Riffs. Mostra di Yto Barrada. FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma. XI Edizione

Indagare, ricostuire, ascoltare. Una narrazione che è propria del lavoro di Yto Barrada che fa di Tangeri il centro e il significato del suo discorso artistico, attraverso le opere della mostra Riffs al MACRO, curata da Friedhelm Hütte e dalla curatrice indipendente Marie Muracciole che, dopo il successo ottenuto al Guggenheim di Berlino, al WIELS di Bruxelles, al Renaissance Society di Chicago e all’Ikon Gallery di Birmingham, proseguirà al Fotomuseum Winterthur di Zurigo, ed inoltre nelle fotografie all’interno di Camera Work, a cura di Marco Delogu.

Notiamo come le immagini dell’artista si approprino di una sorta di stratificazione, di simboli e riferimenti, che rendono la stessa lettura dell’opera a più livelli, come un testo da analizzare, discutere, sviscerare per poterne comprendere appieno l’intento e non solo il significato. Troviamo il filo del discorso nella narrazione della ricerca di un’identità, perché le immagini di Yto Barrada non muoiono come semplici documenti visivi: sono lo specchio della riflessione di un Paese, il Marocco, di una città, Tangeri, di una personalità, quella della stessa artista. Anche Riffs, titolo della mostra, porta con sé una stratificazione di significati. Ci indica la strada da seguire, viene posto come simbolo: può essere una successione di note che mantiene nel suo ordine una propria identità espressiva, così da essere qualcosa di concluso, che si ripete in modo frequente all’interno di una stessa composizione musicale, oppure può essere portatore di più significati, richiamando le montagne del Rif, situate nel Marocco settentrionale e ricordando il cinema “Le Rif”, sede della Cinémathèque de Tanger, di cui l’artista è fondatrice e direttrice.

Tutto questo ci serve per capire di poter leggere il lavoro artistico di Yto Barrada come la volontà di una composizione, di una base, storica, culturale, che, come il riff, faccia da piedistallo da cui partire per costruire la propria storia.

Quando Marie Muracciole afferma che “l’artista indaga le versioni dimenticate della storia, il mondo dietro le quinte e le zone d’ombra dell’evoluzione del suo paese. La gente comune, i quartieri e i luoghi della vita di tutti i giorni giocano un ruolo fondamentale davanti all’obiettivo dell’artista che esplora anche gli stereotipi delle visioni dei turisti. Yto Barrada combina le strategie dell’approccio documentaristico con un uso quasi meditativo delle immagini per raccontare quello che oggi è il Nord Africa fra spostamenti di confini culturali, economici e politici”, sappiamo che noi possiamo aggiungere che quest’indagine viene costruita attraverso dei simboli. L’albero e il legno, elemento vivente, con cui viene costruita l’opera Tectonic Plate (2010), e che rappresenta la rigenerazione del Cosmo, simbolo della vita, qui si riferisce alla storia di un popolo che, come in Beau Geste, video del 2009, tenta di arginare inutilmente il gesto dell’abbattimento di un albero secolare, come immagine “alter ego” della città di Tangeri. Colpisce gli occhi dello spettatore nello scatto Radeau dans figuier étrangleur (2010), fotografia della zattera avvolta nel ficus macrophilla, in cui la natura prende il sopravvento, l’albero fagocita l’elemento esterno, lo rende parte del proprio essere, ed è ancora più evidente nella perdita dello sguardo nelle immagini L’escargot (2011) e Toile d’araignée dans la foret a Perdigaris (2011), dove il micro viene incluso nel macro. La caducità degli elementi viene messa a fuoco con l’intervento dell’opera dell’uomo, a poco a poco i soggetti si inseriscono nell’habitat naturale, come La jardinière (2010-2011), costruendo, ma le loro costruzioni si tramutano in rovine.

