Visibility. Riflessioni sulla mostra di Jeff Wall al Tel Aviv Museum of Art

Jeff Wall. A View from an Apartment (2004-5)

La mostra allestita al Tel Aviv Museum of Art dedicata a Jeff Wall (Visibility) impone ulteriori riflessioni sull’opera di questo significativo artista che ha evidenziato, con il suo lavoro, l’impossibilità di determinazione (specie nella nostra epoca) dei confini netti che in teoria dovrebbero separare le arti visive (fotografia, cinema, video, pittura) dalla fine XIX secolo agli inizi XXI.

Proprio il lavoro di Wall indica, invece, la chiara esistenza di un non catalogabile territorio espressivo, i cui limiti vengono costantemente oltrepassati, all’interno del quale alcuni autori, pur operando apparentemente in campi delimitati, edificano un tessuto creativo nel quale non conta (per fortuna) solo il linguaggio utilizzato ma anche il sistema delle idee al quale attingono e le implicazioni filosofiche che vengono generate. Proprio tale aspetto fa emergere la sofisticata rete connettiva che, ad esempio, unisce Wall ad altri artisti con i quali condivide elementi meticci di una dimensione visuale ben più complessa rispetto alle prevedibili catalogazioni accademiche.

Ecco, così, emergere dal corposo catalogo elaborato per l’esposizione israeliana (intitolato Jeff Wall e pubblicato dal Tel Aviv Museum of Art e da Shpilman Institute for Photography) un quadro critico nell’ambito del quale le opere dell’artista canadese sono avvicinate ora a dipinti di Eugene Delacroix, ora a quelli di Gustave Callebotte, fino a Edouard Manet e George Seurat.

Non v’è dubbio che le influenze pittoriche sulle immagini di Jeff Wall siano fattori non contestabili. Questo aspetto è legato a questioni compositive e di luce e a un’atmosfera estetica che senza meno indirizza il pensiero del fruitore a importanti esperienze espressive della storia del linguaggio pittorico. Così, agli artisti già citati sarebbe possibile, a nostro avviso, aggiungere anche Edgar Degas e Pierre-Auguste Renoir, soprattutto nel caso della fotografia intitolata After “Spring Snow” by Yukio Mishima, chapter 34, delicata a raffigurazione femminile contraddistinta da una morbida impostazione cromatica e da una “gentilezza” del gesto e della postura, fattore quest’ultimo che evoca le opere dei due autori francesi.

Ma ciò che a nostro avviso caratterizza in modo unico il percorso di Jeff Wall è una tendenza a operare in un campo in cui la pittura rappresenta solo la base di partenza di un discorso d’autore che intende collocarsi invece, fortemente, nella dimensione tecnologica delle arti visive contemporanee. Non è un caso, a tal proposito (come si evidenzia anche nel suo libro Gestus – Scritti sull’arte e la fotografia), che siano proprio il video e, ancor di più, il cinema le aree creative con le quali Wall intende dialogare.
Il fotografo di Vancouver mette a fuoco proprio nei suoi studi teorici pubblicati in Gestus il collegamento tra la sua opera e il linguaggio cinematografico ((…) Questa riflessione mi indusse a concentrarmi sul fatto che le tecniche usualmente identificate con il film, sono in effetti semplicemente tecniche fotografiche, e sono dunque accessibili, almeno tecnicamente, a qualsiasi fotografo”.). D’altronde, tale elemento si percepisce anche dalle scelte dello stesso Wall: uso del lightbox, tendenza alle grandi dimensioni delle immagini, impostazione delle scene dal sapore filmico, azioni bloccate, sistema di produzione artistica simile a quello cinematografico.

Attingendo ai lavori esposti a Tel Aviv, è possibile inoltre rintracciare un meccanismo espressivo che trasporta Jeff Wall in un universo visivo che è del tutto sovrapponibile a quello di Michelangelo Antonioni. In particolare, sembra essere L’eclisse (1962) a manifestarsi come il testo visuale di riferimento.

