I mille volti dell’eroismo nella serialità televisiva

Serie TV. The Umbrella Academy

Definire il concetto di eroe è estremamente complesso. Si può tentare di delimitarne il significato analizzando che cosa è e che cosa non è, quali sono le caratteristiche che gli appartengono e quelle che gli sono del tutto sconosciute, ma certamente, nel difficile tentativo di definizione, non si può prescindere dall’analisi del contesto. Ogni epoca, infatti, ha trovato un modo diverso per delineare la figura dell’eroe, ponendo in evidenza differenti sfumature: l’eroe epico, tale, suo malgrado, per volere divino, pedina mossa da una volontà superiore; l’eroe tragico, più libero ma allo stesso tempo consapevole del peso di una colpa che non potrà che trasformarsi in punizione; l’eroe romantico, che prende le distanze dalle convenzioni sociali per sperimentare l’ispirazione, l’avventura, il desiderio di libertà. Tutti diversi, eppure tutti accomunati da uno stesso bisogno: quello di credere che nella natura umana sia radicata, nel profondo, la capacità di fronteggiare i propri demoni interiori, la conflittualità, il dubbio, risultandone vincitori. Gli esseri umani, in ogni tempo e in ogni contesto, hanno sempre avuto bisogno di questo, di un esempio di coraggio, integrità e perseveranza da prendere a modello, nella speranza di trovare la stessa forza per ricomporre il proprio Io e il proprio mondo quando sembra stiano andando irrimediabilmente in pezzi.

Numerose sono le rappresentazioni che si ritrovano nel mondo dell’arte, della letteratura, del cinema, ma è durante i periodi di profonda incertezza e crisi, come quello contingente, che le manifestazioni si moltiplicano a dismisura, delineando profili nuovi, sempre più “reali” e “plausibili”. Tali eroi non sembrano più altro da noi, esseri dalle sembianze umane ma dalle capacità sovrumane. Sono uomini, donne o addirittura ragazzini del tutto simili a noi: agiscono in modo straordinario per fronteggiare una situazione complessa, ma sono quanto di più lontano dalla perfezione si possa immaginare. Prima di salvare gli altri o il mondo intero, devono salvare se stessi, trovare un equilibrio, capire come fronteggiare la propria incompiutezza, e ciò non può che avvicinarli a noi, creando un forte sentimento di empatia.

Il cinema e la serialità televisiva, in questo senso, di recente hanno fornito una quantità di esempi notevole. Esiste una generale tendenza a ricalcare insistentemente il tema dell’eroe o del super-eroe, ma forse questo modo nuovo, più “moderno” e libero da restrizioni, di delinearli rappresenta un margine ancora abbastanza ampio all’interno del quale poter sperimentare e costruire narrazioni.

Il discrimine tra eroe e super-eroe si assottiglia sempre più, fino quasi a scomparire. Ne sono un esempio i personaggi protagonisti delle serie The Umbrella Academy (Netflix) e The Boys (Amazon). In entrambi i casi ci troviamo di fronte alla composizione di due famiglie, ma di tipologia decisamente diversa.

In The Umbrella Academy i sette protagonisti sono “fratelli” che hanno in comune una nascita anomala, inaspettata, che ha coinvolto diverse donne in tutto il mondo. A riunirli, adottandoli, è un eccentrico miliardario, Reginald Hargreeves, il cui obiettivo non è garantire a questi bambini una famiglia: il suo scopo è quello di addestrarli a utilizzare i propri poteri al fine di creare una squadra di paladini. I bambini, crescendo, diventeranno sempre più consapevoli di se stessi, delle loro capacità ma anche, soprattutto, delle loro mancanze. La carenza affettiva unita all’obbligo di salvare (ripetutamente) il mondo darà vita a una famiglia disfunzionale nella quale il destino di molti sarà condizionato dalle relazioni tra pochi, i sette, che sentono come preponderante il bisogno di ricomporre, prima di ogni altra cosa, loro stessi.

