Fotografia e professione

Una fotografia coincide con se stessa ovunque compaia. Sia su Instagram e Facebook che attaccata al muro di un museo. O ficcata in un magazine. Patinato o no, uguale. Già detto altrove, più o meno con le stesse parole. La singola fotografia se ne può fregare altamente del proprio autore, e non si interroga sullo status che lui dichiara: fotografo fotografo, fotografo artista, fotografo domenicale, social, blogger o sa dio cos’altro. Il suo valore risiede in sé. La sua longevità e autonomia sancita da altre figure che non dipendono mai dall’etichetta che uno si appiccica.
Quindi insistere coi distinguo, guardando una fotografia per carpirne l’origine, è fuorviante. Soprattutto oggi in piena democrazia digitale. Definizione ipocrita e demagogica… ma che descrive bene il caos, soprattutto nell’accezione italiana.

Il termine autore definisce solo la relazione intima con l’immagine, ma non la sua figura professionale. E non appena si dice professione, intorno si crea il vuoto. Come se ci fosse un che di disonorevole. Come se ciò squalificasse d’emblée la fotografia, l’immagine che si sta guardando. La fotografia è disciplina. Anche se usi l’iPhone o qualsiasi strumento ti capiti in mano. Il contenuto, in qualsiasi forma si presenti, non cambia. E resta il parametro. Il punto è questo: quale parametro?
La tecnologia ha sempre influenzato e anche cambiato le carte in tavola. Le conseguenze sono sempre duplici. Come per la scissione dell’atomo. Che ha tecnicamente permesso il superamento dei combustibili fossili. Il rovescio della medaglia lo conosciamo tutti. Le tecnologie influenzano anche le professioni…

Side A: il digitale ha permesso di affrontare percorsi inimmaginabili; di avere a portata di mano e con minor dispendio soluzioni che permettono una maggiore definizione del come si vuole rappresentare il proprio linguaggio; di verificare istantaneamente la corrispondenza tra intento e prodotto. Ecc ecc in qualsiasi ambito la fotografia risponda a esigenze precise, quali che esse siano. Comprese le pareti dei musei. Insomma, tecnicamente una gran semplificazione! Un sollievo.

Side B: il digitale permette a chiunque e, fondamentale, a costo apparentemente prossimo allo zero, di produrre fotografie, determinando un aumento inverosimile della massa circolante di immagini; è tanto più accondiscendente quanto minori sono la conoscenza e la capacità di determinare un obiettivo, e in questo atrofizza cuore, cervello e budella e forse anche qualche altro organo, o muscolo; relega la produzione, il concepimento dell’immagine, a puro momento di acquisizione dei dati rimbalzando alla postproduzione la definizione genetica del linguaggio. Se non è così mi si spieghi cos’è tutta ‘sta plastica che gira, e mica solo bipedi più o meno abbigliati, ma anche paesaggio, e questo e quello. Pure il reportage, quello incline alla lacrima e quello incline alle macerie postindustriali.

Ora, nulla di così potente poteva intervenire a cambiare radicalmente il rapporto tra fotografia e professione. Impoverendo materialmente una generazione di fotografi, aumentando a dismisura la schiera di ridicoli e inespressivi artisti, e dulcis in fundo costringendo i magazine a continui restyling, peggiorativi in genere, alla ricerca spasmodica di consenso mediatico.

Sui magazine vale la pena soffermarsi, perché sono in qualche modo un parametro affidabile della condizione nel suo insieme. Per diverse generazioni di fotografi hanno rappresentato l’ambito dove costruire il proprio portfolio. E di fatto la prima vetrina dove esporsi. Diversi magazine fungevano da talent scout e col giovane fotografo instauravano un rapporto dialettico. Erano un reale luogo di crescita e la sperimentazione una prassi.

