Rainer Werner Fassbinder

Rainer Werner Fassbinder. 31 maggio 1945 (Bad Worishofen) – 10 giugno 1982 (Monaco)

rainer_werner_fassbinder-despairIn un breve scritto del 1971, dal titolo “Se si ha l’amore in corpo”, Fassbinder afferma: “Non c’è cosa più terrificante dell’aver paura del terrore. Detto altrimenti: essere lasciati non ti fa piombare nella solitudine come quando si è presi dall’angoscia che sta finendo, perché quell’angoscia evoca un clima in cui tu hai addosso l’angoscia del terrore”. In effetti, l’intera opera del regista tedesco è attraversata, per dirla con il titolo di un suo film televisivo, dalla Paura della paura (1975). Tutti i personaggi della filmografia fassbinderiana tentano disperatamente, e inutilmente, di definirsi grazie all’altro: la loro anima è devastata dalla paura di esistere, di essere al mondo, di esserci. Lo stesso Fassbinder, in un’intervista televisiva per la Sudwestfunk Baden-Baden, girata il 9/1/1978 a Parigi, motiva l’intenzione di scrivere un romanzo con il desiderio di verificare concretamente la capacità di riuscire a vivere senza avere altre persone attorno a sé. L’ipotetico romanzo avrebbe dovuto raccontare la storia di un uomo che, un giorno, si accorge di non riuscire più a muoversi e si trova così davanti all’alternativa, o di scoprire il perché di quella sua immobilità, oppure di smettere di respirare. Chi non può muoversi è, naturalmente, dipendente totalmente dagli altri e non può, certo, accettare il distacco che viene inesorabilmente vissuto come un abbandono.
E’ proprio questo il tema ricorrente dei film di Fassbinder: la separazione come catastrofe dell’Io e sprofondamento in un’esperienza di lutto in cui la perdita dell’altro significa anche perdita di sé e della possibilità di identificarsi narcisisticamente con l’oggetto d’amore. Hans di Il mercante delle quattro stagioni (1971), Petra von Kant, Martha, Erwin-Elvira di Un anno con 13 lune (1978), Veronica Voss, Querelle e tutti gli altri sono dei veri e propri eroi tragici, accompagnati dal bisogno di affermazione della propria individualità intrecciato al desiderio di annullarsi. Come Prometeo, Dioniso, Edipo, essi vivono i dolori dell’individuazione: la loro disperata ricerca d’amore è la nostalgia inguaribile della simbiosi originaria, del desiderio di fare Uno. In questo modo, l’amore oggettuale è segnato dall’impossibile non meno della relazione narcisistica e condanna Alì di La paura mangia l’anima (1973), Petra Von Kant, Hermann di Despair (1977), Maria Braun, Querelle e il tenente Seblon all’infelicità. Gli individui non possono vivere da soli ma non possono vivere neanche insieme , sembra voler dire Fassbinder: all’Io, offuscato dalla solitudine e dall’angoscia, dalla gelosia e dal possesso, non resta che cicatrizzare con la propria morte la ferita della separazione o, come canta Jeanne Moreau, nei panni di Lysiane, in Querelle (1982), uccidere tutto quello che si ama.

rainer_werner_fassbinder-veronika_vossL’alternativa tra il suicidio o la spinta vendicativa a derubare e a distruggere l’altro compare, a ben guardare, già nei primi cortometraggi: ne Il vagabondo (1965), la tristezza della città e il ritrovamento casuale, in un viale, di una pistola, suscitano nel protagonista fantasie di auto-eliminazione. Il piccolo caos (1966) racconta, invece, di tre giovani che derubano una donna e scompaiono indisturbati. La dicotomia uccidere e/o uccidersi torna, prepotente, quasi in ogni film di Fassbinder: il Signor R (Perché il signor R è stato colto da follia omicida?, 1970), sopprime la moglie, il figlio, una vicina e poi si impicca; in Whity (1970), ad un servo viene chiesto, da ogni membro della famiglia Nicholson, di uccidere gli altri; in Selvaggina di passo (1972), Franz compie un delitto per amore di Hanni; ne La libertà di Brema (1972), la protagonista avvelena il marito, la madre ed elimina i suoi due figli. Il diritto del più forte (1974) si chiude con il suicidio di Franz e in Voglio solo che mi si ami (1975/76), Peter uccide il proprietario di una birreria che somiglia al padre. Questi sono solo alcuni esempi delle dinamiche distruttive operanti, immancabilmente, all’interno dei protagonisti dell’universo di Fassbinder: emigrati, omosessuali, prostitute, vecchi, drogati, terroristi, banditi, ruffiani, proletari, piccoli borghesi cercano nello specchio dell’altro la propria identità, condannandosi, così, all’alienazione e alla sofferenza. Alcune pellicole (Il mercante delle quattro stagioni, Le lacrime amare di Petra Von Kant – 1972, Martha – 1973), più di altre, mostrano esplicitamente come l’urgenza d’amore finisca per trasformarsi, ogni volta, nella sottomissione del più debole al desiderio dell’altro  (non a caso, un film già citato si intitola Il diritto del più forte). Un anno con 13 lune, poi, è un vero e proprio manifesto sui danni mortali causati dal bisogno insopprimibile dell’altro e dal desiderio di fusione. Tutto ciò ne fa, forse, il film più straziante e più significativo, oltre che il più personale  di Fassbinder (fu girato in 25 giorni, dopo il suicidio del compagno Armin Meier). Si tratta di una vera e propria via crucis: la pellicola si apre con il pestaggio di Elvira, un disperato transessuale, da parte di un gruppo di ragazzi di vita e si conclude con il suo suicidio. Nel mezzo, come in un dramma a stazioni, gli incontri del protagonista con i personaggi che hanno segnato la sua vita: Cristoph, il compagno, che, dopo averlo picchiato, l’abbandona; l’ex-moglie Irene che lo rimprovera duramente; Antoin Saitz, il vecchio amante, colui per il quale Erwin ha cambiato sesso che, prima, non lo riconosce e, poi, gli ride in faccia. Alla fine, rifiutato e incompreso da tutti, Erwin-Elvira morirà di crepacuore.

