Informazione, fotogiornalismo e separazione di classe

pulitzer_awardEsiste un’etica del fotogiornalismo? Ci sono dei limiti riguardo la rappresentazione del dolore? Lo sguardo del fotografo deve essere guidato da fattori di tipo deontologico? Sussiste il pericolo della censura, della rimozione “politica” di immagini scomode? Oppure, all’opposto, è riscontrabile nel mondo del fotogiornalismo un tipo di speculazione espressiva che giova solo ed esclusivamente alla carriera del fotografo che ha fatto click nel posto giusto, al momento giusto?

 

La rivista CultFrame e l’associazione Punto di Svista riflettono da diverso tempo su questi argomenti, cercando di scansare sistematicamente tutti i luoghi comuni imperanti nel mondo del fotogiornalismo, sempre più rutilante vetrina di fotografi e “luogo” nell’ambito del quale il personalismo e il sensazionalismo stanno prendendo piede. L’impressione è che il fotogiornalismo sia da tempo un contenitore ormai vuoto, dietro cui si nascondono operazioni di marketing professionale: una sorta di alibi accettato e alimentato dal sistema dell’informazione. Un fotogiornalismo caratterizzato da “star dello scatto” che si costruiscono una solida fama attraverso servizi dal grande impatto emotivo, e ovviamente politically correct fino allo spasimo, e che poi monetizzano attraverso altre operazioni banalmente mercantili (mostre, corsi e workshop, in genere) non può che spingere l’informazione visiva verso una penosa deriva.

Il problema è che lettori di giornali, fotoamatori, appassionati, finiscono per non comprendere più quale sia la vera sostanza del fotogiornalismo; tale sostanza è molto più limpida di quanto possa sembrare e nulla ha a che fare con i macroscopici personalismi in voga negli ultimi anni.

Non ci addentreremo ora, in una riflessione sulla corretta natura del fotogiornalismo, ma vogliamo cercare di riflettere prendendo come spunto di discussione il lavoro con il quale il reporter del Miami Herald  Patrick Farrell si è aggiudicato la sezione “Breaking News Photography” del premio Pulitzer.

Non intendiamo mettere in dubbio la buona fede dell’autore in questione (su cui fino a prova contraria non possiamo dire nulla), né sminuire il senso del Premio Pulitzer. Cercheremo solo, attraverso alcuni esempi, di mettere in luce come all’interno di servizi fotografici fatti senza secondi fini si possano annidare inconsapevolmente stereotipi e immagini il cui senso è estraneo al concetto di informazione.

Le opere  in questione sono state pubblicate con grande risalto anche da Repubblica.it e naturalmente stanno facendo il giro del mondo così come capita in queste occasioni.

 

Il lavoro di Farrell documenta gli esiti devastanti dell’uragano che ha sconvolto Haiti nel 2008. Le caratteristiche di questo fotoreportage sono quelle tipiche degli ultimi anni, caratteristiche che si sono trasformate nel tempo in veri e propri stilemi facilmente riproducibili da qualsiasi fotografo, anche dilettante: bianco e nero drammatico, forti contrasti e sgranature, uso di obiettivi grandangolari spinti, raffigurazione senza limiti del dolore e della morte. Di reportage di questo tipo negli ultimi dieci anni se ne sono visti a centinaia: tutti uguali, tutti iper spettacolari, tutti estremi, tutti drammaticamente estetizzanti. Ma si può dire di più, semplicemente andando ad analizzare tre scatti specifici.

Il primo. Un’inquadratura dall’alto mostra nella parte bassa dell’immagine i cadaveri di ben undici bambini morti durante l’uragano. Nella parte superiore si vedono invece alcuni adulti in piedi con i volti sconvolti.

Il secondo. In primissimo piano è inquadrata la mano di un cadavere mentre sullo sfondo, sfocato, si vede il volto di un bambino morto.

Il terzo. Un bambino completamente nudo è ripreso a figura intera mentre sporco di fango spinge una carrozzina rotta.

Sorvoliamo per motivi di spazio, su questioni di carattere meramente estetico e diciamo solo che stilemi come la dialettica tra fuoco e fuori fuoco, uso enfatico del primissimo piano, dilatazione cripto espressionistica provocata dal contrasto e dagli obiettivi grandangolari, sono incompatibili con sia il “fotogiornalismo-testimonianza” sia con un concetto fotografico di tipo solidaristico.  