Per fatti miei non avrei mai potuto ritrarre certa gente nel modo in cui l’ho ritratta… non avrei mai fotografato in giro per il mondo armato di una Polaroid o una usa e getta e basta… non avrei mai fotografato il design per come lo intendo io. La rivista era mia complice e io felice di collaborarvi profondevo me stesso fino all’ultimo respiro. L’editoria periodica è stata per me l’ambito dove poter descrivere il mio percorso espressivo. E che mi ha permesso di attaccare fotografie, ben incorniciate, sulle pareti di qualche galleria e di qualche museo. Fotografare significava portarsi a casa innanzitutto delle immagini significative per l’autore. Impaginate poi con tutto lo spazio e il rispetto. Perché rappresentavano la cifra della rivista, la cui priorità era distinguersi nel contenuto, non omologarsi. Nei fatti, non a parole. Reale e significativo il distinto contributo espressivo…
Il trend lo facevi tu, mica lo scopiazzavi in rete. E mai ti sarebbe saltato in mente di omologarti a percorsi che non ti appartenevano ma che in qualche modo rappresentavano uno standard: quello ce l’avevano già… a te chiedevano se eri in grado di raccontarla a tuo modo. Questo il principale requisito da mettere a disposizione. Il tutto degnamente retribuito.

Tutto ciò descriveva inequivocabilmente la differenza tra fare della fotografia la propria professione o no. Stiamo parlando di prassi normale fino a cinque, sei anni fa. Adesso è la rara eccezione. Cos’è accaduto?!

Imputarlo alla contingenza economica è una semplificazione, un alibi per aggirare il problema. Tutto l’ambaradan digitale non coincide con la produzione, quindi con l’hardware, la fotocamera, bensì col software. Che offre, a prezzo variabile e facoltà di crackaggio, un paralinguaggio in grado di garantire a chiunque una presenza. Dall’espressione omologa…

Il linguaggio è un sistema complesso condiviso per potere comunicare. Se stessi in primis. In fotografia coincide con l’immagine. Che è la sintesi di un processo che attraversa senza soluzione di continuità la memoria del mondo. Secondo una visione antropocentrica, vero, ma tant’è. Fino al contemporaneo. Che è sempre uno strappo necessario. Ogni volta. Quest’ultimo trova forma nelle avanguardie. E le avanguardie risiedono nelle professioni, comunque si declinino, perché è qui che si custodisce l’impianto grammaticale e la memoria del fare. Tutti gli altri vengono sempre dopo, perché non basta un gesto isolato: la consapevolezza trova risposte nella continuità e nella conoscenza. Indipendentemente dalle epoche, dalle tecniche e dagli strumenti.

Avvilire la professione, desautorarla, è ciò che è avvenuto in fotografia. Non si capisce il vantaggio. Adesso siamo in mezzo a un guado… fermi e annaspanti. Ci si confronta con la baionetta in bocca solo sui costi. Ed è la guerra.
La fotografia che emerge è soprattutto legata al feedback mediatico, una questione di like. Una questione di follower: sono due campi da gioco diversi! Ma cominciano a somigliarsi. L’equivoco non è magistralmente diretto da chissà quale entità sovranazionale… non ce n’è bisogno. Siamo di fronte a una sovrintendenza che proprio non ha idea di cosa ci sia in campo e prende pallate da tutte le parti: stordita!

I più esposti, ancora una volta, sono i fotografi. E quelli allineati a questa produzione social non sono neanche in cattiva fede. Non è che cavalcano coscientemente il momento ma in realtà chissà cos’hanno nel cassetto… la loro cifra espressiva corrisponde perfettamente e si muove all’unisono con le curve di Adobe. Altro non sarebbero in grado di fare.
La riprova sta nei concorsi internazionali, anche e soprattutto di alto livello, quelli con maggiore appeal: non c’è alcuna differenza tra un’immagine wedding realizzata a Los Angeles e un reportage sulle miniere di diamanti in Sud Africa. E neanche tanto per dire. A testimonianza che il modello iconografico massificato sacrifica la soggettività dell’autore a favore della divulgazione tout court. Ed è un’operazione suicida. Della stragrande maggioranza di questa produzione non resterà niente. Neanche la memoria dell’autore. Ma non tra cent’anni, è questione di un lustro. Non appena i media, in qualsiasi forma si presentino, decideranno di uscire dall’ubriacatura dell’allegoria digitale. E torneranno a occuparsi del contenuto per ciò che è. Sta già avvenendo.
Ai piani alti sta già avvenendo. Tanto che la mischia è sempre più in basso, dove ci si misura esclusivamente sul compenso… pari a una mancia e un po’ di frutta di stagione, mai sull’identità del lavoro.

Solo il ripristino delle gerarchie espressive e delle competenze, quelle due robe insomma che hanno cura della qualità del sistema espressivo, nel suo insieme e nello specifico della sua destinazione d’uso, può ridare voce a una fotografia autenticamente mezzo di se stessa. E al momento attonita.

© CultFrame – Punto di Svista 10/2013

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