To the Wonder. Un film di Terrence Malick

Può l’amore essere raccontato? Non una “storia” d’amore ma la potenza, devastante quanto fondante, del sentimento. Terrence Malick dopo aver esplorato la cosmogonia primigenia con The Tree of Life, prosegue, idealmente, il cammino sul sentiero dell’impossibile, o meglio, dell’inesprimibile. Quel palpito del cuore, che può essere fugace infatuazione o innamoramento profondo, si dispiega in suoni, immagini e parole a comporre un quadro di armonia complessa e, talvolta, ostica come solo l’umano sentimento può essere.

Seguendo una cronologia emotiva, la narrazione di To the Wonder si frammenta in squarci di presente e brandelli di passato, mescola le sensazioni viscerali con lo struggimento, la sensualità con la poesia, il reale tangibile con i contorni sfumati del sogno. Malick non racconta l’amore ma prova ad entrarvi dentro e, con lo stile che lo contraddistingue, fa che l’atmosfera si sublimi fino a rarefarsi grazie ad una regia “aerea” che restituisce la sensazione del volo al quale ci spinge la vertigine dell’innamoramento. Non a caso la protagonista sembra non toccare mai terra, saltando (letteralmente) da un’inquadratura all’altra con la fragile leggiadria di una ballerina di carta. La soave bellezza di Olga Kurylenko e il fascino doloroso di Rachel McAdams non sono che due facce della stessa medaglia, due modi di desiderare, affrontatare e soffrire l’amore che si infrangono sul muro di silenzio dell’uomo che amano. Di Neil, infatti, non conosciamo che i gesti; privato dal regista di parola e di pensieri, si muove, con il passo di chi conosce solo il disincato, attorno alle donne della sua vita senza cogliere, di nessuna delle due, il calore o il dolore.
Al femminile è, così, demandato il compito non solo di generare la vita ma di far scaturire da – e con – essa la forma più pura, nonché estrema, di sentimento, quello che fa esperire gioia o pena e, sovente, scivola nella spirale devastante del dubbio. Lo stesso che attanaglia Padre Quintana, prete lontano dalla sua terra e, giorno dopo giorno, dall’ardore della propria vocazione. Ancora una volta è l’amore a sollevare l’interrogativo e la ricerca di ciò che ci rende migliori o, addirittura, umani si declina nel legame che unisce gli amanti e i credenti al loro dio.

La visione di Malick si dilata in ogni inquadratura per farsi visionarietà di ciò che sfugge ad ogni descrizione tangibile. Che sia cielo o nube, che sia sole o neve, la Natura si dispiega nel suo essere ma, soprattutto, nell’ “essere” e attraverso le stagioni che le sono proprie, scandisce anche il tempo dell’incontro e dell’addio, con soste spontanee nelle tappe intermedie del dubbio e della scelta. L’amore, quindi, non è che la domanda alla quale ogni singola esistenza tenta, a suo modo, di trovare una risposta. Una donna, un uomo, un figlio o Dio non sono altro che parte di un’universale istanza la cui eco risuona in ogni luogo e in ogni lingua. Malick alterna i suoi (nostri) interrogativi  in quattro idiomi differenti (inglese, francese, spagnolo e italiano) per abbracciare – idealmente – il desiderio, profondamente, umano di trovare nella certezza il proprio senso salvifico. Ancora una volta la sensibilità malickiana si converte in arte e filosofia, immaginazione e poesia per incantare, sì, ma nel contempo disturbare, sorprendere, dividere… Il suo cinema, generatore di stimoli costanti, resta sempre e comunque all’altezza di una qualità della visione altissima, grazie ad uno sguardo registico che osa posarsi anche sull’insondabile. L’esperienza dello spettatore diventa così totalizzante, financo estrema, proprio come l’amore che, come scrisse Marguerite Yourcenar, “è un castigo”, il modo in cui “veniamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli…”.

© CultFrame 09/2012

 

TRAMA
Dopo essersi innamorati in Francia, Marina e Neil si traferiscono in Oklaoma. Lei è una giovanissima madre di una bambina di 10 anni, lui un americano disilluso e taciturno. Arrivati negli Usa i due iniziano a veder vacillare il loro rapporto. Entrambi conoscono un prete, anche lui lontano dal suo paese, che tenta di ritrovare l’ardore della sua vocazione. Ma l’amore, in qualsiasi forma esso si manifesti, è un percorso tortuoso e, spesso, molto doloroso.

CREDITI
Titolo: To the Wonder / Regia: Terrence Malick / Sceneggiatura: Terrence Malick / Fotografia: Emmanuel Lubezki / Montaggio: AJ Edwards, Keith Frease, Shane Hazen, Christopher Roldan, Mark Yoshikawa / Scenografia: Jack Fisk / Musica: Hanan Townshend / Interpreti: Ben Arfleck, Olga Kurylenko, Rachel McAdams, Javier Bardem / Produzione: Redbud Pictures / Distribuzione: 01 Distribution / Paese: USA, 2012 / Durata: 112′

LINK
CULTFRAME. The Tree of Life. Un film di Terrence Malick. Di Eleonora Saracino
Sito ufficiale del film To the Wonder di Terrence Malick

Filmografia di Terrence Malick
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito
01 Distribution

 

 

1 commenti

  1. Malick è sempre un regista disturbante. Molti lo detestano, altri lo amano. Io penso che ciò che spaventa dei suoi film è la sostanza filosofica dei suoi “discorsi cinematografici”. In tal senso, l’amore è solo un sentiero laterale dentro il quale viaggiano le solite domande: chi siamo? Perché ci comportiamo in un certo modo? Cosa sono la vita e la morte? E’ possibile avere fede in un “qualunque” Dio? Che senso ha la nostra esistenza?
    Queste domande spaventano e spesso la reazione emotiva di chi guarda genera contestazioni. Ma è giusto anche che sia così.
    In ogni caso, ciò interessa di più a me del cinema di Malick (anche di questo suo ultimo film) è che le immagini delle sue opere sono “testi visuali” che contengono in modo chiaro tutta la sua poetica. Lo stile diviene sostanza.

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