In questo casi, infatti, l’utilizzazione stereotipata di taluni elementi linguistici visuali finisce per prevalere nettamente sul contenuto dell’immagine e per generare in chi guarda la sensazione di confrontarsi con una fotografia che potrebbe essere definita “bella”.

Ora, ci domandiamo che cosa effettivamente documentino opere di questo tipo. La distruzione? Il dolore? La nostra impressione è che si vada ben oltre il dovere di informazione. Se fotogiornalismo è sinonimo di documentazione e testimonianza di fatti accaduti, questo genere di fotografia ci fa vedere invece qualcosa di diverso: cioè le atroci sofferenze, totalmente private, di individui e bambini inermi, alcuni dei quali morti, le cui immagini sono esposte senza filtri allo sguardo di cittadini benestanti, che magari leggono il giornale comodamente seduti nella bella poltrona di casa. Per testimoniare gli esiti di un cataclisma è necessario mostrare il corpo irrigidito del cadavere di un bambino? Le persone vive ritratte dall’obiettivo fotografico sono consapevoli che le loro immagini saranno pubblicate sui giornali di mezzo mondo?

 

Siamo alle solite. La raffigurazione del dolore altrui e della morte, sempre altrui, finisce per divenire testimonianza non dei fatti ma della differenza/separazione di classe, tra il mondo ricco e quello povero. Attenzione, non testimonianza intesa come denuncia politica, ma semplicemente come “certificazione” di una diseguaglianza sociale sempre più estrema. Il mondo ricco guarda il mondo povero, lo fotografa, lo sbatte sui giornali, e lo utilizza per scopi che nulla hanno a che fare con la tragedia umanitaria che si dovrebbe testimoniare.

Si ricade dunque sempre nell’annoso problema dello “sguardo colonialista”: il fotografo di un paese  ricchissimo possiede i soldi (molti) per andare sui luoghi delle tragedie e per costruire professionalmente un lavoro fotografico sulle disgrazie altrui, lavoro che ovviamente sarà venduto generando un profitto. Il potere che il fotografo ricco ha sui diseredati della terra è immenso: li può infatti riprendere senza problemi in tutta la loro povertà, trasformandoli di fatto in oggetti. Dove è finita la pietà umana? Dove è finita la questione centrale della scelta del fotografo di pubblicare o no un’immagine? E il rispetto per la dignità degli individui? E lo stesso fotografo (ricco) tratterebbe in ugual modo un cataclisma naturale avvenuto in un paese europeo o nordamericano? Fotograferebbe i cadaveri di bambini senza poi imporre all’editore del suo giornale di oscurarne il volto?   

 

Sembra sempre più necessario che giornalismo e fotografia facciano un esame di coscienza (collettivo) riguardo la strada che è stata intrapresa, una strada che sembra aver perso quell’umanità che dovrebbe guidare lo sguardo, non solo dei fotografi, ma anche dei semplici cittadini, questi ultimi ormai non più in grado di comprendere la differenza tra documentazione del dolore e spettacolarizzazione colonialista della sofferenza.

Rimane sempre chiara nella nostra mente la straordinaria lezione di Claude Lanzmann, filosofo e cineasta che si è sempre rifiutato nell’ambito del suo lavoro di analisi e studio della Shoah di mostrare nei suoi documentari le immagini dei cadaveri trovati da americani e russi al loro ingresso nei campi di sterminio nazisti. Per narrare il dolore e la morte di inermi non c’è bisogno di mostrare il vergognoso oltraggio che è stato fatto dei loro corpi. È  per questo che il documentario di Lanzmann Shoah è una delle maggiori opere intellettuali del secolo scorso. Per il rigore morale con il quale è stato realizzato, per il rispetto assoluto della dignità di coloro i quali hanno sofferto.

 

I fotogiornalisti di oggi si sono mai posti seriamente questi due problemi?


