Scrittura e fotografia in Tecniche di liberazione di Mariangela Guatteri

Tecniche di liberazione è un’esperienza più che un documento visivo testuale, testi e immagini non hanno una funzione descrittiva, non è questo lo scopo a mio avviso. La finalità ci appare come un’esigenza di comprensione, un tentativo: fondere testo e immagini in un unico piano di senso. Che poi lo scopo sia stato raggiunto, sfiorato o meno, non ha quell’importanza che di solito si attribuisce ad un risultato compiuto, ben fatto, non è quella la direzione in cui cercare. Il valore è nella tensione costante di sintesi che emerge tramite una volontà precisa, condensata in questi versi che Mariangela Guatteri allestisce in questo lavoro: “Gli oggetti. I vocaboli. Relazioni di causa effetto.”
Da annotare, di dovere, che per l’autrice questo lavoro ha valenza di testo, tra l’altro inedito, che prenderà la forma di un libro. Il titolo già porta una sfida aperta e dichiarata: liberarsi dall’uso unilaterale e consueto dei linguaggi, che poi equivale anche a una conseguenza precisa; de-stratificare le tecniche con cui si è costantemente e coerentemente instaurato lo status symbol della comunicazione, fatta passare per informazione. Per niente paradossale; salutare tentativo tutto da assimilare, di profonda comprensione del sé, un attacco diretto alla modalità quotidiana e ripetitiva del percepire se stessi e ciò che ci circonda.

Ho usato il verbo assimilare con una consapevolezza ben precisa e cioè che assimilare è un processo fisiologico automatico, un adattamento biologico: non possiamo comandarci di assimilare; come non ci poniamo, non ci comandiamo affatto di dare un senso agli stereotipati e condizionanti comunicati giornalieri dei vari media. Invece dobbiamo continuamente chiederci se, per esempio, Tecniche di liberazione ha una funzionalità e, o invece no, conseguenze sulla nostra esistenza.
È d’obbligo una logica, anche se a volte esitiamo. Un tentativo di avvicinamento a questa esperienza è notare che l’impaginato, la struttura dialogica tra scrittura e fotografia, non ha una connotazione precisa, diciamo rituale in una qualche maniera, bensì è aperta e in continua trasformazione, come ciò che ci circonda, e questo elemento è da tenere nella massima considerazione. Il piano delle pagine aperte va oltre la finitezza fisica del foglio su cui sono esposti segni grafici e fotografici, ha una continuità nella pagina aperta. Non è certo una novità però; in questo caso dobbiamo dargli una valenza di sutura più che una volontà di far combaciare dei tagli, proprio per dare senso alla continuità della percezione, del ricevere, più che alla comprensione, che deve in continuazione accostare i margini delle nostre ampie e varie categorie di sussistenza, i comparti del sapere. Non accostare i piani in maniera logica. Questo è possibile? C’è un margine di esercizio in questa direzione? Il mio parere in proposito è sì. Sì, se vi è una frequentazione intellettuale con tentativi come questo di Mariangela Guatteri.

Mariangela Guatteri   Mariangela Guatteri   Mariangela Guatteri   Mariangela Guatteri

A darne ragione sono tutti quegli autori (e non sono pochi) che con continuità elaborano esperimenti di interazione tra i “saperi”, tra i linguaggi. Frequentare questi propositi con un atteggiamento di comprensione, che non deve essere necessariamente di condivisione, non mette a rischio la nostra storia biologica né tanto meno lo sviluppo psicologico e sociale delle nostre esistenze, non fosse altro che la conoscenza si è sempre basata sulla creatività della specie. Questa è una strategia (appunto Tecniche di liberazione), un tentativo di osservare se vi sono altri possibili orizzonti conoscitivi da cui apprendere ulteriori presenze e modi che arricchiscano la nostra coscienza: non sono tentativi autolesionistici di quello che viene considerato un’irrefrenabile relativismo.

In questo ci sarà sicuramente d’aiuto l’ipotesi, con una definizione innovativa, del concetto di creatività che Emilio Garroni (1925-2005, filosofo, è stato professore di Estetica nell’Università La Sapienza di Roma) ci invita a prendere in considerazione: Garroni identifica la creatività con l’adattamento, di cui riporta continui riferimenti dall’etologia, alla genetica, alla teoria dell’evoluzione, alla linguistica.

Nella creatività è insita una funzione biologica, proprio in rapporto alla distanza tra la nostra rappresentazione e l’oggetto in sé della nostra osservazione. In sostanza quando ci proponiamo di attivare, creativamente, un possibile percorso di conoscenza alternativo, di dare senso all’ignoto, attraversiamo quel terreno, cosi detto di nessuno, in cui è il nostro spirito di adattamento a guidarci e a tutelare la nostra sopravvivenza. Pertanto è un territorio in cui “tutti” possiamo avventurarci, non solo gli assegnatari della definizione di creativi che sembra relegata ad onore di pochi. Ecco che la frequentazione, in virtù di una creatività biologica, può divenire, libera da presupposti gerarchici, territorio in cui condividere o meno un’esperienza di ricerca. Suturare, ricucire le modalità del sapere, come qui avviene tra scrittura e fotografia, potrà divenire così un bagaglio a cui tutti possiamo accedere essendone, volendo, degli attori partecipi. Mariangela Guatteri con determinatezza ci invita a tentare (e lo possiamo fare), ad osservare da altre prospettive; così spostandoci leggermente dal nostro punto di osservazione abituale possiamo accorgerci che effettivamente, cambiando prospettiva, cambia l’oggetto osservato.
E questo avviene in maniera naturale, creativa, in ognuno di noi.

© CultFrame – Punto di Svista 10/2013

SUL WEB
Mariangela Guatteri. Da tecniche di liberazione
(in PDF)
Mariangela Guatteri – Il sito