Pathos Ethos Logos ⋅ Un film di Joaquim Pinto e Nuno Leonel ⋅ 74° Locarno Film Festival ⋅ Fuori concorso.

Locarno Film Festival

Un decennio di lavoro per un’opera monumentale di quasi undici ore complessive divise in tre parti. Pathos Ethos Logos di Joaquim Pinto e Nuno Leonel è una lunga meditazione esistenziale sul rapporto tra la luce e l’ombra, tra il sé e l’altro, tra la parola e il silenzio, una partitura sulla ricerca di verità, sul ruolo dell’arte di fronte alla Storia, un intreccio totale di linguaggi, vita, politica, metafisica, spiritualità che spinge il cinema oltre se stesso per trasformarsi in un atto di fede nell’amore, nell’immaginazione, nella possibilità delle coscienze di rinnovarsi. È difficile scansare la retorica vuota degli aggettivi e delle parole a effetto nel tentativo di rendere conto di un’esperienza di visione che, in ossequio alla triade classica, commuove, diletta e fa pensare. Si tratta, certo, di un’opera esigente, capace di osare l’eccesso, ma proprio per questo priva della protervia con cui il nostro tempo di vita viene confiscato oggi dalle logiche spettacolari di tante illusioni spacciate per cinema da piattaforme ed “eventi” festivalieri.

Il trittico è stato presentato in anteprima mondiale, Fuori concorso, al 74° Locarno Film Festival in una sala sintomaticamente non certo esaurita. Eppure, si trattava di una tra le principali ragioni di interesse di questa edizione della manifestazione, non foss’altro perché in quella sala è successo qualcosa di forse irripetibile. Chi era presente ha potuto assistere alle tre sedute di proiezione e poi dialogare con i registi, le interpreti Rafaela Jacinto e Angela Cerveira nonché Luís Miguel Cintra, incarnazione di quella straordinaria stagione del cinema portoghese che ha avuto in Manoel de Oliveira, João César Monteiro e Paulo Rocha i suoi maestri e in lui l’attore simbolo. Al film, Cintra presta la voce leggendo alcuni dei testi sacri che innervano l’opera, in particolare brani dalla Genesi e dall’Apocalisse di Giovanni. Nonostante sia oggi sofferente, Cintra è rimasto in sala per tutto il tempo e ai pochi intimi presenti ha riferito di essere rassicurato dal fatto che Pathos Ethos Logos rappresenta un “cinema nuovo”, una promessa di futuro. Inoltre, in questa occasione ha firmato una riflessione sul film e sul lavoro della coppia di autori, reticenti a spiegare a parole la loro opera, in cui si legge: “dalla forma camaleontica ma intensamente organizzata. Tanto marginale quanto povero, tanto ricco quanto ampio, attuale, chiaramente realizzato con l’argenteria di famiglia perché in fondo solo da quella può nascere l’oro vero”.

Sono passati circa cinque anni da Rabo de peixe (2015), girato e montato in più fasi da Pinto e Leonel sin dal 1999, film sulle difficoltà di una comunità di pescatori delle Azzorre di fronte alle trasformazioni tecniche ed economiche del lavoro ma anche sul cinema come esperienza di consapevolezza e cambiamento. Otto anni sono trascorsi invece da E Agora? Lembra-me (2013), in cui Pinto intesseva il diario della sua sieropositività e della speranza in una cura sperimentale con reminiscenze di vita cinematografica e affettiva nella cornice di un omaggio poetico alla meraviglia della vita e dell’arte. Ora, Pinto e Leonel distolgono lo sguardo da sé e lo puntano sul mondo, sui suoi miti fondativi che si rinnovano nella contemporaneità. La storia, ambientata tra 2017, 2028 e 2037, prende avvio quando il destino di un’insegnante in pensione che vive sola a Lisbona, Angela, incontra quello di Fabiana e Claudio, una coppia di giovanissimi sposi che sta per avere un figlio. Alla ricerca di un appartamento, i due vengono accolti dalla donna che di lì a poco parte per un viaggio nei luoghi della sua storia famigliare. Al ritorno, la coppia è scomparsa. Dieci anni dopo, una Vigilia di Natale, l’orfano dei due giovani, Ruben, fa visita ad Angela. Nel buio delle loro esistenze solitarie filtra la luce di un nuovo inizio possibile: Angela adotta Ruben e diventa una madre senza marito, come la vergine Maria. La crescita di Ruben è una traversata del deserto dedicata a elaborare il trauma originario, a ricostruire il momento della propria nascita e la morte dei suoi, una scena primaria squarciata dal grido di dolore con cui Fabiana lo diede alla luce. Ad accompagnarlo ci sono le pagine del diario scritto da lei durante la gravidanza ma sono frammentarie, più che una cometa un miraggio, una reliquia che lo conforta in un cammino senza fine.

