The Sea Atlas. Mostra di Paola Binante a Torino

© Paola BInante. Salvatore, 1951
© Paola BInante. Salvatore, 1951

Paola Binante nell’installazione The Sea Atlas ricostruisce approdi e svela assonanze. Si riappropria della storia della trascrizione cartografica avvolgendo lo spettatore in un flusso di immagini in continuo movimento. Sulle pareti e sul soffitto dello spazio espositivo, una vecchia officina meccanica che reca ancora le tracce della sua antica funzione, finanche sulla vecchia 500 rossa, ancora presente in un angolo dell’officina, si alternano alcune tavole dell’Atlante che nel gennaio 2016 la New York Public Library ha messo in linea, parte delle più di 180.000 scansioni, tra documenti, fotografie, mappe, manoscritti, scaricabili accedendo alle pagine delle collezioni digitali. Tra i materiali messi in rete figurano le fotografie della Farm Security Adminstration e quelle degli immigrati confinati a Ellis Island realizzate da Lewis Hine; i documenti dei padri fondatori; manoscritti medievali, e circa 20.000 mappe e Atlas di New York city, del nord America e del mondo. Il progetto di digitalizzazione della biblioteca pubblica newyorchese si inserisce nel più generale processo di semplificazione e liberalizzazione dell’accesso a fondi documentari avviato ormai dieci anni orsono da istituzioni pubbliche e private. Potremmo leggervi, come auspica l’autrice, la promessa futura che anche “gli spostamenti dei popoli che da sempre si sono realizzati da più parti del mondo possano essere liberi da tutti i vincoli che gli Stati e l’uomo stesso crea attraverso le barriere”.

Possiamo oggi navigare in rete senza vincoli. O così, almeno, pare. La collezione digitale rende, certamente, disponibile da postazione remota un sapere prima accessibile soltanto in loco. Le biblioteche e gli archivi sono, per antonomasia, luoghi di conservazione della memoria. E in parte questo è vero, ma si può anche affermare che l’archivio è tanto un deposito di memorie quanto un luogo dell’oblio. E sarebbe sufficiente affrontare la storia della cartografia nautica per comprendere quanto sia indissolubilmente legata all’espansione mercantile e politica, e quanto poco all’esperienza quotidiana dei popoli. The Sea-Atlas il volume del cartografo Samuel Thornton, pubblicato a Londra nel 1702-1707, fa parte della raccolta di stampe provenienti da collezionisti privati che contiene carte nautiche, molte realizzate da John Thornton, fratello di Samuel. Nel frontespizio leggiamo: “An Hydrographical Description of most of the Sea-Coasts of the Knows Parts of the World”. Nelle tavole riscontriamo due modalità di rappresentazione: la carta nautica e la veduta dal mare. Nella cartografia nautica del XVIII secolo convivono raffigurazioni di carattere allegorico -velieri e animali marini disegnati in veduta prospettica che “solcano” i mari – e la rappresentazione simbolica di informazioni geografiche legate alla navigazione.

La cartografia nautica apparentemente fornisce le informazioni utili per la navigazione, ma, come sappiamo, propone codici di percezione del mondo. Delle diverse modalità di rappresentazione visiva del mondo si può ricostruire la storia. L’impulso alla scienza cartografica viene dalle Repubbliche marinare prima e dai Paesi Bassi nel seicento poi, grazie allo sviluppo marittimo e commerciale. Si deve all’olandese Gerardo Mercatore l’utilizzo del titolo Atlante per definire le raccolte cartografiche, dal nome del titano condannato a sostenere per l’eternità la volta del cielo affinché questa non cadesse sulla terra. Una storia, restituita per brevi cenni, il cui fil rouge è il sogno ambizioso di descrivere l’intero pianeta, i suoi mari e la sua terra.

L’unica mappa che potrebbe soddisfare questo sogno sarebbe quella esattamente sovrapponibile al territorio, la mappa scala 1:1 dell’Ultra-Paese, nella storia fantastica narrata da Lewis Carrol in Sylvie e Bruno (1889), o la mappa raccontata da Jeorge Luis Borges nel frammento Del rigore nella scienza di Storia naturale dell’infamia (1935, 1954): nell’impero descritto da Borges la scienza cartografica era arrivata a tal punto di perfezione da produrre una mappa che coincideva con l’estensione dell’impero stesso.

© Paola Binante. Akim, 2011
© Paola Binante. Akim, 2011

The Sea Atlas, l’installazione di Binante, è un dispositivo visivo che pone in relazione di senso le diverse modalità di trascrizione dei mari e l’esperienza del viaggio. I vascelli in balia del mare in tempesta raffigurati nelle tavole degli Atlanti cosmografici dialogano con i sacchetti di plastica abbandonati nei barconi arenati sulle coste siciliane. La rappresentazione degli oceani proposta nell’Altlas altro non è che l’apparato iconografico della storia delle potenze colonizzatrici e commerciali. Cruciale, nel progetto di Binante, è il problema dell’accesso alle informazioni. Il video visualizza l’odierna navigazione internet che rende accessibili le immagini della cartografia settecentesca. Sbarchi, un progetto fotografico concepito nel 2011 in forma di dittico, parte dell’installazione, trascrive, al tempo del Global Positioning System, il viaggio reale di uomini e donne che affrontano il mare senza essere in possesso di alcuna informazione sulla navigazione. Il sapere geografico dal quale originano la mappa e l’atlante, per giungere all’attuale sistema GPS, sarebbe, constata Massimo Quaini, un mezzo di accecamento.

Le fotografie di grande formato appese sul muro rivestito di mattoni bianchi nella parete di fondo dello spazio espositivo sono state realizzate nel 2011. Nell’ottobre di quello stesso anno due barconi di clandestini giunti sulle coste di Lampedusa sono stati trasportati a Genova per essere esposti nel padiglione “Memoria e Migrazioni” del Museo del Mare. Il barcone dei migranti approdato, più spesso naufragato lontano dalle caste di Lampedusa diviene un’installazione museale Le immagini di sbarchi sulle coste del Mediterraneo hanno occupato e occupano le prime pagine dei quotidiani e sono diffuse, sempre uguali, sugli schermi televisivi. Una moltitudine di visi e corpi accalcati su moderne “Zattere della Medusa”, corpi di uomini, donne e bambini naufragati sulle nostre coste. Siamo dinnanzi a un ripetuto “naufragio con spettatore”, che, come ha individuato Hans Blumenberg, è una delle metafora centrali della civiltà occidentale. Siamo noi gli spettatori che dagli schermi televisivi osservano quell’immane tragedia seduti al sicuro sulla sponda, profondati nel divano di casa. “Bello, quando sul mare si scontrano i venti/ e la cupa vastità delle acque si turba,/ guardare da terra il naufragio lontano./Non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina,/ma la distanza da una simile sorte” (Lucrezio, De rerum natura, II, 1-4).

© Lucia Miodini
(Estratto dal testo critico della mostra)

Cultframe – Punto di Svista 05/2016

INFORMAZIONI
Paola Binante – The Sea Atlas
Dal 12 al 27 maggio 2016
Officine 500 Gallery / Via Cesare Lombroso 15, Torino / Tel: 333.6863429 / informarte8@gmail.com
Orario: Su appuntamentoSUL WEB

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Il sito di Paola Binante