La scuola al cinema, il cinema come scuola. Spunti a partire da alcuni documentari recenti

Frame tratto dal film "Adolescentes" di Sebastien Lifshitz
Frame tratto dal film “Adolescentes” di Sebastien Lifshitz

Il mondo della scuola e il tempo dell’adolescenza sono tra i soggetti cinematografici più ricorrenti, sin dal cinema delle origini, e quasi sterminato è il catalogo dei film che trattando tali temi ci mettono di fronte a questioni di portata filosofica e metalinguistica, quali il tempo e lo spazio del cinema, oltre che del fare cinema. Eppure, non sempre il cinema entra nelle scuole nel modo migliore possibile. Il ruolo ancillare assegnato ai film nel sistema scolastico, quello per intenderci delle visioni a sostegno o in sostituzione di lezioni di storia, in occasione del Giorno della Memoria e così via, sembra infatti appena scalfito anche dalle attuali ‘buone pratiche’ sostenute da bandi ministeriali che invitano a guardare, analizzare e in qualche caso a realizzare cinema nelle scuole.

Di genesi analoga, due film prodotti oltralpe e presentati in dittico, seppur in sezioni diverse, sia al 72° Festival di Locarno sia al Doclisboa 2019 mostrano bene alcune delle possibilità scaturite dall’incontro tra due autori affermati di cinema documentario e gli studenti di altrettante scuole francesi. Si tratta di Adolescentes (femminile plurale) di Sébastien Lifshitz e Un film dramatique di Eric Baudelaire. Nel primo, Lifshitz pedina gli studenti di una cittadina di provincia e sceglie di concentrarsi sulle vite di Emma e Anaïs, seguendole dai 13 ai 18 anni di età: inizialmente molto amiche, le due ragazze provengono da ambienti sociali assai differenti che ne separeranno i destini, e il film si apre anche al ritratto delle rispettive famiglie. Nel secondo, Baudelaire ha seguito per quattro anni, dagli 11 ai 15, un gruppo di alunni del collège Dora Maar di Saint-Denis, alla periferia di Parigi, dando loro la macchina da presa e la libertà di scegliere cosa raccontare e come farlo a partire da se stessi, svuotando dal di dentro gli stereotipi del “film de banlieue”.

Frame tratto dal film “Adolescentes” di Sebastien Lifshitz
Frame tratto dal film “Adolescentes” di Sebastien Lifshitz

Opere come queste esibiscono al contempo i caratteri del film a soggetto, del film d’osservazione, del film-laboratorio o del film di montaggio (a partire da un repertorio che si crea nel corso della stessa esperienza scolastica, accumulandosi di anno in anno in più stagioni di riprese) ma pur mantenendo una peculiare forma ibrida si presentano soprattutto come esplorazioni spazio-temporali.

Tutte le tipologie molteplici di produzioni con protagonisti giovani in età scolare, difatti, indagano in primis uno spazio per lo più precluso agli adulti, quello scolastico ed eventualmente quello domestico delle camerette e delle solitudini quotidiane nelle ore in cui i genitori lavorano: spazi, questi ultimi, le cui immagini sono negli ultimi anni molto presenti sui social, restando nondimeno spazi di solitudine. In Un film dramatique, dopo le concitate riunioni a scuola della classe di cinema, vediamo per esempio ragazzine riprendersi mentre cucinano da sole spaghetti con metodi improbabili o mangiano patatine davanti alla televisione. In Adolescentes l’attenzione si focalizza invece presto sul rapporto delle due protagoniste con i genitori, in particolare con due madri diversissime tra loro ma che si ritrovano più o meno colpevolmente a interpretare la parte degli antagonisti dei desideri e delle aspirazioni delle figlie: quando la loro presenza è troppo pesante in casa, ecco che gli spazi urbani intorno alla scuola diventano il luogo in cui coltivare amicizie, e i primi amori.

Frame tratto dal "Film dramatique" di Eric Baudelaire
Frame tratto dal “Film dramatique” di Eric Baudelaire

Naturalmente, nessuno di questi spazi ‘altri’ rispetto a quelli degli adulti è però immune dagli smottamenti del reale, dello spazio-tempo sociale in cui vivono tanto i genitori quanto i figli. In Adolescentes si discute in classe dell’attacco terroristico alla redazione di Charlie Hebdo, poi si manifesta a scuola per le vittime del Bataclan e si seguono in famiglia, su fronti opposti, le elezioni presidenziali del 2017. Anche in Un film dramatique ci si confronta in classe sugli attentati che portano nelle famiglie di francesi di seconda generazione e di cultura musulmana accesi dibattiti sull’Isis e il Daesh, che un’insegnante spiega sarebbe il nome di un fiore. Altrettanto complesso è un lungo confronto tra studenti sulle loro origini: per un piccolo franco-rumeno vale di più l’esser nato in Francia, per un suo compagno franco-ivoriano le vere origini sono soltanto quelle dei genitori. Poi, in occasione delle medesime elezioni che premieranno Macron sono gli stessi studenti ad affiggere nelle strade i manifesti di una finta campagna elettorale i cui slogan invitano a riflettere sul cinema del reale distinguendo i partigiani del sonoro in presa diretta e quelli del sonoro sincronizzato.