In A view from an apartment (2004-05) si respira lo stesso clima di straniamento e di sospensione della realtà che contrassegna tutte le fasi iniziali del capolavoro antonioniano. Il mondo è reinquadrato dalla finestra aperta sull’esterno e testimonia la natura enigmatica di un reale marmorizzato in “infrastrutture” che sembrano non avere alcun senso. Le due donne che appaiono dentro l’immagine compiono azioni (camminare e leggere) separate e sono al centro di un potente corto circuito della comunicazione, esattamente come Monica Vitti e Francisco Rabal nel “prologo” de L’eclisse.

 
1. J. Wall. Odradek, Táboritská 8, Prague, 18 July 1994 (1994) – 2. M. Antonioni. L’eclisse (1962)

In Odradek, Táboritská 8, Prague, 18 July 1994 le pur evidenti relazioni con il racconto di Franz Kafka Il tormento del capofamiglia (1917) non escludono (anzi amplificano) ulteriori collegamenti con L’eclisse. Il soggetto della fotografia è una giovane donna che scende le scale di uno stabile. L’azione è sospesa, l’ambiente cupo e misterioso, una sensazione di vacuità riempie il frame. Come non pensare, a tal proposito, al personaggio di Monica Vitti che nel pre-finale de L’eclisse scende le scale uscendo dal palazzo del suo “spasimante” Alain Delon?

 
1. J. Wall. Picture for Women (1979) – 2. M. Antonioni. L’eclisse (1962)

Le interconnessioni tra Wall e il film L’eclisse sono, inoltre, più che evidenti in Picture for Women del 1979. Un uomo e una donna riflessi in un grande specchio sono bloccati in posizioni totalmente separate. Non si guardano, non comunicano, interagiscono visivamente solo grazie alla grande superficie riflettente che li rende visibili. Incomunicabilità, non senso, incapacità di relazionarsi, solitudine, straniamento, contraddistinguono allo stesso modo Picture for Women e il già citato “prologo” de L’eclisse.

 
1. J. Wall. Men Waiting (2006) – 2. M. Antonioni. Il deserto rosso (1964)

Ma anche Il deserto rosso (più che il genere noir, chiamato in causa in un saggio pubblicato sul catalogo della mostra del Tel Aviv Musem of Art) si configura come un “luogo creativo” frequentato da Wall. In Men Waiting (2006) sono ritratti dei soggetti immobili e rigidi, impiantati nello spazio come alberi, “chiusi” in un vuoto che allude a un abisso indecifrabile e che li rende molto simili ai protagonisti de Il deserto rosso, fantasmi nel nulla, individui “in attesa”, paralizzati nella nebbia e ormai completamente incapaci di rapportarsi tra loro.

Da questa nostra riflessione viene fuori, dunque, un nesso (a nostro parere evidente) tra le elaborazioni delle visioni di Michelangelo Antonioni e quelle di Jeff Wall, e più genericamente tra il linguaggio fotografico e quello cinematografico, tra elementi contenutistici tipici del cinema d’autore europeo degli anni Sessanta e la poetica di Wall che, proprio per tali motivi, può essere considerato più che un fotografo che guarda (solo) al passato (cioè alla pittura del XIX secolo), un artista che agisce e pensa nel presente e che considera il cinema del Novecento e la videoarte i territori ideali verso i quali dirigere il proprio sguardo.

© CultFrame 01/2014


INFORMAZIONI

Jeff Wall: Visibility / Curator: Nili Goren
Tel Aviv Museum of Art
Dal 16 settembre al 25 gennaio 2014
Shaul Hamalech Blvd 27, Tel Aviv / Telefono: 03.6077020
Orario: lunedì, mercoledì, sabato 10.00 – 16.00 / martedì, giovedì 10.00 – 22.00 / venerdì 10.00 – 14.00
Biglietto: intero 50 shekel / ridotto 40 shekel

Catalogo: JEFF WALL: VISIBILITY
Editors: Dr. Aya Lurie, Nili Goren, Shalom Shpilman
Pages: 248 / Languages: Hebrew, English
ISBN: 978-965-539-078-0

LINK

CULTFRAME. Gestus. Scritti sull’arte e la fotografia. Un libro di Jeff Wall di Maurizio G. De Bonis
CULTFRAME. Actuality. Mostra di Jeff Wall di Giovanna Gammarota
Tel Aviv Museum of Art

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