Memoria e attualizzazione dell’orrore in Roman Polanski

Frame tratto da Quello che non so di lei di Roman Polanski
Frame tratto da Quello che non so di lei di Roman Polanski

Delphine e Leila, ovvero le diverse facce della stessa medaglia. Non due facce corrispondenti, equilibrate ed equivalenti. Non c’è confusione nel conflitto umano e interiore che si viene a verificare tra le due donne. Non c’è parità. Delphine è inerme, incredula di fronte alla forza dell’altra, indifesa (nonostante pensi di aver compreso i segreti della “sua amica”); Leila è invece determinata, sicura, esprime un odio feroce senza motivazione, un disprezzo assoluto che quasi annienta l’umanità di Delphine. Leila è una macchina perfetta e mostruosa dell’annullamento altrui.

Ebbene, i due personaggi centrali di Quello che non so de lei (D’après une histoire vraie) sono polanskiani all’ennesima potenza, rappresentano il precipitato di un processo interiore che lega l’autore franco-polacco al tema che ha contraddistinto (e continua a contraddistinguere) tutto il suo percorso filmico fin dal secondo cortometraggio della sua carriera ormai lunghissima: Il crimine (Mordestwo – 1956).

Quale sarebbe il tema in questione, vi domanderete? L’ho già scritto in una pubblicazione del 2007 (L’immagine della memoria – La Shoah tra cinema e fotograficaCapitolo III – Il caso Roman Polanski – Onyx Edizioni): la tragica ossessione nei riguardi della persecuzione, la dimensione angosciante della sopraffazione dell’essere umano sull’essere umano, in definitiva la Shoah. Non è mai piacevole doversi autocitare e in genere non lo faccio mai, ma nel caso specifico era necessario puntualizzare come questo articolo non sia nato semplicemente dal fatto che personalmente io abbia “amato” il suo ultimo film quanto piuttosto da un approccio al suo cinema complessivo molto più ampio rispetto all’analisi del singolo lungometraggio. Insomma, da uno studio estremamente lungo nel tempo che dura tuttora.

In sostanza, da sempre la mia posizione è che tutto il percorso creativo di Polanski si possa definire “cinema della memoria”, poiché attraverso le sue trame e i suoi personaggi ha lavorato all’attualizzazione dell’orrore, di un passato che con tutta evidenza ha riguardato tragicamente la sua famiglia.

Frame tratto da Il pianista di Roman Polanski
Frame tratto da Il pianista di Roman Polanski

Da Repulsion (1965) a Cul de Sac (1966), da Rosemary’s Baby (1968) a L’inquilino del terzo piano (1976), fino a Quello che non so di lei, appunto, quelle narrate da Polanski sono storie di annientamento dell’altro, vicende in cui la violenza oltre che fisica è anche mentale, psicologica. Ed è strano che ancora oggi, nonostante la realizzazione del suo capolavoro, Il pianista (2002), si fatichi a collocare Polanski in quel novero di straordinari artisti, di cui fanno parte ad esempio Christian Boltanski, Claude Lanzmann e Primo Levi, che hanno dedicato la loro opera alla memoria (e alla memoria della Shoah).

Non mi lascerò ora trasportare dal desiderio di analisi riguardo la sua ultima fatica registica, anche se la ritengo quasi sublime per essenzialità, rigore e chiarezza (nonostante alcuni difetti). Non è importante, nel caso di Polanski, esaltare (o criticare) questo o quel lungometraggio, è necessario invece contestualizzare la sua arte e il suo pensiero e collocare la sua opera in una regione della cultura occidentale che appare tra le più significative del Novecento e di questa prima parte di terzo millennio. E appare doveroso fare ciò proprio in questo periodo, in cui si assiste a un tentativo inquietante di sdoganamento di idee che sembravano morte e sepolte (vedi ad esempio il fascismo e l’antisemitismo).

Frame tratto da La morte e la fanciulla di Roman Polanski
Frame tratto da La morte e la fanciulla di Roman Polanski

Così, mi piace chiudere questa riflessione citando forse l’unico film in cui colei che è stata perseguitata, umiliata e addirittura torturata, Paulina Lorca Escobar (personaggio interpretato magistralmente da Sigourney Weaver), cerca di vendicarsi nei riguardi del suo aguzzino. Sto parlando de La morte e la fanciulla (1994), a mio avviso un gioiello sottovalutato che fa emergere con totale chiarezza la poetica di Roman Polanski.

Il gioco di ribaltamento dei ruoli sembra in questo lungometraggio alludere all’applicazione di una vendetta che poi evapora in una dimensione di inspiegabile sospensione, di impossibilità di ripagare veramente l’odio con l’odio, la violenza con la violenza, la persecuzione con la persecuzione. E in tal senso, Quello che non so di lei si chiude esattamente come La morte e la fanciulla.

Così, negli occhi dello spettatore non rimane altro che l’impossibilità del dialogo tra lo sguardo incredulo, quasi infantile, di Delphine, un’appropriata Emmanuelle Seigner, e quello perturbante, acido, tagliente, straordinariamente attraente ma ambiguo, di Leila, un’inquietante Eva Green.

© CultFrame 03/2018

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