I Know. Videoclip di David Lynch diretto da Tamar Drachli

di Antonio Laudazi

È un David Lynch sorprendentemente convincente quello che lo scorso novembre ha esordito nelle vesti di musicista e produttore con l’album Crazy Clown Time. Vi ritroviamo infatti la cifra oscura e perturbante propria del regista, tra deformazioni blues, elettronica e trip-hop, con uno sguardo squisitamente cool verso i ritmi metropolitani e le atmosfere decadenti della nuova club-culture.
Altrettanto interessante è la scelta di non realizzare egli stesso i videoclip dei primi due singoli, ma di indire un contest sul web rivolto a tutti i filmaker del mondo, accorsi in massa con oltre 450 opere ammesse. Tra queste, ad aggiudicarsi l’ambita sigla di “official” per il brano I Know, è stato il video della giovane israeliana Tamar Drachli, che con estrema coerenza ha saputo abbinare la completezza narrativa del cortometraggio alla libertà visuale delle “immagini in musica”.

Una ragazza ha appena lasciato l’appartamento di un ragazzo che la osserva dalla finestra mentre sale su un taxi. Lei, in giro per la metropoli notturna, il giallo desolante delle luci artificiali, transitando tra i non luoghi, in mezzo agli oggetti indifferenti e alle creature della giungla urbana. Lui, nel suo appartamento, seduto nel buio davanti al televisore. E sullo schermo quella ragazza, la sua ragazza, che può controllare a piacimento con i tasti del telecomando, rallentandone il passo, accelerandone i movimenti, togliendole il volume della voce, stoppandola e riavvolgendone il tempo e lo spazio, manipolandone la volontà fino a condurla nuovamente da lui.
Un affondo psicologico nei torbidi recessi della pulsione amorosa, là dove il possesso si traduce in una miscela di sopraffazione, malia e ossessione, eccitante e pericolosa partita tra le cui regole non figura il libero arbitrio.

Il linguaggio della regista si alterna tra il respiro ampio della narrazione e il ritmo pulsante scandito non solo attraverso il montaggio, ma anche dagli elementi costitutivi dell’immagine. Frequenti cambi di fuoco spostano il peso tra le parti dell’inquadratura, dando profondità e facendo oscillare una percezione allucinata e al contempo vivida; nelle luci naturali, nello spessore dei chiaroscuri e delle ombre, nei volti che sembrano abitare autonomamente il territorio della visione, nella verosimiglianza della ripresa a spalla, nelle nature morte che compongono quadri di grande e desolante suggestione.
Le inquadrature, mosse così dall’interno, pulsano insieme alla musica spettrale, circolare e asfissiante (tappeto di organo Hammond, batteria reiterata, rumorismi e squarci di chitarra) mentre la voce deformata (dello stesso Lynch) suggerisce in forma di monologo la natura tormentata di un sentimento ambiguo e malsano.
Tutto è giocato sui dettagli, che, in un contesto di grande eleganza formale, riescono a trasmettere il senso compiuto della realtà perturbante di cui fanno parte. Realtà – qui sta il gioco – costantemente messa in discussione tra metafora e inquietante fantascienza, due elementi che peraltro convivono e si compenetrano nella poetica lynchiana.

Il punto di vista, grazie al potente stratagemma dello “schermo attraverso lo schermo”, si nutre della differenza tra la terza persona e una sorta di soggettiva psicologica, trasmettendo il senso di soffocamento provato dalla ragazza ripetutamente privata della propria volontà, ma mostrando anche i segni della smania febbrile e insonne del persecutore.
Fino al finale, quando uno sguardo lascia intendere che il ragazzo fosse a sua volta osservato da una terza entità, forse dallo spettatore stesso, che nel suo scorrere quotidiano tra i canali, scegliendo tra brandelli e simulacri di un reale sempre più contraffatto da realtà artificiali, altro non fa se non cercare una forma di controllo sui propri desideri. E poi la ragazza, che non appare più come vittima, svelandosi invece consapevole e acquiescente, quasi a rassicurare da una falsa minaccia: l’amore, forse, non è mai completamente distruttivo, e sarà forse l’amore a salvarci dall’abisso compulsivo della virtualità.

© CultFrame 12/2011

 


CREDITI

Brano: I Know / Artista: David Lynch / Regia videoclip: Tamar Drachli / Attori: Adam Horowitz & Vaan Nguyen / Direttori della fotografia: Tom Goldwasser, Nadav Gordon  / Album: Crazy Clown Time / Etichetta: Sunday Best Recordings / Anno: 2011

LINK
CULTFRAME. Inland Empire. Un film di David Lynch (di Nikola Roumeliotis)
CULTFRAME. Playstation 2. Spot diretto da David Lynch (di Maurizio G. De Bonis)
Tamar Drachli su Vimeo

 

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