Les beaux jours d’Aranjuez. Un film di Wim Wenders (3d). 73° Mostra Internazionale d’Arte Cinematogafica di Venezia. Concorso

Wim WendersQual è la relazione tra natura ed essere umano? Quale legame è possibile stabilire tra il pensiero, la parola e l’ambiente naturalistico? Cosa è un paesaggio e cosa è il punto di vista sulla realtà? Cosa significa guardare il mondo? Le esperienze soggettive influenzano i luoghi dove le persone vivono?
Ebbene, tali domande rappresentano le basi filosofiche del romanzo di Peter Handke Les Beaux Jours d’Aranjuez, testo da cui Wim Wenders ha tratto il suo ultimo film intitolato proprio come l’opera dello scrittore tedesco.

Sulle note di Perfect Day di Lou Reed, prende avvio una vicenda apparentemente statica, basata sulla conversazione tra un uomo e una donna. I due si trovano in una casa di campagna, seduti in un giardino rigoglioso, una sorta di terrazza che si affaccia su una valle che, a sua volta, lascia intravedere molto in lontananza la metropoli parigina. L’uomo e la donna discutono di sesso, amore, esperienze, dolore, gioia, sensazioni individuali, sogni infantili. È un dialogo fatto di domande e risposte in cui conta quasi più l’ascolto piuttosto che il riferire, le pause anziché il flusso verbale.

Non v’è alcun dubbio sul fatto che Wenders sia riuscito a cogliere a pieno il senso poetico-filosofico del testo di Handke, opera sottile (intellettualmente) e alta (artisticamente) ma totalmente chiara per quel che riguarda i concetti su cui è basata.

L’uso del 3D ha contribuito a far emergere con ancor più forza la sostanza del film, ora isolando a perfezione la figura umana, ora mettendola in comunicazione con il luogo della non azione. Sì, non azione. Les Beaux Jours d’Aranjuez è, infatti, la liberazione della parola nello spazio della scena (quasi immutabile); proprio la parola si fonde con la luce, i colori delle immagini e con i suoni della natura. Il dinamismo del film è affidato, dunque, solo ai movimenti di macchina, ai cambi di inquadratura (sempre equilibrati) e alla scansione narrativa, basata sull’entrata in funzione di un vecchio jukebox.

Wim Wenders

Sembra quasi che a partire da Handke, Wenders abbia cercato di raggiungere non solo la purezza della lingua cinematografica quanto piuttosto quella dell’atto di fabbricazione artistica in sé. La conversazione tra i due soggetti, immaginata da uno scrittore malinconico che guarda verso l’esterno dalla finestra del suo studio, si svolge in un’atmosfera apparentemente bucolica (densa di serenità). In verità, uno dei principi filosofici su cui è incentrata l’opera riguarda proprio la tensione oscura che si genera tra il racconto umano e la totale indifferenza della natura. Quest’ultima assiste impassibile, secondo i suoi ritmi (non antropici), alle manifestazioni di angoscia profonda (quanto trattenuta) dei due protagonisti.

I boschi, gli alberi, le piante che circondano i personaggi principali non hanno niente di rassicurante. Non c’è nessun conforto nella loro presenza. Rappresentano solo la momentanea separazione tra l’ansia esistenziale dei dialoganti e la raffigurazione spaziale e materica della loro sofferenza devastante, incarnata dalla città (che si riesce solo a intravedere).

Wenders situa i due soggetti in una dimensione del racconto totalmente estranea ai concetti di spazio e di tempo (intesi secondo i canoni delle convenzioni tradizionali). Ancor di più, li colloca fuori dall’idea stessa di “Storia”. In tal modo, le vicende perdono la loro sostanza legata a significati contingenti per assumere il ruolo di fattori di comunicazione di significanti estranei alla logica della soggettività e della psicologia. La natura che ospita l’uomo e la donna nella casa di campagna (ma questa, come già detto, è un’immagine partorita dalla mente di uno scrittore) è un non luogo, così come il paesaggio è solo uno sfondo inerte incapace di comunicare alcunché.

Nonostante Les Beaux Jours d’Aranjuez possa apparire come un lungometraggio verboso non bisogna cadere nell’errore, durante la fruizione, di concentrarsi solo sul “detto”. Ciò che conta veramente è il punto di vista (tragico) sul mondo e le inquadrature che lo rappresentano con una precisione molto più chirurgica di quanto possano fare le parole e i relativi significati.

© CultFrame 09/2016

TRAMA
Uno scrittore si trova in una casa di campagna. La finestra del suo studio si affaccia in un bellissimo giardino che sua volta apre lo sguardo verso una valle. In fondo ecco apparire la città. L’immaginazione dello scrittore inizia a dare i suoi frutti. Nel giardino si manifestano un uomo e una donna. Tra i due partirà un dialogo intenso e oscuro sulle loro esperienze esistenziali.

CREDITI
Titolo: Les beaux jours d’Aranjuez / Regia: Wim Wenders / Sceneggiatura: basata su un testo di Peter Handke / Fotografia: Benoît Debie / Montaggio: Beatrice Babin / Interpreti: Reda Kateb, Sophie Semin, Jens Harzer, Nick Cave / Produzione: Alfama Films, Neue Road Movies / Paese: Francia, Germania, 2016 / Durata: 97 mins.

SUL WEB
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