Da Sodoma a Hollywood. 26 Torino GLBT Film Festival. Incontro con Lindsay Kemp

lindsay_kempAbbiamo incontrato Lindsay Kemp (artista camp sin dal cognome) al 26 Torino GLBT Film Festival che gli ha assegnato il “Premio Dorian Gray” alla carriera. Coreografo e performer a tutto tondo, discepolo del maestro del mimo Marcel Marceau, e corpo guida dello Ziggy Stardust tour di David Bowie, Kemp è recentemente tornato a esibirsi in Italia, dove vive, con lo spettacolo The illusionist, un omaggio all’immaginario del cinema anni ’30 da Dracula a Rodolfo Valentino, passando per Ginger Rogers e Fred Astaire.
L’attore/ballerino, spettatore onnivoro sin dall’infanzia, è poi stato anche interprete di avventure cinematografiche oggi forse irripetibili come quelle degli amici Derek Jarman e Ken Russell, sino alla partecipazione al più recente Velvet Goldmine (1998) di Todd Haynes. Durante l’incontro con la stampa organizzato dal festival torinese, Kemp ha rivelato che le sue fascinazioni per il mondo dello spettacolo e per l’Italia sono strettamente legate e hanno radici molto lontane:

“Il mio arrivo in Italia si deve a una storia d’amore con il cinema italiano che mi ha sempre ispirato e stimolato dando molto anche al mio teatro a partire da film come La primavera romana della signora Stone (1961) e Vacanze Romane (1953) oltre a tanti film italiani. Inoltre, William Kemp, famoso attore della compagnia di Shakespeare, era probabilmente un mio diretto antenato. Era molto noto per i suoi numeri di danza, ma a causa di una lite con Shakespeare, lasciò la compagnia dicendo che solo gli attori italiani lo avrebbero capito e volle venire in Italia per ricongiungersi con il suo grande amore di sempre, la commedia dell’arte. Sono quindi venuto qui alla ricerca del mio antenato e l’ho trovato, eccomi, sono proprio io.”


Tra i registi con cui ha lavorato di più c’è senz’altro Derek Jarman

Con Jarman avevamo pensato di fare un film su William Kemp ma poi la sua malattia prese il sopravvento e non se ne fece nulla così come non riuscimmo mai a realizzare un altro progetto a cui avevamo pensato in cui David Bowie avrebbe recitato la parte di un faraone e io di un personaggio con un lungo nome impronunciabile che non ricordo. Ho incontrato Jarman sul set di Messia Selvaggio (1972) di Ken Russell dove lavorava come scenografo, ci siamo poi rivisti nel backstage di uno spettacolo che stavo facendo su Nijinski e in seguito mi ha chiamato per Sebastiane (1976). Quel film è anche detto “il film dello yogurt” per via di una famosa scena con un liquido biancastro per fare il quale dovemmo fare una mistura di yogurt e varie sostanze: la mia idea era che alla fine sarebbe dovuto arrivare un cane a leccare via tutto ma al cane quella roba non piaceva e non ci fu niente da fare.

Un anno, Derek mi chiamò il sabato di pasqua e mi disse che stava per girare Jubilee (1978) e che mi voleva nel ruolo di Gesù, se avessi potuto andare sul set il lunedì successivo; accettai con grande piacere, ma poi mi richiamò chiedendomi: “Puoi portare 12 discepoli?” Purtroppo tutti i miei discepoli erano in vacanza e allora lasciai detto alle loro madri di farli venire lunedì alla discoteca Victoria a Chelsea e magari di portare un amico. Quando arrivai sul set, c’erano più o meno un migliaio di discepoli, ragion per cui quelle sono scene molto affollate. Ma il più della mia parte è stato tagliato.

Derek era grande, un grande artista ma anche un grande uomo, sempre gentilissimo e calmo sul set e sicuramente dedico il premio Dorian Gray a lui e alla sua memoria.

Com’è andata invece la sua lunga collaborazione con Ken Russell?

Ken è ancora mio amico ma non era affatto facile lavorarci assieme perché gli piaceva interpretare il ruolo del regista dal temperamento terribile. Quando ho iniziato a lavorare con lui ero la sua scoperta e voleva che dessi il meglio, il che mi rendeva nervosissimo. Come in quella scena di Effetto Notte (1973) in cui Valentina Cortese viene continuamente ripresa dal regista perché sbaglia la porta da cui passare, così anche io sbagliavo sempre e Russell si imbestialiva ricordandomi quanti soldi gli stessi facendo sprecare. Anche in Valentino (1977) la mia parte fu molto tagliata tanto che se sbatti le palpebre rischi di non vedermi.

