Omaggio a Josef Sudek. Fotografia europea 2009. Reggio Emilia

josef_sudek-reve_de_pierreUna delle domande più frequenti che ci si pone quando ci si accosta a un artista è in che rapporto siano la produzione artistica e la vita e quanto si riflettano l’una nell’altra. Ovviamente non esiste una risposta unica. Per alcuni la biografia non è indispensabile, nel senso che non fa emergere elementi imprescindibili per l’interpretazione dell’opera; per altri, invece, vita e arte sono così indissolubilmente legate da poterle considerare una cosa sola. Basti pensare, tanto per fare un esempio, alla fotografa americana Nan Goldin. La sua vita è il soggetto delle sue immagini tanto che hanno senso solo se considerate insieme. Ma generalmente le biografie che diventano celebri sono quelle più avventurose o anticonformiste, mentre le altre non fanno clamore, restano marginali. Come se gli altri, quelli che non hanno avuto vite fuori dal comune, non avessero vissuto affatto. In questo senso Josef Sudek (Praga 1896-1976), a cui il Festival della Fotografia Europea ha dedicato una mostra personale curata da Madeleine Millot-Durrenberger, rappresenta un’eccezione. È un’eccezione perché la vita non spiega la sua arte, ciononostante in qualche modo la completa.


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Le fotografie in mostra a Reggio Emilia sono contraddistinte da uno spirito comune immediatamente evidente: sono tutte immagini discrete; infatti, non sono di grandi dimensioni, non hanno colori sgargianti, né soggetti particolarmente strani. Per la maggior parte si tratta di stampe a contatto (realizzate appoggiando il negativo direttamente sulla carta fotografica in modo da ottenere un positivo delle stesse dimensioni), sufficientemente piccole da costringere l’osservatore ad avvicinarsi. La qualità di stampa è sorprendente: in alcune immagini il nero è vivido e denso, mentre in altre l’equilibrio di luce e ombra è perfetto. E, così, persino le brocche in vetro attorniate da bicchieri vuoti e le posate diventano soggetti fotografici interessanti; bicchieri mezzi pieni d’acqua attraversati dalla luce incantano per i riflessi creati; semplici piatti o frutti non sono freddi still life, ma acquistano un’atmosfera suggestiva, perché vengono appoggiati sul davanzale dello studio, davanti a un vetro appannato che lascia appena intravedere il panorama esterno; e poi ci sono foto notturne di giardini, nei quali un irreale raggio di luce lunare squarcia il buio. Sudek parte da oggetti quotidiani e li anima, rendendoli un mezzo per aprire labirinti (come intitolò la sua ultima serie fotografica) nella mente e nello spirito. Anna Farova, curatrice di un’importante monografia pubblicata nel 1995 in occasione della mostra allestita al Musée de l’Elysée a Losanna in Svizzera, lo definì come un poeta capace di interpretare la vita segreta della cose: “Sudek non solo ha creato e compiuto un oeuvre, ma anche – e questo è altrettanto importante – una vita nella quale egli stesso è riflesso”.

 

josef_sudek-nature_morteE allora torna in mente la sua vita. Josef Sudek doveva diventare un rilegatore di libri, ma a soli ventun anni perse il braccio destro a seguito di una ferita riportata durante la Prima Guerra Mondiale. Perciò, il fatto che in giovane età avesse imparato anche i rudimenti della fotografia gli tornò utile: durante la lunga convalescenza nell’ospedale per reduci di guerra di Praga trascorse il tempo immortalando i ricoverati. Nel 1920 decise di iscriversi al Circolo di fotografi dilettanti di Praga, ma il riferimento alla fotografia americana di quegli anni, la Fotografia Diretta, era interessante per la perfezione compositiva, ma forse un po’ troppo raziocinante per lui. Così, fondò un altro circolo, la Società Fotografica Boema, e nel 1927 aprì un suo studio, prendendo in affitto una piccola costruzione di legno che si affacciava su un giardino. Da allora pare fosse una consuetudine vedere un uomo che girava da solo per Praga, reggendo sulla spalla con la mano sinistra una pesante macchina fotografica con il suo treppiede. Sudek era individualista e riservato: non si sposò mai, non amava i riconoscimenti ufficiali che la Repubblica Ceca gli fece nonostante i suoi scatti non fossero espressione di alcuna ideologia politica; soltanto, ogni martedì sera, invitava a casa sua gli amici intimi per ascoltare musica classica. Una simile personalità non poteva che creare delle foto così delicate e intimiste che sul momento potrebbero apparire irrilevanti. Ma non lo sono affatto. Lo scrittore americano Francis Scott Fitzgerald, in una delle sue riflessioni sulla scrittura, considerò quanto segue: «Credo che l’importante in un’opera di narrativa sia questo: la reazione dev’essere profonda e duratura. […] mi piacerebbe pensare che l’effetto si faccia sentire molto più tardi, quando il lettore, e già da tempo, avrà dimenticato il nome dell’autore». Ed è proprio quello che succede con le foto di Sudek. Quando si è finito di visitare la mostra, quando sono passati alcuni giorni, forse sfugge il nome del fotografo praghese, ma la magia delle sue atmosfere no.

©CultFrame 05/2009

 

 

IMMAGINI

1 Josef Sudek, Rêve de Pierre, 1953. Tiratura stampa a contatto, cm 27×20. Coll. Mmd

2 Josef Sudek, Le jardin magique, 1960. Coll. mmd

3 Josef Sudek, Nature Morte Simple, 1954. Stampa a contatto, cm 16×11,5. Coll. Mmd

 

INFORMAZIONI

Dal 30 aprile al 7 giugno 2009

Chiostri di San Domenico / via Dante Alighieri 11, Reggio Emilia / Telefono. 0522451152
Orario: martedì – venerdì  18.00 – 23.00 / sabato, domenica e festivi 10.00 – 23.00

Biglietto unico: intero 10 € / ridotto 7 €  / 1 maggio e 2 giugno mostre gratuite per i residenti del Comune di Reggio / 23 maggio mostre gratuite in occasione della Notte Bianca

Acquisto biglietti e info:

Chiostri di San Domenico / Via Dante Alighieri 11, Reggio Emilia / tel. 0522 451722

Palazzo Casotti / Piazza Casotti, Reggio Emilia

Cura: Madeleine Millot-Durrenberger

 

LINK

CULTFRAME. Eternità. Fotografia europea. Reggio Emilia 2009

CULTFRAME. Googlegrammi. Mostra di Joan Fontcuberta. Fotografia Europea. Reggio Emilia 2009

Fotografia europea. Reggio Emilia – Il sito