Il punto di vista inusuale in “Per oggi basta!” dell’artista Ugo La Pietra

Frame dal video “Per ora basta!” di Ugo La Pietra

“La possibilità di uscire dagli schemi imposti si scontra ogni giorno con chi li controlla”. Si apre con questo assunto in due lingue il film di Ugo La Pietra dal titolo Per oggi basta!, del 1974, che in questo periodo ho avuto modo di rivedere varie volte apprezzandone, più di quanto non avessi fatto in passato, l’assoluta attualità del messaggio.

Per oggi basta! è un video di circa 11 minuti che ha come protagonista il “Commutatore”, uno strumento realizzato dallo stesso La Pietra nel 1970 e che rientra nella sperimentazione dei piani inclinati quali elementi capaci di creare fratture nella prospettiva tradizionale. Si tratta di una semplice struttura in legno, formata da due assi unite al vertice, la cui apertura è regolabile in varie angolazioni. Su questa impalcatura è possibile collocarsi per osservare il mondo da un punto di vista diverso; in particolare l’attenzione si concentra sull’ambiente urbano, verso cui La Pietra ha da sempre focalizzato la sua ricerca, ma il messaggio è estendibile ad un panorama molto più ampio.

Il film è un percorso in movimento per le vie di Milano che l’autore compie sul “Commutatore”, dopo aver opportunamente scelto la prospettiva che guiderà il suo sguardo: partendo da un quartiere del centro cittadino, si sposta verso la campagna, fino a concludere il viaggio nella sua abitazione. Di fatto il film è la messa in atto delle smisurate potenzialità di questo dispositivo e l’esperienza viene condivisa con lo spettatore: il punto di vista del tutto inusuale con cui si percorre il tragitto è fortemente spiazzante, crea un senso di alienazione che non può non stimolare la riflessione in chi guarda, per altro accompagnato da un sottofondo musicale, eseguito al clarinetto dallo stesso La Pietra che, se possibile, accentua ancor di più lo straniamento.

Il “Commutatore” è da considerare il fulcro del “Sistema disequilibrante” che l’artista ha iniziato a teorizzare dagli anni Sessanta, dove l’aggettivo disequilibrante allude al suo costante sforzo di mettere in discussione, attraverso varie pratiche interdisciplinari, ogni sistema di potere culturale, nel senso ampio del termine. Il suo utilizzo, modificando la posizione abituale dell’individuo, ritenuta pressoché l’unica possibile, crea l’alternativa e diventa un momento di presa di coscienza della percezione dello spazio, altrimenti vissuto ed osservato acriticamente, secondo modalità interpretative imposte dal sistema.

Un lavoro provocatorio, opera di una personalità estremamente complessa quale è quella di Ugo La Pietra. La sua produzione è stata, ed è tuttora, in continuo movimento tra una pratica artistica e l’altra, così come lo è lui stesso, riuscendo a sfuggire da sempre a qualsiasi categorizzazione ed etichettatura. L’estrema fluidità con cui ha attraversato i molti settori disciplinari in cui si è contraddistinto, non ha intaccato minimamente la sua visione del mondo, che anzi si è sempre mantenuta lucida e rivolta essenzialmente alla comprensione del rapporto esistente tra individuo e ambiente, registrandone i cambiamenti nel corso del tempo.

D’altro canto se dall’esterno è impossibile inquadrarlo in una categoria, la definizione più precisa della sua figura la dà lui stesso, ritenendosi un “ricercatore nell’ambito delle arti visive”. Una definizione che mi ha molto colpito per quanto riesca a sintetizzare con estrema chiarezza l’essenza del suo pensiero. Effettivamente tutto il suo percorso di ricerca, di cui le opere realizzate sono una conseguenza e non il fine ultimo, è orientato all’osservazione del territorio in cui vive, dello spazio sia pubblico che privato che frequenta, del mondo in generale. Penso alla fotografia e a quanto sia fondamentale l’osservazione diretta, appunto, che dovrebbe costituirne la base imprescindibile.

Il “Commutatore” nasce come strumento di conoscenza e di comprensione del mondo, necessario per capire aspetti dello spazio che ci circonda non sempre decifrabili con immediatezza, un aspetto fondamentale che possiamo mettere in relazione alla produzione di immagini, sia che ci si approcci allo spazio urbanizzato che a quello naturale: in entrambi i casi è necessario un metodo di decodifica di volta in volta differente, un problema che una macchina fotografica, o qualunque altro dispositivo ottico, non potrà mai risolvere.

Il “Commutatore” pone una riflessione su quanto sia fondamentale che l’individuo si rimetta al centro e prenda coscienza, in prima persona, del suo rapporto con il mondo esterno; non sia uno spettatore passivo, ma diventi un soggetto partecipe attraverso la propria esperienza e attraverso un’osservazione non filtrata; sviluppi una capacità creativa personale, dettata non tanto dalle conoscenze nozionistiche, quanto piuttosto dall’urgenza di tradurre in immagini i sentimenti che tale esperienza nell’ambiente gli provoca.

L’esigenza di variare il punto di vista, e soprattutto di crearsene uno proprio, cosa non semplice e purtroppo non affatto scontata, diventa fondamentale e forse rappresenta l’unica strada percorribile per sviluppare lavori originali, fondati su un preciso processo estetico, che non si riducano ad una sterile riproduzione della realtà.

La Pietra, in gran parte della sua ricerca, parla di riappropriazione fisica della città, ma la sua lezione si può allargare anche alla riappropriazione del modo di guardare l’ambiente in cui viviamo, rispetto a codici interpretativi preconfezionati, che ci vengono proposti, spesso imposti, attraverso i quali diventa almeno apparentemente più semplice distinguersi in determinati contesti. Ma a che prezzo?

Il catalogo edito da Corraini Ugo La Pietra. Progetto disequilibrante, (catalogo dell’omonima mostra tenutasi alla Triennale di Milano dal novembre 2014 al febbraio 2015, che invito a visionare perché molto interessante), riporta una citazione di Gillo Dorfles da Il sistema disequilibrante (Toselli, 1970) con cui voglio chiudere, condividendo l’invito a riprendere una riflessione che, a distanza di oltre 40 anni, sembra tutt’altro che risolta:

“Non possiamo che augurarci che i pianificatori futuri, anziché appiattire fino al limite della totale distruzione la fantasia dell’uomo, gli lascino uno spiraglio almeno, che gli permetta di accogliere questi fattori disequilibranti, capaci, forse per contraccolpo, di ridargli quell’equilibrio mentale di cui sempre di più la civiltà tecnocratica e consumistica rischia di privarlo”.

© CultFrame 07/2020


SUL WEB

Il sito di Ugo La Pietra

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