Il buco ⋅ Un film di Michelangelo Frammartino ⋅ 78° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ⋅ Concorso

Girato sempre in Calabria, come Il dono (2003) e Le quattro volte (2010), e senza dialoghi, Il buco segna però uno scarto rispetto ai titoli precedenti di Michelangelo Frammartino, a partire dal fatto che può essere considerato un film a soggetto e per di più in costume. Infatti, il regista è tornato a realizzare un lungometraggio dopo più di dieci anni dal precedente per raccontare un’impresa speleologica datata 1961, quella di un gruppo di giovani che dal Nord Italia scesero nei pressi di Cerchiara di Calabria, nel Parco del Pollino, per esplorare il cosiddetto “abisso del Bifurto”, conosciuto anche come “Fossa del Lupo”. Col suo grande sviluppo sotterraneo, questa grotta arriva a 683 metri, era ed è una delle più profonde mai studiate al mondo.

Documentandosi con gli opuscoli e le pubblicazioni prodotte all’epoca dalle associazioni speleologiche, oltreché con le testimonianze di protagonisti e spettatori dell’impresa, Frammartino e la sua collaboratrice Giovanna Giuliani l’hanno rivisitata facendola interpretare a giovani speleologici di oggi e ad altri attori non professionisti. Tuttavia, alla maniera di un Piavoli, per fare almeno un riferimento facile a intendersi, Frammartino non rinuncia, anzi esalta, il proprio stile che ha contribuito alla vague del “cinema del reale” nostrano e torna scientemente a filmare il mondo rurale calabrese giustapponendo al lavoro degli esploratori venuti dal Nord il punto di vista degli abitanti di una regione ancora arcaica.

Dopo l’inquadratura d’apertura con la macchina da presa posta significativamente dentro la cavità, che dell’esterno ci mostra soltanto il cielo, nella prima parte del film sono in particolare il volto e lo sguardo di un anziano pastore a introdurci alla scoperta del territorio del Pollino. Uno sguardo che man mano si spegne mentre i forestieri si calano nell’antro buio del Bifurto. Il buco è dunque un’opera attentamente strutturata in controimmagini e nei rimandi tra questi controracconti (la profondità e la superficie, la comunità locale legata a tradizioni secolari che mai ha pensato di mappare gli anfratti della grotta e quella degli ‘scienziati’ giunti a svelarne i misteri) cui si aggiunge un estratto di repertorio dedicato al Pirellone di Milano nel quale Giulio Macchi ascendeva su una di quelle pedane usate dai lavavetri fino in cima al grattacielo (due verticalità opposte, ma anche due temporalità e ideologie tra le quali si dibatteva l’Italia degli anni di boom e probabilmente anche quella di oggi). Non a caso il regista e alcuni degli interpreti sono speleologi di origine calabresi ma nati o cresciuti a Milano o Torino.

Poste queste premesse, il viaggio può iniziare e la sfida da sostenere tanto per la fotografia firmata da un maestro come Renato Berta quanto per chi guarda è quella di lasciarsi inghiottire dal buio dello sprofondo, illuminato dai flebili fasci delle luci frontali montate sui caschi degli esploratori o da qualche pagina di rivista data alle fiamme di un accendino. Ma quale verità si può raggiungere mappando le profondità della terra? Gli speleologi non sono certo animati da alcun afflato mistico e il film sembra stare dalla loro parte. La spensieratezza, senz’altro autentica, con cui fu affrontata la spedizione del 1961 e la coralità del loro accamparsi e discendere nel “buco” si contrappongono alla sacralità della vita e della morte del pastore, tenendoci in tensione tra distacco e partecipazione, come di fronte a un mistero in definitiva estremamente terreno.

Frammartino ha dichiarato di essere rimasto molto colpito nel rendersi conto che speleologia, cinema e psicoanalisi hanno avuto tutti e tre il loro battesimo nella stessa data, il 1895. Ed ha quindi costruito questo suo film con presupposti teorico-formali molto forti che traspaiono manifestamente dalla struttura che si è sommariamente descritta. Questa compiutezza programmatica e la compostezza con cui è filmato il mondo esterno circostante hanno l’esito di tenere al minimo il pathos di un’opera che cerca di non essere mai platealmente retorica e che, pur estremamente conchiusa, lascia qualche interrogativo. Non è che Frammartino ha voluto soprattutto ricordarci come il cinema, arte della luce, corrisponda esattamente a quell’“immersione di un collettivo nel buio” che vediamo nel film, sempre che non si rinunci definitivamente all’esperienza collettiva della sala?

© CultFrame 09/2021

TRAMA
Nel 1961, anno del centenario dell’Unità dell’Italia, una spedizione composta da aderenti al Gruppo Speleologico Piemontese (composta, tra gli altri, da Giulio Gècchele, Marziano Di Maio, Giuseppe De Matteis, Ginni Braida, Carla Lanza e Dario Sodero) raggiunge la Calabria e si cala nella grotta del Bifurto per esplorarne l’ampiezza e la conformazione.

CREDITI
Regia: Michelangelo Frammartino / Sceneggiatura: Giovanna Giuliani, Michelangelo Frammartino / Montaggio: Benni Atria / Fotografia: Renato Berta / Interpreti: Denise Trombin, Jacopo Elia, Nicola Lanza, Paolo Cossi / Paese, anno: Italia-Francia-Germania, 2021 / Produzione: ARTE, Doppio Nodo Double Bind, Essential Filmproduktion GmbH, Rai Cinema, Société Parisienne de Production / Distribuzione: Lucky Red / Durata: 93 minuti

SUL WEB
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito

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