Un altro me. Un film di Claudio Casazza

Claudio CasazzaIn anni relativamente recenti, il discorso pubblico ha ri-scoperto la violenza, soprattutto la violenza contro le donne in tutte le sue forme, come fenomeno sociale a cui dedicare articoli di cronaca, reportage, dibattiti, studi statistici, nuovi testi di legge, campagne di sensibilizzazione, manifestazioni, flash mob, trasmissioni televisive. Una proliferazione di prese di parola che ha altresì messo in circolo una terminologia più o meno nuova (stalking, femminicidio) e tutta una costellazione di discorsi e contro-discorsi anche di segno molto diverso: da quelli più securitari ed emergenziali per la messa sotto tutela delle donne in quanto vittime per definizione, a quelli più libertari capaci di denunciare la violenza come strumento di oppressione legittimato dalla struttura sociale in cui viviamo. Sono anni in cui gli orrendi miti del raptus passionale o della focosità maschile concepiti per minimizzare e giustificare assassinii e stupri, hanno forse iniziato a cedere il passo a una ricerca di forme nuove per dire la violenza. Forme capaci di testimoniare e quindi di trasmettere la complessità del fenomeno, di interrogarlo tenendo conto dell’esperienza delle vittime anche se rimane ancora molto da dire su ciò che muove i carnefici.

Ed è proprio questa postura interrogativa a caratterizzare il film di Claudio Casazza Un altro me, vincitore del Premio del Pubblico al Festival dei Popoli, Primo premio al Mese del Documentario e presentato a Torino all’ultimo Piemonte Movie gLocal Film Festival. Un atteggiamento tipico del documentario d’osservazione che nel dare a vedere si prende la responsabilità di operare delle scelte tematiche e formali. Il documentario è girato all’interno del carcere di Bollate, nel reparto che raduna gli autori di reati sessuali, presso cui opera un’unità di trattamento composta da criminologi, psicologi, educatori e da un’arteterapeuta impegnati in una pratica sperimentale fatta di colloqui individuali, di incontri di gruppo, di attività che offrono ai detenuti la possibilità di comprendere le dinamiche e le conseguenze del reato commesso. Si tratta quindi di documentare delle pratiche di trattamento innovative e i mutamenti che attraverso di esse si tenta di produrre.

Il film si muove tra autofocus e out of focus poiché, mentre lavorano su di sé, sulla costruzione di uno sguardo nuovo sulla propria vita e sulle proprie azioni, i carcerati sono filmati fuori fuoco. Ci sono alcune sequenze che fanno eccezione: la ripresa di una seduta di arte-terapia sull’autoritratto in cui la macchina da presa si concentra con close-ups molto ravvicinati su dettagli di un volto o di un corpo, e quella in cui, ripreso di schiena, un detenuto esce per un permesso, prende un bus, cammina ai margini della città e infine è come se si arenasse in una stazione ferroviaria. Altrimenti, sono a fuoco solo le operatrici e gli operatori. Dal punto di vista pratico, è una scelta che maschera le identità degli aguzzini (le voci non sono camuffate, però) tutelandone anche le vittime. Ma c’è un livello ulteriore, espressivo e concettuale: il fuori fuoco, infatti, permette di astrarre dalla concretezza somatica del singolo per riportarne le parole, i discorsi, le difese, le ossessioni, le fantasie, i desideri, le paure, il linguaggio, l’immaginario su un piano più ampio, collettivo, che sollecita a chiedersi quanto di me ci sia in quell’altro sullo schermo. Si tratta quindi di un film che problematizza la cultura dello stupro e le rappresentazioni che la legittimano (“ma la ragazza che hai stuprato era una puttanella?”) e che perciò mette sotto scacco quel nucleo di maschilità fatto di ossessione fallica, di etero-sessismo compiaciuto, di erotizzazione del dominio e dell’abuso.

Claudio CasazzaPer di più, Un altro me è un’indagine sulle percezioni e cioè sul nucleo fondamentale e più problematico della questione “violenza” che spesso è difficile da riconoscere per chi la esercita e per chi la subisce ma anche per chi in nome della legge è chiamato a darle un nome per farla cessare, sanzionarla, impedire che si ripresenti. Focalizzandosi sui dialoghi, infatti, Casazza restituisce un ritratto delle percezioni che gli stupratori hanno dei confini tra sessuale e non sessuale, tra dolore e piacere, tra libertà e manipolazione, tra prepotenza ed erotismo, tra lecito e illecito, tra normale e patologico in materia sessuale. Gli effetti sono talvolta paradossali, come quando una dottoressa spiega al gruppo, con tavole anatomiche alla mano, la conformazione degli organi genitali femminili e uno degli uomini commenta spazientito: “Scusi, ma a uno che commette un reato sessuale non gliene può fregare di meno del pene e della vagina!”. Nel film il lavoro sulla percezione riguarda anche il contatto con il sé e il riconoscimento dell’altro e del sé nell’altro.

Quel che si crea, soprattutto durante le sedute di gruppo, è una specie di prisma in cui ognuno ha occasione di osservare e osservarsi, apprezzando con maggiore chiarezza la propria situazione attraverso lo sguardo altrui. Ma quel che di più potente accade a un certo punto di Un altro me è l’incontro tra il gruppo dei detenuti e una vittima di violenza sessuale. Il confronto diretto è un terremoto emotivo che chiama gli stupratori a riconoscere il vissuto, la sofferenza ma anche la grandissima forza della donna. La scena si svolge in un crescendo emotivo sempre più intenso fino a culminare in un gesto inatteso, un elemento di reale che emerge incontrollato, svelando la tragica catena che lega chi perpetra la violenza a un passato di violenze subite a propria volta ma rivelando anche esiste la possibilità, forse, di una sincera presa di coscienza che produce cambiamento.

© CultFrame – Punto di Svista 03/2017 . 04/2017

TRAMA
Un anno nel carcere di Bollate con un gruppo autori di reati sessuali e con le operatrici e gli operatori dell’Unità di Trattamento intensificato del CIPM, primo esperimento in Italia di prevenzione della recidiva per questo tipo di reati sessuali. I detenuti partecipano a sedute di terapia individuale e di gruppo, ad attività creative e a laboratori di vario tipo. Dai loro racconti emergono le ragioni dei reati, le rappresentazioni sociali e culturali che li hanno determinati e legittimati e che il percorso terapeutico è chiamato a scardinare.


CREDITI

Titolo: Un altro me / Regia: Claudio Casazza / Sceneggiatura: Claudio Casazza / Fotografia: Claudio Casazza / Montaggio: Luca Mandrile / Interpreti: Paolo Giulini, Francesca Garbarino, Andrea Scotti, Maritsa Cantaluppi / Produzione: GraffitiDoc, Ministero dei beni e delle Attività Culturali e Piemonte Doc Film Fund/Italia, 2017 / Distribuzione: Lab80 / Durata: 84 minuti

SUL WEB
Filmografia di Claudio Casazza
Lab80