E se “esistono nelle città, nei paesi, nelle campagne, “rovine semplici”… Cascine abbandonate, un muro senza aperture, uno spiazzo solitario con una fabbrica dismessa, una vecchia ciminiera diroccata, una strada che non finisce, chiese, mausolei, tumuli lasciati al loro destino, attraversati dal tempo. Luoghi che apparentemente non dicono nulla di più della loro solitudine e del loro abbandono e in cui il motivo delle loro condizioni non si legge più tra le pieghe dell’architettura. Le ferite, se mai ci sono state, non mostrano la loro origine” (Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere), dal frammento alla visione d’insieme, dal Maure (2007-2011) ai Murs Rouges (2006), all’intervento nella stessa rovina del silezioso elemento umano, come in Trou dans le mur (2011), cogliamo  come l’azione umana, se da una parte viene sopraffatta dalla vita, dall’altra trae dalla stessa vita un nuovo significato, tanto che sta solo alle rovine la capacità della creazione della propria individualità. Interessante è in questa visione il lavoro di Barrada in Hand-Me-Downs (2011), filmati narrati dalla stessa artista, in cui vengono raccontati 16 miti basati su narrazioni inattendibili, illustrati attraverso film amatoriali di persone sconosciute e pellicole d’archivio del Marocco degli ultimi 50 anni. Pellicole che si riconducono all’idea di rovina, di frammento e che, proprio nell’essere tali, riescono a construire delle storie. Abbiamo di fronte una rimediazione e rilettura dello stesso linguaggio, connotato, inoltre, di una certa dose di ironia, elemento imprescindibile che delinea la comunicazione artistica di Barrada; fondamentale è citare A guide to trees for governors and gardeners (2011), libro d’artista in cui il soggetto, un burocrate, descrive come proporre una città ignota alla visita di un altro funzionario, attraverso strambi suggerimenti che ci inducono a pensare che sotto il semplice linguaggio si nasconda, più o meno palesemente, qualcos’altro.

Il medesimo discorso è presente nelle proiezioni di film della Cinémathèque de Tanger presso la sala cinema del MACRO. Nata nel 2003, la Cinémathèque ha come missione quella di sviluppare la cultura cinematografica in Marocco. Anche qui vengono sviscerati i temi della ricerca di identità di Tangeri, dalla proiezione delle prime immagini a colori in Vues du Grand Socco et du Petit Socco di Gabriel Veyre (1935) a 6/12, di Ahmed Bouanani (1968) e Balcon Atlantico, di Hicham Falah e Mohamed Chrif Tribak (2003) in cui i frammenti delle immagini della città corrispondono frammenti di pensieri e di corpi. Yto Barrada ci rende evidente che “la nostra vita è la nostra memoria. Attraverso il passato guardiamo il futuro. Se lo distruggiamo e lo ricostruiamo in modo fittizio non resterà più niente” (Roberto Peregalli, I luoghi e la polvere).

© CultFrame 10/2012

 

 

IMMAGINI
1 © Yto Barrada. Briques, 2011
2 © Yto Barrada. Radeau dans figuier étrangleur, 2010
3 © Yto Barrada. Murs rouges, 2006

INFORMAZIONI
Yto Barrada – Riffs / A cura di Friedhelm Hütte e Marie Muracciole / FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma
Dal 20 settembre al’11 novembre 2012
MACRO / Via Nizza 138, Roma / Info: 06.671070400
Orario: martedì – domenica 11.00 – 19.00 / sabato: 11.00 – 22.00 / lunedì chiuso
Biglietto: intero 12,00 € / ridotto 10,00 €

Alcune immagini di Yto Barrada nella collettiva Camera Work / A cura di Marco Delogu / FotoGrafia – Festival Internazionale di Roma
Dal 21 settembre al 28 ottobre 2012
Macro Testaccio / Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma
Orario: martedì – domenica 16.00 – 22.00 / chiuso lunedì
INFO: 06.671070400

LINK
CULTFRAME. Cinémathèque de Tanger. Explorations in Films and Video. Una mostra a Londra di Claudia Colia
Cinémathèque de Tanger
Il sito di Yto Barrada
FOTOGRAFIA – Festival Internazionale di Roma – Il sito