La pazza gioia. Un film di Paolo Virzì

Paolo VirzìEvitiamo di concentrarci su due questioni che ci allontanerebbero in modo deciso da un tentativo di analisi di tipo (più possibile) oggettivo: l’evidente impostazione citazionistica e il legame profondo con la commedia all’italiana (a cominciare dal titolo). Se ci soffermassimo in maniera pignola su questi due aspetti non ne usciremmo più fuori e faremmo due torti: uno a Paolo Virzì, come autore, e un altro al suo film, La pazza gioia.

Diciamo ciò, perché non vogliamo alimentare il prevedibile gioco al massacro nei riguardi di “tutto” il cinema italiano (che sarebbe, secondo alcuni, per principio tutto da buttare via). Allo stesso tempo, non ci interessa, invece, partecipare al festival degli elogi incondizionati, comportamento che, di fatto, rappresenta la negazione dell’esercizio critico e finisce per creare degli “intoccabili” (ma non è il caso di Virzì) su cui nulla è possibile dire.

Dobbiamo partire, a nostro avviso, dalla constatazione che La pazza gioia è un lungometraggio che prende spunto da un’idea contenutistica (di cinema) molto rischiosa. Il disagio psicologico collocato dentro l’universo femminile, la rappresentazione della “follia”, la separazione netta tra mondo muliebre e visione maschile, la solidarietà intima tra donne, il rifiuto da parte della società del concetto di fragilità. Tutti argomenti, questi appena elencati, fortemente prevedibili che sono riconducibili alla trama de La pazza gioia e che hanno messo a rischio la compattezza espressiva del film.
In tal senso, se dovessimo individuare delle reali problematiche creative all’interno di questa operazione cinematografica non potremmo che puntare l’attenzione sulla sceneggiatura (firmata dallo stesso regista insieme alla collega Francesca Archibugi) che presenta non poche cadute nella banalità, specie nella fase di avvicinamento alla conclusione della vicenda.

Paolo Virzì

In particolar modo, nella parte terminale della “fuga” delle due protagoniste si inanellano situazioni palesemente scontate e forzate: il colloquio della pirotecnica Beatrice Morandini Valdirana con la famiglia adottiva del figlio della sua amica Donatella, la sequenza dell’incontro al mare tra la suddetta famiglia (stucchevolmente buonista e comprensiva) e la stessa Donatella, a cui sostanzialmente viene dato il permesso di fare un bagno con il figlio “perduto”. Inoltre, la descrizione del mondo maschile è decisamente negativa e non se ne comprende il motivo. Gli uomini sono grotteschi e patetici (l’ex marito della Valdirana), squallidi e volgari (il padre del figlio di Donatella), inetti e superficiali (il papà di Donatella e il direttore sanitario della comunità terapeutica dove le due protagoniste sono ricoverate), oppure delinquenti. Tale rigida e artificiosa suddivisione di genere (in senso qualitativo) abbassa notevolmente il valore di una vicenda che, invece, possiede dei tratti di estremo interesse.

Paolo VirzìSu questa base non proprio confortante, si poggia la cifra registica di Paolo Virzì che, è doveroso dirlo, con la sua solita verve riesce a rendere accettabile ciò che si palesa come scontato. D’altra parte Virzì è un abilissimo utilizzatore dalla macchina cinema: la sa gestire perfettamente, è in grado di sottolineare passaggi, smorzare la tensione, concentrarsi amorevolmente sui personaggi, effettuare sterzate improvvise, attirare l’attenzione dello spettatore.

Così, La pazza gioia riesce a trovare un suo (seppur precario) baricentro proprio grazie alle capacità del suo regista, al suo desiderio di delineare le figure delle due donne protagoniste grazie a un mix appropriato di “amore verso i personaggi” e contrappesi espressivi.

Valeria Bruni Tedeschi (Beatrice Morandini Valdirana) e Micaela Ramazzotti (Donatella Morelli) sono state chiamate a sostenere due ruoli molto difficili ed entrambe, con tutta evidenza, hanno fatto del loro meglio, con la differenza che la prima ha sforato più volte nel caricaturale e nell’eccesso (ma forse era anche il pericolo che portava con sé il suo personaggio) mentre la seconda, probabilmente grazie alla natura di un ruolo più interiore, ha saputo percorrere una strada senza dubbio più bilanciata ed efficace.

© CultFrame 05/2016


TRAMA
Beatrice e Donatella sono due donne con gravi problemi psicologici. Entrambe, dopo gravi episodi, sono state “costrette” in base all’ordinanza di un giudice a essere ricoverate presso un centro terapeutico per donne affette da disagi mentali. Le due, molto diverse per carattere ed estrazione sociale, dopo un’iniziale diffidenza stringeranno un rapporto di amicizia molto intenso che le porterà a fuggire dalla comunità dove vivono.

CREDITI
Titolo: La pazza gioia / Regia: Paolo Virzì / Sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesca Archibugi / Fotografia: Vladan Radovic / Montaggio: Cecilia Zanuso / Scenografia: Tonino Zera / Musiche: Carlo Virzì/ Interpreti: Valeria Bruni Tedeschi, Micaela Ramazzotti, Valentina Carnelutti, Marco Messeri, Anna Galiena, Tommaso Ragno, Bob Messini / Produzione: Lotus Production, Motorino Amaranto, Rai Cinema, Manny Films, Indefilms 4 / Distribuzione: 01 Distribution / Anno: 2016 / Origine: Italia, Francia / Durata: 116 min.

SUL WEB
Filmografia di paolo Virzì
01 Distribution

1 commenti

  1. Mi permetto un appunto
    Sula famiglia adottiva il termine buonismo mi sembra eccessivo, anzi oserei dire che la famiglia si comporta in maniera responsabile durante l’incontro del figlio con la madre naturale. Faccio parte di una associazione di famiglie adottive e le assicuro che la famiglia di origine non deve essere considerata come il “nemico” ma una parte sempre presente, seppur dolorosa della vita del figlio adottato. Non è un caso che molti psicologi e psichiatri che si occupano di adozionI sollecitano per una nuova legge sulle adozioni che non tagli in maniera drastica i rapporti con le origini dei minori adottati chiaramente esclusivamente per il loro bene. Non è quindi buonismo ma amore.
    Bravolevo Virzì

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