©CultFrame 04/2009
 

 

LINK

CULTFRAME. Informazione, fotogiornalismo e sofferenza umana

Le fotografie di Patrick Farrell su Miami Herlad

Premio Pulitzer- Il sito

 

40 commenti

  1. riflettevo proprio ieri su questo argomento, guardando le foto di cui parlate, pubblicate da Repubblica.
    E’ vero che si rischia una spettacolarizzazione del dolore, ma anche vero che il fotografo, così come lo intendo io non è altro che un occhio amplificato sulla realtà.
    Si dovrebbe quindi contestare in senso più ampio il diritto della società occidentale, o cmq ricca, di poter assistere al dolore altrui come fosse qualcosa di estraneo alla propria realtà.
    Il fotografo ritrae la realtà, anzi semplicemente la riporta. In napoletano, il mio dialetto, la fotografia viene detta anche “a tal e quale”, la “tale e quale”, proprio a indicare che l’identità tra ciò che c’è e ciò che va ad impressionare il negativo, o a riampire la memory card.
    Se poi si gioca sporco e si fa raccontare alla realtà più di quanto la realtà non dica, allora è questione di etica morale strettamente privata e non certo di etica, o deontologia professionale.
    Come in tutte le circostanze in cui si ha a che fare il dolore e la sofferenza, ciò che conta è l’animo con cui si interagisce…
    Ricordo quando morì la madre della mia compagna che io entrai nella stanza dove era stesa e pieno di dolore pensai che mi sarebbe piaciuto farle una foto, non perchè io sia uno macabro, o chissà cose, ma perchè era una realtà grande, importante, che era giusto, a mio modo di vedere, che io ricordassi, anche grazie ad una foto.
    federico guglielmi

  2. ho letto l’articolo è devo dire che mi ha fatto riflettere su molte questioni credo che certe discussioni e certe critiche siano necessarie per chi si occupa di fotogiornalismo.
    però per rispondere a federico direi che :
    la spettacolarizzazzione del dolore è una tendenza che esiste già da molto tempo.
    credo che ognuno può intendere la fotografia e il lavoro del fotografo come vuole, ma il discorso e il dibattitto sulla realtà è qualcosa di più complesso , non credo si possa ridurre ad un’affermazione del genere ” occhio amplificato della realtà”.

    –Si dovrebbe quindi contestare in senso più ampio il diritto della società occidentale, o cmq ricca, di poter assistere al dolore altrui come fosse qualcosa di estraneo alla propria realtà.–

    questa cosa è da capire non mi risulta chiara.
    la classe ricca tutta sà molto bene cosa sta guardando è ben consapevole , non cè nulla di estraneo a lei ….anzi la produce.
    un certo tipo di fotografia serve a consolare e a sentirsi parte di un mondo sano, bello, pulito a separarsi nettamente da chi è ridotto molto male.
    “il tale e quale” a napoli è lo specchio ( anche se non sarei d’accordo ) non è la macchina fotografica.
    in fotografia non puoi pensare di rappresentare la realtà così come è , devi sapere che si tratta di piccole parti di realtà che il fotografo “consapevole” attraverso un lavoro su di sè cerca di interpretare secondo un suo modo , una sua visione , un suo linguaggio.

    —Se poi si gioca sporco e si fa raccontare alla realtà più di quanto la realtà non dica, allora è questione di etica morale strettamente privata e non certo di etica, o deontologia professionale.-

    come fa ad essere una questione strettamente privata una cosa che rigurada una professione del genere? ma conosci più o meno il significato della parola informazione? e la fotografia legata all’informazione ti rendi conto del potere che ha?

    non sempre è necessario scattare fotografie con una macchina fotografica, certe cose possono rimanere impresse per sempre nella nostra mente non è sempre necessario registrarle su un supporto.

  3. Ho guardato il reportage di Farrell più volte, e mi trovo sostanzialmente d’accordo con l’articolo di Maurizio.

    L’operazione di spettacolarizzazione fatta sulle foto è evidente, sia nel modo in cui sono composte che nel modo in cui sono processate. Ed è invasiva e irrispettosa, in particolar modo nelle tre foto sopra menzionate, ma anche in un altro paio, almeno (fra cui l’ultima messa da repubblica).

