lembro mais dos corvos / Regia: Gustavo Vinagre / Sceneggiatura: Julia Katharine, Gustavo Vinagre / Interpreti: Julia Katharine / Fotografia: Cris Lyra / Montaggio: Rodrigo Carneiro / Produzione: Rodrigo Carneiro, Gustavo Vinagre / Brasile, 2018 / Durata: 80 minuti.

SUL WEB
CULTFRAME. Cinéma du Réel. 40. Festival Internazionale del cinema documentario
Filmografia di Gustavo Vinagre
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