Parallelamente a questa vicenda, che si articola con andirivieni temporali per tutti i tre capitoli del trittico, si sviluppano le storie di Telmo, reduce di guerra e appassionato di storia militare che reagisce allo shock post-traumatico realizzando un monumentale diorama dei conflitti di tutti i tempi, e quella di Rafaela, una ragazza che cerca il proprio posto nel mondo con l’intransigenza di una santa guerriera come Giovanna d’Arco: la ragazza conserva in camera un poster del film di Dreyer che poi si squarcerà nel momento in cui, tra la sua vocazione di attrice e quella di infermiera, sceglierà la seconda arruolandosi in Medici Senza Frontiere. Nel suo personaggio il film fa rivivere una pluralità di figure storiche o mitiche: da Simone Weil – con le meditazioni sul dissidio tra vita e pensiero, su esilio, alienazione e libertà, sui pericoli dello spirito gregario – all’indomita Vibia Perpetua che subì il martirio, fino ad Antigone e alla sua ricerca di una giustizia assoluta.

Il film abbraccia tutta la riflessione occidentale sul rapporto tra Verbo e carne, tra segno e realtà, tra natura e percezione da Platone e Aristotele alla Bibbia al Quixote mettendo in scena in primo e secondo piano presenze emblematiche del nostro tempo: gli anziani soli con la mente che vacilla, le neo-femministe, i corpi trans*, le persone con lavori precari, i profughi, i colonizzati, i gitani come popolo senza frontiere tra i più maltrattati della storia. E lo fa senza didascalismi bensì con il bisogno di elaborare un’epica popolare contemporanea che pone al centro della scena i più umili, che più sanno e soffrono per la condanna originale inflitta da Dio agli esseri umani: “Con il sudore della fronte mangerai il pane finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai”. Il cristianesimo è per Pinto/Leonel un codice poetico, un orizzonte simbolico da reinventare dando più peso all’amore e alla forza della fede che alla colpa e al peccato.

Il film prende le forme di un organismo in costante mutazione tra dramma, road movie, repertori bellici (la distruzione del monastero di Montecassino), contemplazione paesaggistica, tableau vivants teatrali, dialoghi psicoanalitici o platonici, immagini satellitari del cosmo, frammenti di youtube, fotoreportage accompagnati da un tappeto sonoro in cui oltre alle voci narranti, ai frammenti di meditazioni filosofiche, spirituali, poetiche, linguistiche tra i Vangeli, Pessoa e Weil, risuonano Schubert, Sibelius e Ligeti ma anche New Order, Massive Attack e Gracias a la vida di Mercedes Sosa. Pathos Ethos Logos è smisurato, eccedente, deliberatamente imperfetto, attento a non esaurirsi in un artefatto conchiuso, univoco e limpido perché, come viene enunciato nella parte conclusiva di Logos: “l’eccesso di luce impedisce agli occhi di vedere” e “l’immagine vera non è illuminata ma illuminante”. Talune ridondanze narrative e la solennità tuonante della musica in alcune sequenze sono un gesto cinematografico che aggredendo i sensi esprime lo smarrimento di senso che pesa sulla condizione umana. D’altro canto, in portoghese, sensi e senso si dicono con una stessa parola, sentido.

CultFrame 08/2021

TRAMA
Le vite di alcuni personaggi di diverse generazioni, origini ed estrazioni sociali si intrecciano nel Portogallo del 2017, 2028 e 2037. Le loro vicende esistenziali esprimono il ricorrere nel tempo di domande fondamentali sulla condizione umana, sul valore dell’arte nella società, sull’amore, sul senso della vita.

CREDITI
Titolo internazionale: Pathos Ethos Logos / Regia: Joaquim Pinto e Nuno Leonel Coelho / Sceneggiatura: Joaquim Pinto e Nuno Leonel Coelho / Montaggio: Joaquim Pinto e Nuno Leonel Coelho / Fotografia: Joaquim Pinto e Nuno Leonel Coelho / Musica: Ligeti, Massive Attack, Monteverdi, New Order, Schubert, Sibelius, Mercedes Sosa / Interpreti: Rafaela Jacinto, Angela Cerveira, Fabiana Silva, Sofia Marques, Hugo Tourita, Mariana Monteiro, Cláudio Ribeiro, Telmo Matias, Mario Coelho, Jaime Ribeiro, Ana Libório, Luís Miguel Cintra, Sofia Almendra, Maria Madalena, Jo Bernardo, Marta Correia, Eduarda Chiotte, Nuno Felix da Costa, B. F. Costa, Francisco Ferreira / Produzione: Avant-Guerre / Paese: Portogallo, 2021 / Durata: 641 minuti.

SUL WEB
Filmografia di Joaquim Pinto
Filmografia di Nuno Leonel
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