Se il film di Lifshitz è girato con maestria e mano invisibile puntando a svelare le leggi invisibili del determinismo sociale che segnano i percorsi scolastici sempre più divergenti delle due protagoniste, nonostante la scelta finale della più borghese di iscriversi proprio a una facoltà di cinema, Baudelaire realizza invece un autentico film-laboratorio, com’è evidente sin dal titolo tratto da una discussione tra i componenti della sua classe divenuta troupe che merita di essere riportata almeno in parte.

Guy-Yanis: Mais attends, tu vas me dire, le film, c’est une comédie, c’est un drame…
David: On peut dire que c’est un film dramatique, vu que c’est dramatique qu’on ait oublié le son à St-Denis et qu’on a besoin du son. C’est dramatique. Si dans un film, y a une personne qui meurt, c’est dramatique. Ben là, le son il est resté à St-Ouen, c’est dramatique.
[Silenzio]
David: C’est dramatique, oui ou non ?
Guy-Yanis: Non.
Rabyatou: Mais là, on n’a pas expliqué, genre, la vie des collégiens, on n’a pas dit: “Tous les matins, on se lève…” C’est pas un documentaire.
David: On est en train de raconter comment nous, on a subi le choc du son.
Anida, Rabyatou: Mais c’est pas un documentaire.

Frame tratto da "Film dramatique" di Eric Baudelaire
Frame tratto da “Film dramatique” di Eric Baudelaire

In questo genere di lavori è davvero essenziale il montaggio, non sempre aperto ai ragazzi e nel caso di Baudelaire affidato a una specialista del calibro di Claire Atherton, la montatrice di Chantal Akerman che all’ultimo Festival di Locarno ha ricevuto un importante premio alla carriera. Il regista, al fine di dare respiro e una prima restituzione che coinvolgesse gli stessi protagonisti, aveva però già presentato nel 2018 al Cinéma du Reel di Parigi tre episodi di una versione diversa del film intitolata 128 semaines au college Dora Maar. In ogni progetto per fare cinema con adolescenti, dunque, si ha necessità di tempo e il tempo è una delle dimensioni fondamentali di tale lavoro, il suo soggetto e oggetto principale. Non solo perché nel tempo dell’adolescenza – e lo conferma l’effetto-Boyhood che accompagna la visione di questi film – tre anni possono portare più cambiamenti che trent’anni di vita adulta, ma anche perché ci vuole tempo per dare una forma a un film che corrisponda al percorso di scoperta di sé e del mondo di persone così giovani.

Alla Festa del Cinema di Roma 2019 si è potuto vedere anche un documentario che ha molto a che fare con questi processi: È meglio che tu pensi la tua di Davide Vavalà è dedicato all’ultimo anno di insegnamento del maestro Franco Lorenzoni, che decide di realizzare un breve film con la sua ultima quinta elementare. Dalla condivisione delle idee più disparate all’individuazione di un soggetto che ne includa il più possibile, dal disegno dello storyboard alle riprese, le varie fasi di creazione di un cortometraggio (vedi link alla fine dell’articolo) sono seguite da Vavalà e dai suoi collaboratori, che le filmano quasi come in un backstage. Ma ciò che conta di questo lavoro è la possibilità di vedere in opera i metodi didattici che Lorenzoni ha praticato nella fase conclusiva della sua carriera nella piccola scuola di Giove, in Umbria: ogni giornata è un laboratorio e per discutere il mito della caverna di Platone si esce dalla classe e ci si siede in cerchio in una grotta non troppo distante; lavorare sulle immagini, fisse e in movimento, porta a concentrarsi anche sulla propria interiorità e sull’immaginario che la nutre; fare cinema e fare teatro servono a trovare un modo e un ritmo per stare insieme in un gruppo o, confrontandosi con Aristofane, a parlare di violenza e nonviolenza.

A partire dai presupposti dei primi giochi infantili che sono tutti un “fare finta di”, nelle esperienze più intense di questo tipo si intrecciano inestricabilmente un modo di intendere la scuola come laboratorio di cittadinanza e un approccio al cinema come laboratorio di sé e del mondo, dove la macchina da presa non è mai un mero occhio esterno giudicante ma un mezzo che permette di tessere relazioni tra l’individuale e il sociale.

© CultFrame 11/2019

SUL WEB
Il bosco al contrario. Corto della scuola elementare di Giove coordinato da Franco Lorenzoni, 2018