Actuality. Mostra di Jeff Wall

Vuoto e pieno. Asciutto e bagnato. Realtà e finzione. In questa esposizione retrospettiva, Jeff Wall, artista canadese – in mostra al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano – mostra il desiderio di dialogare con l’osservatore circa le “assenze” che compaiono nelle sue immagini. Nelle sue opere, l’autore lascia sovente qualcosa in sospeso che lo spettatore deve cercare, di cui deve rendersi conto. Questo atto del cercare, conduce a una sorta di pregnante osservazione che parla al fruitore, aiutandolo a trovare indizi nascosti o semplicemente confusi con la realtà. Realtà che sembra dire qualcos’altro. Infatti, in opere come Young man wet with rain (2011) non vediamo la pioggia che ha bagnato gli abiti del ragazzo ripreso, e in Pawnshop (2009) non conosciamo le intenzioni che muovono i personaggi ritratti, nell’atto di depositare oggetti al banco dei pegni. Eppure la scena ci cattura tanto da farci porre delle domande: cosa porta questi soggetti all’agire?

Jeff Wall dice che i suoi lavori “iniziano con il non fotografare”. Si tratta di “forme della memoria”. Guardare per comprendere. Guardare più a lungo, meglio, di nuovo. Ed è così che le immagini sembrano quasi far parte di un’unica storia, o di più storie, se vogliamo, collegate tra loro, in quello che appare essere il fluire della vita quotidiana con tutti i suoi problemi e i suoi incastri. Molte di queste scene, come in Insomnia (1994), sono riprodotte fedelmente dall’autore in studio, ciascuna di esse scaturisce dal suo proprio osservare. Successivamente l’immagine passa attraverso una sorta di elaborazione mutuata dai fatti conservati nella memoria, luogo in cui confluiscono tutte le informazioni che servono a codificare la scena rappresentata. In Morning cleaning (1999), mondi diversi sono messi in connessione, e l’elemento che fa da comune denominatore è la luce. Un uomo è ritratto nell’atto di lavare i vetri della Mies van der Rohe Foundation, luogo dedicato a un designer di culto. Pulizia nel mattino e del mattino, luce che esplode come significato anche di “chiarezza”. La scena è lì, davanti ai nostri occhi, nella sua semplicità, quella di un uomo che lava i vetri in una mattina di sole. Ed ecco che l’estetica cede il posto a un quotidiano essenziale, necessario alla sua stessa ragione d’essere.

In un’altra sala vediamo alcuni scatti che assumono inquietanti fattezze. Alludono a violenze latenti, immaginate, come Mimic (1982) o Bloodstained garment (2003): saranno poi accadute? Accadranno? Il lavoro di Wall, attraverso le sue molteplici sfaccettature, dimostra come si possa osservare ogni cosa ritraendola nel suo habitat originario, lasciando libera l’immaginazione dell’osservatore di verificare le diverse interpretazioni, tutte ugualmente plausibili. Il filo conduttore che attraversa le immagini di Jeff Wall, il suo concetto, è riconoscibile in tutta la sua produzione, come una costante che si rinnova, che continua a scrutare, a indagare: realtà e finzione sono la stessa cosa? La realtà è sceneggiata con attenzione spasmodica, come in A man with a rifle (2000) dove un uomo finge di imbracciare un fucile nell’atto di sparare sui passanti per strada: una finzione, appunto, ma potrebbe essere realtà.

E ancora: altre immagini ritraggono soggetti intenti in un “fare” attento. Una donna che consulta un catalogo (A woman consulting a catalogue, 2005) o un uomo che sfoglia i propri ricordi racchiusi in una cassetta (Autentication, 2010). Qui l’autore ci mostra come le “cose necessitino di cura e affetto” – spiega il curatore Francesco Bonami nelle sue note – collegamento, anche questo, alla memoria e, di conseguenza, alla vita.

E la memoria diventa il filo rosso che percorre le fotografie di questo autore, collegandole le une alle altre. La coerenza artistica che, negli anni, ha attraversato la sua opera, le rende fruibili, nonostante appartengano a periodi a volte molto distanti tra loro. Possono i luoghi ricordare? Indipendentemente dalla memoria che le persone hanno dei luoghi stessi? Questo il quesito che l’autore ci propone, e lo spunto per domandarcelo sta in una serie di immagini scattate in Sicilia nel 2007. Un quesito che attraversa tutto il percorso creativo di Wall. Paesaggi desolati e desolanti, testimoni di un “accaduto” tornati all’anonimato. Luoghi e persone che racchiudono una forza “calma” e ben definita, che si radica nell’immaginario, pur non manifestando nulla del proprio vissuto. In qualche caso, le immagini giungono ad apparire come studi preparatori a qualcosa che non avviene o che è parte dello studio stesso: accade mentre lo guardiamo (Figures on sidewalk, 2008).

Anche nelle serie Blind window e Diagonal composition, il lavoro di Wall dialoga con la memoria, trasformando luoghi apparentemente insignificanti, in vedute esteticamente coerenti, creando un immaginario a tratti cinematografico. Dunque realtà o finzione? Jeff Wall non coglie l’attimo, lo costruisce mettendolo in scena. Ciò nonostante la sua finzione è realtà, in un raro esempio di sovrapposizione. Il suo è un racconto mutuato dalla memoria, propria e altrui. Frammenti che si incuneano nell’immaginario di chi osserva, gettando il seme di una meditazione che germinerà, lo si voglia o meno, divenendo qualcosa di vissuto.

© CultFrame 04/2013

 

IMMAGINI
1 © Jeff Wall, Insomnia, 1994, courtesy dell’artista
2 © Jeff Wall, Mimic, 1992, courtesy dell’artista

INFORMAZIONI
Jeff Wall, Actuality
Dal 19 marzo al 9 giugno 2013
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea / via Palestro 14, Milano / Telefono 02.88446359/360
Orario: lunedì 14.30 – 19.30; martedì – domenica 09.30 – 19.30; giovedì 09.30 – 22.30
Biglietto: 8 euro

LINK
Il sito della mostra Actuality di Jeff Wall allestita presso PAC di Milano