Il femminile fuori dalla Storia e dal Tempo nel cinema di Milčo Mančevski (Festa del Cinema di Roma 2019)

Il regista macedone Milčo Mančevski
Il regista macedone Milčo Mančevski

In venticinque anni di carriera ha realizzato “solo” sei lungometraggi (più diversi corti). È, dunque, un autore non prolifico e, in sostanza, non ossessionato da una certa bulimia creativa (a volte imbarazzante) che riguarda alcuni autori contemporanei.

Stiamo parlando del macedone Milčo Mančevski, regista che nel 1994, con la sua opera prima intitolata Prima della pioggia, si aggiudicò sorprendentemente (ma non troppo) il Leone d’oro per il miglior film alla 51a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (ex aequo con il taiwanese Tsai Ming Liang, il quale presentò al Lido lo straordinario Vive l’amour).

Da quel lontano 1994, quindi, il percorso creativo di Mančevski si è sviluppato lentamente e con “buchi temporali” corposi (sette anni tra il primo e il secondo lungometraggio). Inoltre, dopo il grande esordio veneziano si è avuta la netta impressione che la sua cifra espressiva e la sua vena creativa siano state contraddistinte da alti e bassi decisamente evidenti. La sua opera seconda Dust (2001), ad esempio, palesò un passo indietro notevole rispetto all’impressionante opera prima che a Venezia colpì sia a livello puramente registico che per la qualità della narrazione e dei contenuti.

Prima della pioggia manifestò chiaramente una delle caratteristiche fondamentali del cinema di Mančevski: l’intenzione chiara di mescolare in modo sapiente livelli temporali diversi e punti di vista differenti e paralleli sulle medesime storie. Tre vicende, infatti, si intrecciavano in maniera non cronologica, mentre tre personaggi caratterizzavano con la loro presenza storie che non era culturalmente possibile disgiungere.

Inoltre, il film in questione rappresentava una sorta di atto di accusa nei riguardi della comunicazione moderna e del fotogiornalismo contemporaneo. Uno dei protagonisti di questo lavoro è, a tal proposito, un foto reporter famoso che abbandona definitivamente la propria professione per ritornare al villaggio natìo, in un periodo storico in cui i Balcani sono sconquassati da guerre e da spaventose tensioni etnico-sociali.

Frame tratto dal film  "Willow" di Milčo Mančevski
Frame tratto dal film “Willow” di Milčo Mančevski

Il suo lungometraggio di finzione più recente, Willow (Vrba), rispecchia pienamente la dimensione tutta teorica del suo cinema e la sua ossessione per una ricerca filmica legata alla questione del tempo cinematografico e del punto di vista narrativo.

Come in Prima della pioggia in Willow ritroviamo tre personaggi. Questa volta si tratta di donne, figure femminili assolute e toccanti. La prima vive in un’epoca medievale non identificata, la seconda e la terza sono sorelle e affrontano i mille problemi quotidiani nella Macedonia del Nord dei nostri giorni. Tutte e tre combattono una lotta per la maternità che in almeno un paio di casi si conclude con la terribile perdita di figli che all’improvviso, con la loro tragica scomparsa, lasciano (naturalmente) un vuoto devastante.

Ma quello di Milčo Mančevski non è tanto un film sulla maternità e sul dolore della separazione tra madre e figli quanto piuttosto un’opera emblematica sulla condizione del femminile, sempre in bilico tra responsabilità umana e desiderio materno parossistico, tra mito e religione, tra irrazionalità e ragione.

Il regista macedone questa volta colpisce nel segno e ci presenta dei ritratti muliebri densi, e per certi versi scioccanti, avvicinandosi pericolosamente alla linea dell’assurdo senza mai però superarla.

Ancora una volta Mančevski, come in Prima della pioggia, gioca sui piani temporali, destruttura i racconti, segue linee narrative non perfettamente cronologiche, utilizza potenti ellissi che disorientano lo spettatore e rimodella le vicende non semplicemente per raccontare delle storie quanto piuttosto per comunicare la  sostanza principale di questo suo lavoro: descrivere liberamente il femminile, rendendolo un tema eterno, fuori dal Tempo e fuori dalla Storia.

© CultFrame 10/2019

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