rainer_werner_fassbinder-lacrime_amare_petra_von_kant“Non conosco altra persona, oltre a me, che insegua con tanta disperata ostinazione quell’utopia probabilmente infantile e impudente che si chiama amore e che affronti angosciosamente sempre le stesse dolci amare esperienze. Ma l’esperienza non serve mai…”: così scrive Fassbinder in un breve intervento su Werner Schroeter e così agiscono i personaggi dei suoi film. Nei suoi lavori, la sessualità non è mai semplice incontro di corpi bensì traccia di una lacerazione e, conseguentemente, ricerca di quell’unità originaria di cui ogni rapporto è memoria, tentativo, sconfitta. L’opera di Fassbinder, pur riflettendo, naturalmente, contraddizioni e angosce personali (“Se il pubblico non gradisce, allora gli mostro di amarlo dieci volte meno; solo così era plausibile il fatto di non essere amato, perché  ero io a provocarlo. In realtà volevo evitare di essere ferito”. O ancora: “Io mi rifiuto di blandire i favori degli spettatori, rinuncio ad elemosinare il loro amore, fosse anche la cosa che più mi importa al mondo”), si riallaccia e si eleva a questioni filosofico-esistenziali fondamentali come l’unità originaria dell’universo rotta in individui, l’individuazione come la causa primigenia del male, l’amore e l’arte come tentativo di restaurare l’unità perduta. E’ per questo che, a quasi trenta anni dalla sua scomparsa, la sua vita e la sua opera continuano ad interrogarci e a coinvolgerci, destabilizzando le nostre precarie certezze.


BIOGRAFIA

rainer_werner_fassbinderRainer Werner Fassbinder nasce il 31 maggio 1945 a Bad Worishofen, in Baviera, dal medico Hellmuth Fassbinder e dalla traduttrice Liselotte Eder. Dopo il divorzio dei genitori, nel 1951, vive con la madre che, in seguito, apparirà in molti dei suoi film come Lilo Pempeit o Liselotte Eder. Frequenta la “Rudolf-Steiner-Schule” e diversi licei ad Augusta e Monaco ma interrompe gli studi, nel 1964, prima della maturità per prendere lezioni di recitazione. Nel 1967 entra nell’“Action-Theater” e poi, nel 1968, è co-fondatore dell’”AntiTheater” di cui è autore, regista, attore. Realizza diverse regie teatrali a Monaco, Brema, Berlino, Francoforte, Amburgo. Nella stagione 1974/75 è direttore del “Theater am Turm” di Francoforte. Scrive adattamenti teatrali, pièce e originali radiofonici. Cofondatore del “Filmverlag der Autoren”, da cui si staccherà nel 1977, inizia la sua carriera cinematografica nel 1965/66. Nel 1982, ormai regista affermato, vince l’Orso d’Oro al Festival di Berlino per Veronica Voss. Qualche mese dopo, appena conclusa la lavorazione di Querelle, muore, nel suo appartamento di Monaco, il 10 di giugno.

© CultFrame 11/2010

FILMOGRAFIA

1965 – Il vagabondo (cm)
1966 – Il piccolo caos (cm)
1969 – L’amore è più freddo della morte
1969 – Il terrone
1969 – Gli dei della peste
1970 – Perché il signor R. è stato colto da follia omicida?
1970- Rio das Mortes (TV-movie)
1970 – La bottega del caffè (video/adattamento televisivo)
1970 – Whity
1970 – Il viaggio a Niklashausen (TV-movie)
1970 – Il soldato americano
1970 – Attenzione alla puttana santa
1970 – Pionieri a Ingolstadt (TV- movie)
1971 – Il mercante delle quattro stagioni
1972 – Le lacrime amare di Petra Von Kant
1972 – Selvaggina di passo
1972 – Otto ore non fanno un giorno (serial in 5 puntate)
1972 – La libertà di Brema (video/adattamento televisivo)
1973 – Il mondo sul filo (TV-movie in due puntate)
1973 – Nora Helmer (video/adattamento televisivo)
1973 – La paura mangia l’anima
1972/74 – Fontane Effi Briest
1973 – Martha (TV-movie)
1974 – Il diritto del più forte
1974 – Come un uccello sul filo (video/show)
1975 – Il viaggio al cielo di Mamma Kusters
1975 – Paura della paura (TV-movie)
1975/76 – Voglio solo che mi si ami
1976 – Nessuna festa per la morte del cane di Satana
1976 – Roulette cinese
1976/77 – Bolwieser (sceneggiato in due parti)
1977 – Donne a New York (adattamento televisivo)
1977 – Despair
1977/78 – Germania in autunno (episodio)
1978 – Il matrimonio di Maria Braun
1978 – Un anno con 13 lune
1978/79 – La terza generazione
1979/80 – Berlin Alexanderplatz (sceneggiato in 13 puntate e un “epilogo”)
1980 – Lili Marleen
1981 – Lola
1981 – Teatro in trance (documentario)
1981 – Veronica Voss
1982 – Querelle

IMMAGINI
1 Frame del film Despair
2 Frame del film Veronica Voss
3 Frame del film Le lacrime amare di Petra Von Kant
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