    Se guardiamo, tanto per fare un parallelo, il reportage di Contrasto sul terremoto in abruzzo, fatto da Marta Sarlo, Riccardo Venturi, e Davide Monteleone (che, fra l’altro è uno dei vincitori del World Press Photo 2009), o i reportage di Prospekt sullo stesos argomento, vediamo che la tragedia ed il dolore sono ripresi in un modo assolutamente meno spettacolarizzato, focalizzando non sui morti e sul dolore esplicito, ma ritraendolo attraverso “quel che rimane”, il mondo e gli oggetti comuni violentati dal terremoto, e le espressioni della gente che, provando a ricostruire un principio di quotidianità, cerca di “navigare” in mezzo allo sgomento causato dall’aver vissuto quella tragedia. Sgomento che è evidente negli occhi dei fotografi, e che, probabilmente, li porta a rispettare di più il dolore, evitandone la spettacolarizzazione.

    Infine, a proposito di spettacolarizzazione, e di “opportunità” di premere ad ogni costo il pulsante di scatto, vorrei citare l’editoriale di Sandro Iovine sul Fotografo di aprile 2009, subblicato anche sul suo blog al link qui di seguito, che mi sembra un ottimo complemento al bell’articolo di Maurizio:
    http://sandroiovine.blogspot.com/2009/04/da-san-donato-milano-2009-viale-jonio.html

    Saluti
    Mario Profili

  4. cara Fabiana, noto un curioso astio nelle tue parole…non ne comprendo il motivo, ma prendo atto che la società è ormai violenta anche nelle espressioni non verbali e questo avvalora il mio pensiero, ovviamente strettamente personale, che è una questione di animo.
    Ti preciso che, immagino anche tu sia napoletana a questo punto, “o tal e qual” è lo specchio, “a tal e quale” è la fotografia…ma questo giusto per soddisfare la tua esigenza di metterti su un cerasiello a far da maestra. (sul punto ti invio un link http://www.tecalibri.info/D/DEFALCO-R_parlar.htm).
    Detto questo, ed uscendo da una sterile polemica, ritengo che a questo punto, seguendo il ragionamento del ricco che non può ritrarre il povero, a prescindere dallo spirito con il quale lo fa, allora chi vive nel quartiere residenziale non potrebbe fotografare il degrado della periferia, il fotografo manager non potrebbe scattare foto all’impiegato licenziato che esce dall’ufficio con le sue cose, ed ancora…fotografi come Capa, cosa avrebbero fotografato????
    Non sono certo come te, che un fotografo deve…un fotografo può, la differenza è profonda è rende questo mestiere (non è il mio sia chiaro), affascinante.
    Concordo con il fatto che si rappresenta una porzione di realtà ma dico che si può riprendere anche la porzione più amara, sebbene con rispetto dell’altrui dolore.
    Vedi i tg in occasione del terremoto che, ci sono stati i giornalisti bestia che hanno invaso la privacy di chi soffriva e soffre per poi interremporli perchè “c’è la pubblicità” e c’è chi con garbo ha raccontato, anche scene crude, perchè ciò non accada, perchè il mondo deve sapere, perchè la gente deve ricordare…
    Altra cosa, ed al riguardo Fabiana credo tu sia anche un’esperta di informazione…Informare significa sostanzialmente sostiuire il noto all’ignoto è poi compito di chi riceve l’informazione saperla interpretare ed eventualmente filtrare, altrimenti parliamo come quelli che non sapendo cosa dire danno la colpa alla Tv per i programmi che trasmette e non hai dementi che li vedono tutti senza saper distinguere la finzione dalla realtà…
    In nessun modo voglio intendere che il fotografo possa calpestare tutto e tutti, dico solo che non devono esistere cose da non fotografare, purchè ci sia rispetto e purchè non si faccia raccontare alla foto, anche attraverso tagli e quant’altro, qualcosa, come detto, che la realtà non diceva…
    ciao

