Inland Empire. Un film di David Lynch

david_lynch-inland_empire1David Lynch è uno dei pochi registi moderni che dice che il cinema è montaggio in grado di creare emozioni. Lo hanno detto tutti i grandi registi.

L’ha detto Griffith, l’ha detto Hitchcock, l’ha detto Godard. Ognuno a modo suo. Poi arriva John Cassavetes che frammenta il volto bellissimo di Gena Rowlands a favore di un’anti-narrazione senza precedenti molto vicina a quella che ci ha offerto lo svizzero Jean Luc Godard, facendo a “pezzettini” l’immagine di Anna Karina in molte sue pellicole. Adesso (per la verità già da qualche anno con Strade perdute) arriva David Lynch con la complicità di Laura Dern, in questo suo Inland Empire, a creare un puzzle cinematografico di grande fascino che appartiene esclusivamente al suo autore e alla sua arte.

Il cinema di David Lynch ama il volto di Laura Dern già dal 1986, quando la giovane (allora) attrice ha interpretato per lui Velluto blu. Poi è arrivata quella versione “in acido” de Il mago di Oz che è Cuore selvaggio e adesso questa Alice “in trip” che è Inland Empire. E tutto sempre più frammentato e sempre più vicino all’utilizzo assoluto delle due componenti del cinema come il tempo, che in questo caso è quasi in “random”, e lo spazio, ora dilatato dall’uso del grandangolo ora ristretto dall’uso del primo piano.
Sublimazione della poetica dell’autore di Elephant Man, Inland Empire dura ben 182 minuti e metterà a dura prova i nervi di quelli meno pazienti e soprattutto di quelli che credono che il cinema debba avere un inizio (certo) e una fine (forse aperta ma sicuramente liberatoria).


david_lynch-inland_empire2Un’attrice riceve la visita di una vecchia signora (chi altri se non la Bette Davis del secondo millennio ossia Grace Zabriskie) che decide come la sua sorte sia determinata dalla dimensione che si trova dietro uno specchio. E così mentre prova una scena del suo nuovo film, un remake (uno dei tanti che arrivano puntualmente da Hollywood negli ultimi anni) di una pellicola polacca e maledetta, dalla sua “casa di bambola”, che è stata realizzata sul set per ospitare la nota tragedia di un triangolo amoroso, si stacca un’ombra non meglio definita. Da questo punto parte una favola nera che si dispiega in ben quattro livelli narrativi(?), tra realtà e finzione perfettamente legati da un fil rouge (quello del sangue) davanti al quale lo spettatore rimane paralizzato.

Inland Empire, a modo suo, è un thriller, della psiche e della mente, ma è anche un perfetto, se la parola perfezione ha un senso nel cinema di Lynch, esercizio di stile meta-linguistico che si distende lungo tutte le discipline audiovisive: dal teatro, quello dell’assurdo alla Ionesco, con una rappresentazione in cui i protagonisti hanno la testa da coniglio e con risate di un pubblico fantomatico arrivano puntuali nel momento meno opportuno, al cinema stesso attraverso una vertiginosa mescolanza delle convenzioni dei generi più disparati, fino alla televisione. Mezzo quest’ultimo, mai disprezzato dal regista di Montana, e che in questa sua ultima pellicola viene utilizzato come un elettrodomestico che serve solo per rispecchiare una realtà sempre più tragica e melodrammatica (avete visto ultimamente i telegiornali?) rifiutando qualsiasi dimensione culturale. Tutto questo reso attraverso quel montaggio “puramente” cinematografico e a-psicologico che testimonia il Lynch “touch”, sempre più magnetico, indecifrabile, grazie all’uso del digitale e perciò fascinoso. In fondo quello che non si capisce stimola la curiosità e non solo.
Wim Wender scrivendo su Topaz di Alfred Hitchcock affermava che nessuno si era mai reso conto che nel cinema del regista inglese “i fiori rimangono sempre gli stessi mentre quello che cambia è il vaso che li contiene”. E Lynch, regista che ama le sfide, dal canto suo, mescolando strade che sono ormai perdute e dimenticate con quei viali di tramonto che passano accanto a Mullholand Drive, che tanto abbiamo amato, ci sembra dire che il cinema è ormai un’arte smarrita che ritrova vigore solo nella musica di una vecchia poetessa come Nina Simone e un balletto liberatorio da tragedia greca, e forse nel prossimo Dvd con tanto di commento da parte del regista.


©CultFrame 02/2007

 

 

TRAMA

La storia di un mistero imperscrutabile e assurdo… il mistero di un mondo all’interno di altri mondi… che si svela intorno a una donna … una donna innamorata e in pericolo. Questa donna è un’attrice che riceve la visita di una vecchia signora inquietante e un po’ folle, la quale decide che la sua sorte è quella che si percepisce nella dimensione della realtà riflessa in uno specchio, anzi nell’abisso che dietro lo specchio si nasconde.

CREDITI

Titolo: Inland Empire / Regia: David Lynch / Sceneggiatura: David Lynch / Fotografia: Odd-Geir Sather / Montaggio: David Lynch / Musiche: Angelo Badalamenti / Interpreti:Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux, Julia Ormond, Harry Dean Stanton, Grace Zabriskie / Produzione: David Lynch, Mary Sweeny / Distribuzione: BIM / Paese: USA, 2006 / Durata: 182 minuti

 

LINK

Filmografia di David Lynch

Il sito di David Lynch

BIM

 

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