Michael Powell & Emeric Pressburger. 36° Torino Film Festival

Frame tratto da "L'occhio che uccide" (1960)
Frame tratto da “L’occhio che uccide” (1960)

Che grande piacere trovare al Torino Film Festival 2018 il, anzi meglio, uno, dei capolavori di Michael Powell come L’occhio che uccide in una serata con recenti film horror. La curiosità e il piacere nascono dal fatto che Peeping Tom (titolo originale), firmato dal solo Powell (anche se necessariamente dobbiamo inserirlo all’interno della complessa e completa filmografia del duo, ossia Powell & Pressburger) non è propriamente un horror. Ma siamo felici che Emanuela Martini, direttrice del festival, ancorché curatrice della rassegna, l’abbia fatto perché solo cosi una parte del pubblico più giovane ha potuto riscoprire questo straordinario lungometraggio.

Detto ciò, procediamo con ordine. Il binomio Powell & Pressburger, a cui il TFF di quest’anno dedica una pressoché completa rassegna, non fu mai apprezzato molto dalla critica, soprattutto britannica. Sono stati sempre considerati degli artigiani che confezionavano delle pellicole spettacolari e divertenti, spesso prodotte dal guru Alexander Korda. Nulla di più. Ci sono voluti molti anni e registi come Martin Scorsese e Francis Ford Coppola perché il loro cinema venisse rivalutato. Nemmeno i tanto attenti francesi si sono accorti di loro, con unica eccezione di qualche critico della rivista Positif.

Così, che si tratti dell’affascinante e favolistico Il Ladro di Bagdad, firmato nel 1940 dal solo Powell, con Conrand Veidt (il Cesare de Il Gabinetto del dr Caligari), oppure degli spionistici La spia in nero del 1939 e Contraband del 1940, questi già firmati dal duo (sempre con tono espressionistico grazie anche alla presenza del solito Veidt) siamo davanti a piccoli grandi capolavori del cinema di genere che, insieme a quelli altrettanto importanti del periodo inglese di Alfred Hitchcock, hanno codificato le regole di quel gioco cinematografico.

Ma i veri grandi film di Powell & Pressburger dovevano ancora arrivare. Nel 1943, ad esempio, firmano Duello a Berlino. Il primo lavoro interamente loro. Una pellicola “realistica” su un tema assolutamente “fantastico”. Cosa che all’epoca creò non poche incomprensioni. Anche perché risulta difficile vederlo nella sua versione integrale di 160 minuti. Comunque, si tratta del primo lungometraggio che riunisce molti dei loro futuri collaboratori e che determina il loro stile, lanciando anche una giovanissima Deborah Kerr.

A Canterbury Tale è del 1944, mentre il film totalmente restaurato si è visto integrale solo nel 1977. Questa favola crudele è piena di magia e misticismo ed è ambientata in un mondo apparentemente normale in cui i tre protagonisti vanno in pellegrinaggio, durante la guerra, a Canterbury per cercare di esaudire i loro desideri. Un film lisergico pieno di scaramanzie e leggende. Mai visto niente di simile!

Frame tratto da "Scarpette rosse" (1948)
Frame tratto da “Scarpette rosse” (1948)

Infine, tre pellicole consecutive fondamentali: Scala in paradiso del 1946, con il sempreverde David Niven. Ancora una volta un lungometraggio fantastico in cui vita, morte, sogno e realtà si mescolano in modo inestricabile in un “magnifico scherzo, della parola e dello sguardo” (Emanuela Martini, “Powell & Pressburger”, Il castoro cinema). Passiamo poi al melodrammatico e sottovalutato Black Narcissus (1947), in cui un gruppo di suore in India si confronta con la selvaggia sensualità dei luoghi e dei locali. Una pellicola girata tutta in studio in Inghilterra con straordinarie scenografie e interpretazioni d’eccezione, da una ritrovata Deborah Kerr all’esordiente Jean Simmons. Black Narcissus è pieno di fisicità e di sudore, elementi che lasciano storditi critici e pubblico benpensante. E la scena finale di follia è di una modernità assoluta. Come tra l’altro anche la pellicola successiva ispirata a una favola di Hans Cristian Andersen, ossia Scarpette rosse del 1948. Red Shoes (titolo originale) è stato amato in maniera incondizionata dal pubblico e considerato l’apice del kitsch dai critici, ed è uno degli archetipi del film-balletto. Martin Scorsese scrisse: “Ho amato Red Shoes fin dalla prima visione… sono stato colpito dal suo mistero, dalla sua isteria. Dai primi piani degli occhi di Moira Shearer che sente essere trascinata verso la morte dalle scarpette oppure da se stessa”. E credo che questo basti per rendere Red Shoes uno dei film più straordinari della storia del cinema.

Frame tratto da "L'occhio che uccide" (1960)
Frame tratto da “L’occhio che uccide” (1960)

Saltando I Racconti di Hoffman (film pur importante), andiamo a chiudere questo nostro omaggio con l’indispensabile L’occhio che uccide. Nonostante sia firmato dal solo Michael Powell, il duo si era diviso sul finire degli anni ’50, questa pellicola contiene tutta l’esperienza che il regista aveva accumulato nel corso della collaborazione con Pressburger. Ebbene, mai critica è stata così negativa e oscena nei confronti di un’opera che affrontava il tema stesso del cinema (in senso metalinguistico) e della visione voyeuristica. Mentre tutto il mondo salutava come un capolavoro il contemporaneo, e curiosamente simile Psyco di Hitchcock, de L’occhio che uccide scrivevano: “Un film da buttare nella fogna più vicina”. Quest’opera magistrale, che narra la storia di un giovane fotografo di una rivista per solo adulti che uccideva le modelle con una lama nascosta dentro il treppiede del suo obbiettivo filmandole mentre agonizzavano, rifletteva in maniera potente sulla materia del cinema stesso. Questo film, comunque, diventò l’oggetto più oscuro della sua arte e Powell ne uscì distrutto.

La sua carriera, in ogni caso, non si concluse qui: alcuni film in Australia, tra cui uno addirittura con Walter Chiari, collaborazioni come consulente per Coppola con la sua Zoetrope, per il suo musical Un sogno lungo un giorno, e poi per Scorsese per la scelta di progetti da realizzare. Il suo ultimo film vero (per la TV) è stato, nel 1972, ancora una volta una pellicola, in collaborazione con Emeric Pressburger, dal titolo The Boy Who Turned Yellow (t.l. Il ragazzo che divento giallo).

Emeric Pressburger morì nel 1988, Michael Powell nel 1990. Il resto appartiene alla storia del cinema.

© CultFrame 12/2018

SUL WEB
CULTFRAME. 36° Torino Film Festival. Programma di Claudio Panella e Silvia Nugara
Filmografia di Michael Powell
Filmografia di Emeric Pressburger
Torino Film Festival – Il sito