  5. Si, credo che oggi esista una speculazione espressiva che serve solo ed esclusivamente al fotografo e alla sua carriera, al suo sentirsi bravo e coraggioso , onorato , menzionato , premiato .
    Mi chiedo se a volte alcuni fotogiornalisti si pongono certe domande ( come : perché sono qui ? perché fotografo ? quale è il senso di certe tragedie ? ) invece di pensare solo di produrre una o più foto esteticamente perfette e di grande impatto emotivo.
    Purtroppo è vero ciò che cè dietro questi lavori, ci sono operazioni di marketing che servono solo ad alimentare il mercato di un certo tipo di “informazione” Il fotografo “inconsapevole” deve necessariamente adeguarsi a determinati stereotipi e stilemi oramai imposti .
    Personalmente sono stufo di vedere sempre le stesse immagini :
    i luoghi sono sempre gli stessi : ospedali, campi profughi,case distrutte,quartieri fatiscenti, interni lugubri,campi di battaglia, palazzoni logorati dal tempo.
    Per non parlare dei soggetti, delle inquadrature forzate e dell’utilizzo di un certo tipo di postproduzione.
    Tutto ciò e non solo a mio modesto avviso, svuota la fotografia legata all’informazione, del suo vero significato. Molti fotografi sono parte di quella “classe ricca e potente” che non ha bisogno di farsi troppe domande, gli basta affermarsi all’interno di un circuito ben strutturato spesso basato su legami affettivi composto da gente che mentre pasteggia un buon vino d’annata e mangia fettine di prosciutto di parma parla del suo coraggio, della sua bravura, della sua forza intellettuale di fronte a certe realtà. Reclama il suo successo si atteggia a grande conoscitore del mondo e della vita, per il solo fatto di aver fotografato una persona in fin di vita e di averlo fatto attraverso quelle caratteristiche in voga negli ultimi anni: vedi i forti contrasti, uso di obbiettivi grandangolari ecc….
    È chiaro che certe regolette scolastiche siano facilmente riproducibili è chiaro ed evidente che una volta entrati in un ospedale africano si ha piena libertà di azione (quindi alle persone malate in certi casi oltre al diritto alla salute gli viene tolto anche il diritto all’esistenza stessa come essere umano, diventa un semplice oggetto)ci si può muovere liberamente tra persone in fin di vita.
    Oggi questi fotografi non parlano di fotografia, di linguaggio di atteggiamento di fronte al dolore e alla realtà.
    fanno un resoconto giornalistico dell’accaduto e poi ecco che cominciano ad autocompiacersi in maniera smisurata.
    L’uso forsennato di alcuni elementi linguistici prevale quindi sul contenuto stesso dell’immagine.
    Una testimonianza è denuncia politica e in questi casi non esiste questa denuncia ma semplicemente come dice maurizio de bonis esiste una semplice certificazione di una diseuguaglianza sociale.
    Sono sicuro che la pietà umana, il rispetto della dignità degli individui nella maggior parte del fotogiornalismo contemporaneo, non esite.
    Riguardo all’intervento di Mario cè da dire che forse in italia come in altri paesi occidentali non è possibile far vedere morti o sangue che sgorga ad ogni angolo della strada delle proprie città semplicemente perché chi ne dovrà fruire è sempre quella “classe ricca” che vuole vedere le tragedie del mondo fuori dal proprio paese, che vuole oscurare certe incompetenze e certe responsabilità.
    Preferisce quindi rifarsi su chi non potrà mai parlare!
    Credo che monteleone , venturi, ecc.. siano bravi fotografi ma che comunque rientrino in quel tipo di meccanismo..prova a guardare i loro lavori in maniera globale e te ne renderai conto.
    Quindi di immagini di morti del terremoto in abbruzzo ce ne sono eccome , solo che non sono state scelte dall’editore o chi per lui.
    Se guardi bene quelle immagini ritorniamo al discorso di maurizio sugli stereotipi .
    La prima cosa che hanno pensato tutti appena sono arrivati lì infatti è stata questa stupefacente idea degli oggetti.
    E allora tutti lì a puntare la macchina nelle case , tra gli oggetti tra le macerie tutti con la stessa inquadratura e in alcuni casi con la stessa postproduzione.
    anche quell’oggetto diventa immagine violenta.
    Molti fotografi non vivono nell’esperienza di ciò che stanno affrontando, si limitano con molta superficialità a “descrivere” ( come molti dicono ) la realtà e qui il discorso cambia e diventa un’attimnino più complesso.
    Quando guardo un’immagine vorrei che il fotografo mi prendesse per mano e mi accompagnasse dentro quell’immagine nella sua piccola porzione di realtà nella sua intimità, dentro se stesso.
    Perché credo che la fotografia è qualcosa che riguardi in nostro mondo interiore le nostre idee la nostra posizione “politica”.
    Poi è chiaro che ognuno può essere ciò che vuole, profondo o superficiale, servile o non servile.
    In fotografia per me è possibile rappresentare il dolore e la violenza senza abusare delle disgrazie altrui.