Serie TV. The Boys

La struttura narrativa di The Boys, invece, va in direzione opposta e contraria. I super-eroi sono veri e propri prodotti commerciali gestiti da una grande multinazionale che ne sfrutta l’immagine, in ogni modo possibile, per trarne profitto. Il gruppo dei Super, formato dai Sette e capitanato dall’eroe americano per eccellenza, Patriota, è una cerchia di uomini e donne ambivalente: se da un lato sono in grado di partecipare a missioni pericolose e salvare vite umane ricorrendo all’utilizzo di poteri straordinari (che non possiedono per nascita, ma grazie alla somministrazione di un composto), nel “privato” si mostrano per ciò che sono, star capricciose dedite ai peggiori vizi, del tutto disinteressate alla salvezza dell’umanità, alla morte degli innocenti, e desiderose di rimanere sempre sotto i riflettori per non perdere uno status sociale che li distingue dalla massa. In questa narrazione è forte l’ironia nei confronti del concetto stesso di eroismo, di come viene sfruttato (se non addirittura abusato) soprattutto nel mondo contemporaneo, e di quanto il bisogno comune di paladini non faccia altro che accecarci di fronte a una chiara evidenza: solo noi possiamo salvare noi stessi, ma a patto di mantenere vivo e vitale ciò che ci rende umani, a partire da consapevolezza e coscienza.

Altre narrazioni, che hanno ottenuto grande successo di critica e pubblico, hanno trattato il tema dell’eroismo secondo punti di vista diversi, ponendo al centro figure femminili. In The Handmaid’s Tale (Hulu), Fleabag (Amazon) o The Marvelous Mrs. Maisel (Amazon) la declinazione al femminile offre la possibilità di cambiare prospettiva e di trovare modi nuovi di definire che cosa sia l’eroismo. Senza necessità di super poteri, costumi o composti speciali, le donne protagoniste di queste serie tv dimostrano quanto coraggio sia presente nella normalità della nostra esistenza, se solo si è in grado di cogliere l’occasione per dimostrarlo.

In The Handmaid’s Tale il coraggio della protagonista è una necessità. Catapultata in una distopia che l’ha resa schiava, di proprietà di qualcuno, con l’unico scopo di procreare e portare nuova vita in un mondo sterile, June ha solo poche armi per salvarsi: il ricordo di chi era e di chi vuole tornare ad essere, e la comunanza con le altre donne. La condivisione della consapevolezza profonda di una condizione ingiusta unita al coraggio di reagire, o quantomeno di tentare di farlo, diventano armi potentissime, capaci di rovesciare anche il più terribile dei regimi.

Serie TV. Fleabag

Nella comunicazione c’è un potere ancora più forte di quello di qualsiasi super eroe, ed è una presa di coscienza che si ritrova, pur con sfumature diverse, anche in Fleabag. La protagonista di questa serie è una giovane donna che vive a Londra tra mille (e comuni) difficoltà: ha una famiglia disfunzionale, ha problemi economici legati alla gestione della caffetteria che aveva aperto con la sua migliore amica (deceduta qualche tempo prima, lasciando un vuoto enorme) e ha una vita sentimentale e sessuale del tutto instabile. È una donna come tante altre, verrebbe da pensare, perciò in che cosa risiede il suo eroismo? Proprio nella sua capacità di condividere e comunicare il proprio Io, in modo talmente sincero e onesto da diventare tagliente e a tratti doloroso. La protagonista non rivela mai il proprio nome, non condivide informazioni non necessarie, ma guarda in macchina, direttamente negli occhi del proprio pubblico. Infrange la quarta parete e si rende vulnerabile, condivide il dolore di un trauma che sembra insopportabile e dimostra che è sempre possibile andare avanti, ricomporre i pezzi, anche quando sembrano sbiaditi e irriconoscibili. E lo fa senza rinunciare all’ironia e al sorriso, altre armi potentissime che vengono maneggiate con grande maestria anche da The Marvelous Mrs. Maisel.

