Retrospettiva Joseph Losey. 30° Torino Film Festival

Quando ho saputo che il Torino Film Festival avrebbe dedicato la sua consueta rassegna a Joseph Losey ho sperato che fosse completa. Perché oltre al fatto che il cineasta americano ha avuto seri problemi con la censura, non tutto il suo cinema è stato distribuito in Italia. Personalmente, mi mancavano Modesty Blaise e poi il remake del langhiano M.  Ed oggi, sono felice per averli potuti recuperare entrambi.
Adesso, mi sento libero di scrivere con totale cognizione di causa (per la verità l’avevo anche prima visto che, a volte, non è possibile conoscere completamente l’opera omnia di un cineasta…) su un regista troppo spesso dimenticato dalla critica e, soprattutto, ignorato dal pubblico di oggi, se non per l’unico titolo che ha fatto la sua fortuna: Il servo.

Andrò avanti in ordine sparso perché il cinema di Losey l’ho fruito proprio in questo modo.

La mia prima pellicola fu Messaggero d’amore, con le sue carrellate campestri ariose e i suoi rapporti psicoanalitici ante litteram! Non credevo che lo scrittore e sceneggiatore Harold Pinter potesse funzionare già all’epoca ma, invece, fu proprio così.
Poi sono arrivati i due capolavori riconosciuti da tutti (Il servo e L’incidente), i due film firmati da Pinter (sceneggiatura, n.d.r.) che sono diventati il marchio di fabbrica per un regista non convenzionale come Losey, il quale aveva già dimostrato di avere qualità di grande autore.
Questi due lungometraggi sono meravigliosi esercizi di stile, mai sterili e quasi brechtiani, sul rapporto padrone/servo; sono prove senza precedenti, che alla mia giovane età, non potevo che considerare in modo non appropriato! Infatti, bollai Losey come un autore sadico. Ma poi, ebbi modo di vedere al cinema Steaming e rivalutai tutto quello che avevo pensato su questo regista. In Steaming, rividi la magnifica Sarah Miles de Il Servo, Vanessa Redgrave e, soprattutto, la Marilyn Monroe britannica Diana Dors che ormai, vicina alla morte, assomigliava più a Divine che a Marilyn; e ciò mi fece commuovere fino alle lacrime.

Joseph Losey stava, purtroppo, morendo anche lui ed io dovevo recuperare molte pellicole. Così, partì una frenetica ricerca nell’ambito della programmazione dei cineclub; ma anche all’estero. Il tutto per rintracciare i noir che non avevo mai potuto vedere. Meno male che nella Grecia degli anni ’80 circolavano innumerevoli nastri vhs e così in un’estate riuscii a recuperare molti titoli: il mutilato Eva (di cui avevo letto il romanzo di Chase, da cui era tratto, con un’affascinante dark lady come Jeanne Moreau), Caccia sadica ( e così scoprii come un film d’avventura possa diventare riflessione sul bene e sul male), il fantascientifico e apocalittico These are the Damned, con la magnifica e dimenticata Viveca Lidfords, lo straordinario The Sleeping Tiger,  poliziesco unico nel suo genere, La zingara rossa con un’indomabile, e incontrollabile, Melina Mercouri, opera quest’ultima che oltretutto anticipava certi temi fondamentali de Il Servo .

Mi fermo qui perché il resto è storia del cinema: gli anticipatori L’alibi dell’ultima ora, Giungla di cemento e L’inchiesta dell’ispettore Morgan, tutti fantasiosi titoli italiani per noir urbani di eccezionale fattura con bravi interpreti che Losey seppe usare in film inglesi, lui ormai black listed, come se fossero collocati in film americani. Quasi tutti questi titoli sono ormai recuperabili solo in dvd oppure, a tarda notte, in televisione.

Ma arriviamo alle prove di cui vorrei ricordarmi ripensando a questa rassegna!  Mi ricordo, si mi ricordo, di Modesty Blaise come un film camp, sexy, moderno. Quest’opera se fosse stata girata oggi avrebbe fatto gridare al capolavoro diversi critici, gli stessi che all’epoca, probabilmente, l’hanno seppellito. Inoltre, posso finalmente parlare di M (interpretato da un enorme David Wayne), film che regge benissimo il confronto con il capolavoro di Fritz Lang. Anzi, intelligentemente, Losey ha tramutato il discorso universale del grande tedesco in un discorso contemporaneo sulla follia come trappola della nostra società (l’hitchcockiano Norman Bates di Psyco è di dieci anni più tardi).
Sarah Miles, in un’intervista che ho realizzato durante il Torino Film Festival 2012, mi ha detto, parafrasando Norma Desmond,: “Il cinema è diventando piccolo, non si ricorda dei maestri, Jo era un grande che forse non è mai stato capito fino in fondo. Ma poi chi si ricorda di David Lean o di Clark Gable o di Robert Mitchum”?

Come possiamo dare torto a questa signora minuta che ancora oggi ha fascino da vendere e a cui Joseph Losey  ha affidato la parte di Vera ne Il Servo, terzo incomodo sexy, in un lungometraggio in cui la sessualità si respira fin dalla prima inquadratura delle feuilles mortes?

© CultFrame 12/2012

 

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Filmografia di Joseph Losey
Torino Film Festival – Il sito