Le sue interpretazioni cinematografici non si riducono però solo ai film di Jarman e Russell

Ho fatto anche Mariti (1970) di Cassavetes e sul set a un certo punto mi sono sentito bussare alla spalla ed era proprio Cassavetes che mi ha gettato in faccia un bicchiere di birra per ricevere una reazione e l’ha ricevuta eccome! Dopo di ché anche lì il mio ruolo è stato tagliato. A proposito di birra e temperamento, quando ho lavorato in The Wicker Man (1973), dove recitavo nella parte, per me molto strana, di un padre che era proprietario di un pub, non usavamo tè freddo ma vero alcool e ne dovetti bere molto: fu così che un giorno dopo una forte lite con Britt Ekland le versai un bicchierone sulla sua acconciatura di scena a nido d’ape. Non ho più fatto molti film… ho sempre fatto piccoli ruoli in grandi film e grandi ruoli in piccoli film e mi piacerebbe un giorno fare una grande parte in un grande film ma anche un grande ruolo in un piccolo film non sarebbe male.

Il cinema è sempre stato un suo grande amore

Fin da bambino sognavo di diventare una star del cinema e dai sette anni, intossicato dal cinema hollywoodiano, scrivevo lettere mandando alle grandi case di produzione delle mie foto con la testolina inclinata da un lato, come vedevo fare alle grandi star… ma sto ancora aspettando una risposta. I film mi mostravano cosa avrei potuto e dovuto essere, mi mostravano un mondo più romantico e poetico di quello in cui vivevo nel Nord dell’Inghilterra. Mi sono sempre piaciuti i musical come Il cantante di jazz (1927), che ovviamente ho visto anni dopo la sua prima uscita, i film di Busby Berkeley e con Betty Grable o Ginger Rogers fino a quelli sul mondo dello spettacolo di Bergman o Fellini che mi diedero la direzione da seguire per la mia vita: cantare, danzare, recitare, intrattenere, insomma essere me stesso, questo volevo fare.

Intrattenere era già il mio più grande piacere da bambino. Un giorno mia madre aprì l’armadio e trovò che tutti i suoi vestiti erano stati tagliati a metà e che ne mancava uno perché in quel momento lo stavo indossando a scuola, travestito da Carmen Miranda con arance e banane in testa. La preside la chiamò chiedendole di non mandarmi più a scuola vestito da Carmen Miranda, ma per me era importante intrattenere i compagni. Fu così che poi in collegio sono riuscito a tenere lontani i bulli della scuola che mi consideravano un eccentrico, un clown e a sopravvivere in quelle tremende e omofobe città inglesi del Nord. Fui poi espulso da scuola quando interpretai Salomé, ispirandomi a Rita Hayworth, tutto avvolto in sola carta igienica, non tanto a causa della mia danza indecente quanto per aver sprecato tutta quella carta di proprietà della scuola. Fui quindi mandato a un’accademia navale per seguire le orme di mio padre: mi è sempre piaciuta la marina, però volevo essere un artista quale sono oggi. Fu in quel periodo che vidi Scarpette rosse (1948) e lì iniziai a lavorare sulla mia mimica, volevo essere come Robert Helpmann che guardava le ballerine con i suoi occhioni, mi allenavo davanti allo specchio a dilatare gli occhi come i suoi o quelli di Peter Lorre…

Come si vede dal suo teatro, si è spesso ispirato in modo diretto al cinema

Per alcune delle mie opere teatrali sono stato ispirato da film come Sogno di una notte di mezza estate (1935) di Max Reinhardt o Un chant d’amour (1950) di Jean Genet perché anche io come altri grandi artisti sono un ladro e ho spesso rubato dal cinema. Qualcuno, non ricordo se proprio Genet o Picasso, diceva che i geni rubano mentre i mediocri prendono in prestito.

Come ha scoperto Genet?

Un giorno ero in vacanza nel Nord dell’Inghilterra e il giardiniere della villa in cui stavo, pur senza potermela permettere, mi diede una copia di Notre-Dame-de-Fleurs di Genet. Ci ritrovai dentro tutto me stesso. Così, dato che avevo in tasca 500 sterline – lasciatemi da una zia estremamente omofoba che si sarebbe scioccata sapendo cosa ne avrei fatto – sono andato a Edimburgo cercando di mettere insieme per le strade e per i bar un cast con cui realizzare la prima performance di Flowers. Mi servivano dei ragazzi belli muscolosi non solo come attori ma per allestire la scena, che era un vecchio capannone. Molti interpreti si sono succeduti in questo spettacolo, che ho portato in giro per oltre trent’anni: l’unico che è rimasto con me per tutto questo tempo è Jack Birkett, conosciuto anche come “The Incredible Orlando”, un attore straordinario che purtroppo è scomparso lo scorso anno.

Ricordo ancora quando ho portato Flowers a Torino: lo mettemmo scena in un grande parco, la prima saltò per via di una pioggia torrenziale ma la seconda sera c’erano migliaia di persone, alcune anche arrampicate sugli alberi e fu davvero molto emozionante.

© CultFrame 05/2011

IMMAGINE
Lindsay Kemp. Courtesy of Dario Gazziero

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