Serie TV. The Marvelous Mrs. Maisel

Miriam “Midge” Maisel è una casalinga ebrea nella New York del 1958. È benestante, gode dei privilegi che il suo status sociale le garantisce, ma deve sottostare a una serie di regole non scritte. Come comportarsi, come vestirsi, cosa e quanto mangiare, come apparire, ma soprattutto cosa dire o non dire. Mentre il marito Joel tenta invano di costruirsi una carriera come comico, Midge acquisisce la consapevolezza di essere lei quella capace di far ridere. Di avere i tempi, l’ironia e la prontezza necessaria per improvvisare davanti al pubblico, sul palco. Quando lo fa si trasforma, spogliandosi dell’immagine che le è stata cucita addosso per diventare una donna più moderna e libera, che non ha paura di ricorrere alla volgarità (solo quando la situazione lo richiede) o di usare il proprio vissuto personale per trasformarlo in materia comica. Il suo coraggio, quando tutti cercano di ostacolarla o di “riportarla alla realtà” è di riuscire a perseverare, a credere nelle proprie capacità e a non provare alcuna vergogna: se le definizioni non prevedono una possibilità, ciò non significa che questa sia da escludere a priori. Le definizioni si possono modificare, perciò una donna della New York del 1958 può essere madre di due figli, una buona ebrea, ma anche una comica formidabile capace di riempire le sale dei migliori club.

Serie TV. Stranger Things

Un’altra sfumatura interessante nel modo in cui il cinema e la serialità contemporanea rappresentano l’eroismo è quello che coinvolge i ragazzi e i bambini. È indubbio affermare che anche in passato il cinema abbia dato spazio a protagonisti molto giovani, ma si moltiplicano i casi, oggi, in cui le ragazze e i ragazzi non solo manifestano un grande eroismo, ma lo fanno con una consapevolezza che di solito si raggiunge solo in età adulta. Le narrazioni contemporanee, ancor più che in precedenza, raccontano l’infanzia e l’adolescenza come universi a tutto tondo, dotati di specifiche caratteristiche, senza relegarli a condizione di passaggio destinata a essere velocemente superata. In questi momenti di scoperta sono presenti in nuce elementi che potranno subire ulteriori sviluppi o che potranno essere del tutto annullati, tutto dipende dallo sguardo di chi osserva. Il gesto eroico, dunque, non necessariamente è legato a capacità sovraumane, come quelle della giovane Undici di Stranger Things (Netflix). È anche nel sostegno cieco dei suoi amici, ragazzi senza proprietà speciali, ma comunque capaci di agire in maniera straordinaria, quando necessario. Il loro vero coraggio risiede nel riuscire ad essere se stessi, nell’andare oltre l’innocenza dello sguardo infantile per riuscire a vedere il mondo per ciò che è, senza rimanerne sopraffatti. Nel saper decidere, anche quando ciò può apparire estremo e terribilmente doloroso. È esattamente ciò che fanno i bambini protagonisti di Favolacce, “seconda opera prima” (così l’hanno definita) dei fratelli D’Innocenzo: in un contesto già di per sé complesso (la periferia), in cui gli adulti hanno perso ogni moralità, condizionati dal bisogno di apparire e incapaci di essere, i bambini sentono forte il peso di una condanna irreversibile, una coazione a ripetere che li costringerà a replicarli, senza speranza di poter essere diversi, magari migliori. Nella loro perdita di innocenza, che è consapevolezza della realtà più che termine dell’infanzia, prende forma una scelta tanto estrema, quanto coraggiosa: un’uscita di scena silenziosa come male minore, verso l’infinito prolungamento di un’età che non li vede irrimediabilmente contaminati.

“Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, disse Brecht, immaginando un’utopia che non siamo ancora in grado nemmeno di immaginare. Forse non arriverà mai un tempo che non ha bisogno di eroi, autosufficiente, autodefinito, equilibrato. Forse continueremo sempre a sentire l’atavico bisogno di un esempio da seguire, come è sempre stato. E non è necessariamente un male. Nel frattempo, però, la società e le sue regole cambiano, costantemente, cambiando anche noi e producendo idee nuove. Perciò quello che si può fare è continuare ad analizzare questo cambiamento e il modo sempre nuovo di raccontarlo.

© CultFrame 11/2020

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