Gabriele Basilico, l’idea di metropoli e il punto di vista

Gabriele Basilico. Rio de Janeiro, 2011. © Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico. Rio de Janeiro, 2011. © Archivio Gabriele Basilico

Secondo il filosofo Gilles Deleuze la città non esisterebbe “al di là dei punti di vista sulla città” e si rintraccerebbe “nell’accordo di tutti i punti di vista”. Tale posizione ci serve per entrare attraverso il giusto varco nel territorio estremamente complicato della rappresentazione della metropoli nelle arti visuali e figurative.

Quest’impostazione ci fa comprendere immediatamente quanto possa essere parziale la visione di un artista visivo che intenda da una precisa dislocazione fisica nel mondo raccontare a livello sociale l’essenza di una grande città. Tutt’al più, infatti, un singolo individuo (maggiormente quando si esprime con la fotografia) può generare un’inquadratura/punto di vista che è in grado di far emergere un senso estetico soggettivo, ovvero un sentimento individuale che si esaurisce nel tempo indistinto di uno scatto e che risulta, di conseguenza, totalmente evanescente.

E allora come ci si può porre, ad esempio, di fronte alla monumentale opera legata alla figurazione della metropoli moderna messa in atto dall’artista italiano Gabriele Basilico? Una possibile risposta viene fornita dalla grande mostra allestita presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma fino al 13 aprile 2020 (a cura di Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia). L’esposizione, intitolata semplicemente Gabriele Basilico. Metropoli, è composta da duecentocinquanta opere, suddivise in cinque grandi sezioni che forniscono al visitatore la possibilità di peregrinare con lo sguardo da Milano a Shanghai, da Beirut a Tel Aviv, fino a Mosca e a New York.

Non ci soffermeremo sulle decisioni strettamente curatoriali, di fatto sempre discutibili, quanto piuttosto sugli aspetti positivi della mostra che riguardano, invece, le scelte delle immagini, scelte che evidenziano l’impianto culturale/visuale del lavoro di Basilico e possono permettere a chiunque (dal critico al semplice visitatore) di inoltrarsi in modo approfondito nel “pericoloso” tema della rappresentazione della metropoli.

Gabriele Basilico. San Francisco, 2007. © Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico. San Francisco, 2007. © Archivio Gabriele Basilico

Fotografare una città significa, infatti, confrontarsi con un sistema di pregiudizi mentali che obbliga lo sguardo a percepire solo determinate cose. A ciò, è necessario aggiungere un’altra questione: la città moderna è un organismo autonomo, una macchina di impulsi erotizzanti (sonori, visivi, olfattivi) che tende a dominare severamente la sensibilità dell’individuo.

Ebbene, ciò che colpisce dell’opera di Basilico sull’argomento è un fatto preciso: il fotografo milanese sembra essere perfettamente consapevole di tali elementi e riesce a evitare la sterile dominanza unidirezionale della città sul suo sguardo.

Ma quale strumento adotta Basilico per evitare i suoi inevitabili e umani preconcetti? Come primo fattore è doveroso sottolineare come il fotografo cerchi attraverso uno sforzo di oggettività di guardare con distacco intellettuale il convulso sistema di linee e di pieghe della città. Il suo sguardo distante e algido è, in tal senso, uno strumento espressivo di fondamentale importanza ed è riscontrabile nella grande maggioranza delle fotografie esposte al Palazzo delle Esposizioni (a parte quelle di Roma).

Gabriele Basilico. Milano Porta nuova, 2012. © Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico. Milano Porta nuova, 2012. © Archivio Gabriele Basilico

Ma c’è qualcosa di più. Basilico, infatti, adotta sovente una fattispecie linguistica che potremmo definire dell’istanza narrante. Le metropoli sono spesso inquadrate grazie a campi lunghissimi e a una vertiginosa angolazione dall’alto verso il basso. Ciò comporta una sapiente spersonalizzazione del punto di vista. Basilico esce fuori di sé, distacca il suo sguardo dal suo corpo e lascia che la città si narri  solo apparentemente in modo autonomo e prevaricante. Non è Basilico a tentare in modo frustrante di rappresentare la città ma una sorta di entità indefinita che a sua volta domina (veramente) sulla città stessa, conoscendone tutti i segreti più nascosti. La metropoli è in realtà letteralmente posseduta/attraversata da un’entità guardante che l’abbraccia integralmente non avendo nulla a che fare con lei.

