Le fotografie? Meno importanti delle idee. Una riflessione su un testo di Albert Watson

di Maurizio G. De Bonis

albert_watsonMartedì 15 settembre, Il Corriere della Sera ha dedicato due pagine alla mostra intitolata Il coniglio bianco, allestita dal 18 settembre al 22 novembre, presso il Centro Internazionale di Fotografia Forma di Milano. L’autore preso in esame è lo scozzese Albert Watson, da molti anni trapiantato negli Stati Uniti.

Per quel che riguarda l’informazione italiana si tratta di un evento pressoché epocale. Che il maggiore quotidiano nazionale dedichi due pagine a un esponente dell’arte fotografica è qualcosa di incredibile, trattamento di tutto riguardo raramente riservato a un artista dello scatto.

Albert Watson, noto soprattutto per il suo lavoro nell’ambito della moda e del nudo, non è fotografo che riempie i nostri pensieri; non rappresenta certo un modello che alimenta il nostro immaginario. Si tratta, comunque, di un grande professionista che ha edificato una carriera considerevole e che ha sempre dato particolare attenzione all’universo femminile.

 

Ciò di cui vogliamo parlare, è piuttosto l’apparato teorico su quale Watson basa il suo lavoro. Tale apparato è ben delineato nell’estratto del testo del catalogo della mostra pubblicato proprio sul Corriere della Sera, a firma dello stesso Watson.

L’abbiamo letto e riletto, ogni volta cercando nuovi spunti di riflessione. E l’abbiamo sempre trovati.

Il primo elemento che salta all’occhio è la semplicità e l’umiltà attraverso le quali Watson si pone all’interno del meccanismo della creatività fotografica. Già solo questo atteggiamento rappresenta un vero insegnamento sia per chi pratica la fotografia sia per chi la studia.

Scorrendo il testo, ci si può accorgere però della presenza di almeno tre punti fondamentali che spesso nell’ambiente della fotografia vengono considerati ovvi ma che in verità appaiono del tutto dimenticati, specie da certi fotografi ormai ossessionati solo dal desiderio di apparire piuttosto che dalla voglia di studiare, imparare e costruire un proprio mondo poetico autonomo. Ma andiamo con ordine.

 

La prima “banale” riflessione che compie Watson riguarda il suo rapporto con la tecnica. L’autore sostiene di essersi “molto impegnato a cercare di risolvere una serie di questioni tecniche legate alla fotografia”. Subito dopo specifica a chiare lettere però che non gli interessa la tecnica in sé, ma la possibilità di aprire nuove tendenze creative grazie al suo ausilio. La poetica e lo stile, dunque, per Watson vengono prima del saper utilizzare lo strumento fotografico in modo funambolico, poiché fine del fotografo non è saper gestire virtuosisticamente la macchina e altre strumentazioni quanto piuttosto portare alla luce un universo espressivo compiuto tramite l’articolazione di un linguaggio.

Altro aspetto che ci ha particolarmente colpito è la “fierezza” con la quale Watson parla del suo eclettismo fotografico. Il fotografare in modi e in campi diversi è un evidente segno di vivacità intellettuale, di insofferenza agli schemi, di voglia di ricerca e di scoperta. Attraverso questo meccanismo si evitano i danni giganteschi della specializzazione, fattore che in genere porta a un’involuzione del processo creativo fotografico. Molti autori rassicurati da linguaggi che magari hanno decretato il loro momentaneo successo finiscono per ingabbiare la loro sfera creativa e per divenire macchine commerciali prive di anima. E ciò vale anche per quei fotografi che si occupano di tematiche sociali e/o politiche, i quali  non “cercano” più nulla ma meccanicamente “trovano” solo ciò che i mass media per i quali lavorano vogliono smerciare sul mercato malato dell’informazione.

Infine, la considerazione di Watson che ci ha maggiormente impressionato riguarda un aspetto semplice (di buon senso) che la fotografia contemporanea, specie quella legata al fotogiornalismo e al reportage, ha totalmente rimosso. Afferma Watson: “L’oggetto per me deve possedere un significato secondo, un livello nascosto o non subito evidente che io possa tirare fuori… Non sono le fotografie e i soggetti ad essere speciali ma le idee che racchiudono”.

 

Ebbene, tramite queste dichiarazioni Albert Watson, con l’umiltà che lo contraddistingue, ha evidenziato il male della fotografia di oggi. L’assenza di idee e di significati secondi, la mancanza di rapporto con il pensiero che sta dietro il fare fotografia. Watson evidenzia, dunque, la sostanza filosofico/concettuale della fotografia, sostanza che non riguarda solo un tipo di fotografia “artistica”, legata alla raffigurazione di cose decontestualizzate rispetto alla società, ma anche, e soprattutto, la questione del rapporto tra fotografia e realtà (cioè l’uso sociale della fotografia).

Utilizzando l’esemplare riflessione di Albert Watson, la proposta che sommessamente vorremmo fare al movimento fotografico italiano è: “ricominciamo dalle idee”.

 

©CultFrame 09/2009

 

 

IMMAGINI

Fotografia di Albert Watson

 

INFORMAZIONI

Il coniglio Bianco. Fotografie di Albert Watson

Dal 18 settembre al 22 novembre 2009

FORMA Centro Internazionale di Fotografia / Piazza Tito Lucrezio Caro 1, Milano / telefono: 0258118067

Orario: tutti i giorni 10.00 – 20.00 / giovedì e venerdì fino alle 22.00 / chiuso lunedì

Biglietto: intero 7.50 euro / ridotto 6 euro

 

LINK

CULTFRAME. Per una fotografia liberata dalle immagini

FORMA Centro Internazionale di Fotografia

 

 

 

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1 commento su “Le fotografie? Meno importanti delle idee. Una riflessione su un testo di Albert Watson”

  1. Annotare che un’articolo del genere sul maggiore quotidiano italiano risulti epocale è grottesco, ma va considerato di buon auspicio. Certo è che se il fotografo in questione con queste idee fosse stato un “Gerolamo Persichetti”
    ( non me ne voglia chi realmente si chiama così, è solo una questione di simpatia ) non solo non ci sarebbe stato l’articolo ma sarebbero state parole dettate al vento.
    Ma và bene così, anzi, destando l’attenzione puntuale delle antenne di Maurizio De Bonis e di Cultframe, estremamente attente alle questioni in merito, l’articolo induce a riflettere su questioni importanti e fondanti del fare fotografico ( e non solo ).
    Colgo l’occasione per segnalare un altro episodio epocale e quanto il primo grottesco, per quanti non ancora lo sapessero, l’uscita della prima traduzione in italiano di “ The Pencil of Nature” di William Henry Fox Talbot, dopo ben 163 anni dalla pubblicazione originale, per le edizioni Clueb di Bologna, anno 2007.
    Merito e vanto di ciò a Roberto Signorini, che qui ringrazio pubblicamente, per un lavoro analitico e di cesello, attento e preciso e pieno di spunti significanti.
    Rilancio con vigore la proposta di Maurizio “ ricominciamo dalle idee “ proponendo la lettura di questo testo essenziale per la formazione e la cultura di quanti abbiano a che fare con il dispositivo fotografico.

    Titolo per esteso del libro:
    “ Alle origini del fotografico – Lettura di The Pencil of Nature di William Henry Fox Talbot”

    Buona lettura,

    Pietro

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