In sostanza, l’azione creativa di Basilico sembra  essere connotata da una dimensione più filosofica che strettamente fotografica (meno che mai descrittiva) e paradossalmente, proprio grazie a questa impostazione, finisce per fornire a chi guarda una raffigurazione della metropoli molto più vicina alla dimensione sociale/antropologica rispetto a qualsiasi banale e prevedibile reportage di tipo fotogiornalistico.

Questo punto di vista “altro” fa emergere più che la struttura grafico-geometrica della città e il carattere sociale dei quartieri, la sostanza della sua materia organica. I palazzi, le strade, la struttura architettonico-urbanistica che viene fuori dalle sue inquadrature rappresentano in verità la materia dei corpi e dei volti delle persone che abitano i grovigli cittadini. In tal senso, Basilico è senza dubbio più vicino a Godard, cioè al cinema, che alla storia della fotografia.

Frame tratto dal film "Due o tre cose che so di Lei" dii Jean-Luc Godard (1966)
Frame tratto dal film “Due o tre cose che so di Lei” dii Jean-Luc Godard (1966)

Nel capolavoro Due o tre cose che so di Lei (1966), film “dedicato” alla regione di Parigi e alla capitale francese intesa come immenso spazio metropolitano in fase evolutiva, a un certo punto la protagonista femminile, personaggio interpretato da Marina Vlady, mentre il suo volto è inquadrato con sullo sfondo la facciata orribile di un palazzone di una banlieu dice:

E’ stata una sensazione buffa, è tutto il giorno che ci penso: la sensazione di appartenere a quest’ambiente, di essere fatta io stessa di cemento, di essere io la città… la fisionomia della città è il mio volto. Il che vuol dire che la città ha una faccia qualunque, con un ‘espressione un po’ particolare.

Godard ci insegna come le componenti di una metropoli rispecchino l’essenza dei singoli individui che la abitano, la vivono, forse la immaginano. Mentre Marina Vlady fa queste affermazioni, la macchina da presa compie una mirabile panoramica a 360°. Godard , quindi, attraverso il dinamismo dell’inquadratura illustra ciò che fa dire al suo personaggio.

Gabriele Basilico. Shanghai, 2010. © Archivio Gabriele Basilico
Gabriele Basilico. Shanghai, 2010. © Archivio Gabriele Basilico

A differenza del grande cineasta francese, Basilico agisce con la fotografia e dunque non può linguisticamente percorrere la strada di Godard.  L’artista visivo milanese, però, riesce nello stesso intento dell’autore di Fino all’ultimo respiro, inquadrando dall’alto le metropoli e componendo un viaggio espressivo senza direzione che alla fine si conclude idealmente sempre nello stesso posto (esattamente come una panoramica a 360°).

Tale posto non è un luogo fisico, una piazza o un paesaggio urbano ben identificabile ma un’idea tutta mentale che intende la città non come spazio identitario mutante, in base alle latitudini geografiche o ai popoli che lo riempiono. Basilico cerca instancabilmente nel mondo qualcosa che non riesce a identificare (fortunatamente) e per questo a ogni scatto si ritrova sempre nella stessa condizione. E tale meccanismo non deve essere inteso come un difetto sminuente, un limite, bensì come il raggiungimento di una consapevolezza che pochissimi fotografi che si sono misurati con la città hanno mai saputo raggiungere.

© CultFrame 02/2020

INFORMAZIONI
Mostra: Gabriele Basilico. Metropoli
A cura di Giovanna Calvenzi e Filippo Maggia
Dal 25 gennaio al 13 aprile 2020
Palazzo delle Esposizioni / Via Nazionale 194, Roma / Tel: 06.696271 / info.pde@palaexpo.it
Orario: domenica, martedì, mercoledì e giovedì 10.00 – 20.00 / venerdì e sabato 10.00 – 22.30 / chiuso lunedì
Biglietto: Intero € 12,50  / Ridotto € 10,00

SUL WEB
Palazzo delle Esposizioni, Roma