  6. La domanda finale è corretta, ma credo (e lo dico con immenso rammarico) che trovi poco spazio nella mente di molti. E che non lo trovi per semplice ignoranza, in senso puramente etimologico, può anche essere ammissibile. Non è tollerabile invece che chi possiede gli strumenti per porsi delle domande di questo tipo, che riguardano la sua professione, non lo faccia per interesse. Non è tollerabile che esponenti di agenzie fotografiche, che oltre ad essere mercanti di foto per la stampa si propongono al mercato anche come critici, facciano pubbliche affermazioni in cui il concetto di reportage viene declinato con modalità prossime alla produzione di un corporate mascherato da fotogiornalismo. Che questo settore attraversi una grave crisi economica è sicuramente vero. Giusto quindi che le agenzie o i singoli fotografi compiano dei passi verso una migliore dinamica economica, ma non lo facciano a spese dell’informazione reclamando poi un posto nelle gallerie d’arte, dove si propongono con immagini che del rispetto della dignità umana e della sofferenza sono come minimo la negazione. Il discorso sul potere del fotografo ricco in terre di disastro o povertà è sacrosanto, come quello sul rispetto dovuto ai soggetti. Che non se ne tenga conto da parte di molti, non tutti per fortuna, è una tragica verità. Facciamo in modo che non ci si aggiunga lo scempio della commercializzazione di immagini che dovrebbero essere nate per raccontare cosa avviene e invece vengono spacciate per arte. Non aggiungiamo scempio ai soggetti e potere agli operatori dell’immagine. Non in questo campo almeno.
    Sandro Iovine

  7. Salve dott. De Bonis,
    ho letto l’articolo “Informazione, fotogiornalismo e separazione di classe” dove lei conclude sottolineando la mancanza di rigore morale e del rispetto assoluto della dignità di coloro i quali hanno sofferto e sono stati immortalati da fotogiornalisti di OGGI che non si sarebbero mai posti seriamente questi due problemi.
    Lei critica tanto i fotoreporter di OGGI, io le vorrei sottoporre il lavoro di un fotografo di guerra di 50-60 anni fa, ovvero il maestro Robert Capa. Le cito alcuni esempi.
    Guerra civile spagnola, nei primi mesi dell’assedio di Madrid, Capa fotografò gli abitanti di Vallecas, un suburbio operaio duramente colpito, dove la gente viveva tra le rovine. Vada a vedere queste foto: donne straziate dal dolore, visi scarnificati dalla fame e dalla sofferenza, bambini che con le proprie mamme camminano tra le macerie in cerca di un tozzo di pane. E del miliziano Federico Borrel Garcia colpito a morte, unanimemente considerata una delle più belle fotografie di guerra mai scattate? Capa non pensò che forse il povero miliziano aveva una dignità e una famiglia che, magari, avrebbe voluto vivere internamente il proprio dolore senza tanta pubblicità?
    Altro esempio: Cina 1938, alcune foto ritraggono cadaveri di civili e soldati lasciati marcire sulla strada, in altre ci persone ferite e terrorizzate che fuggono dal proprio paese. Dove sta la dignità del maestro? E l’etica del fotogiornalismo?
    Terzo esempio: la foto del cadavere del soldato americano scattata a Lipsia nel 1945, ucciso da un cecchino, il corpo steso a terra e in primo piano il rivolo di sangue che inonda il pavimento.
    Quarto esempio e mi fermo: la bambina ebrea che piange disperata, che cammina a piedi nudi in un campo di transito per immigrati di Haifa (1950).
    Lei si domanda che cosa effettivamente documentino le foto di Patrick Farrell. La distruzione? Il dolore? La sua impressione è che si vada ben oltre il dovere di informazione. Cito la sua frase che secondo me, a questo punto, visto gli esempi, andrebbe bene per qualsiasi fotoreporter di guerra passato e presente: “Se fotogiornalismo è sinonimo di documentazione e testimonianza di fatti accaduti, questo genere di fotografia ci fa vedere invece qualcosa di diverso: cioè le atroci sofferenze, totalmente private, di individui e bambini inermi, alcuni dei quali morti, le cui immagini sono esposte senza filtri allo sguardo di cittadini benestanti, che magari leggono il giornale comodamente seduti nella bella poltrona di casa. Per testimoniare gli esiti di un cataclisma è necessario mostrare il corpo irrigidito del cadavere di un bambino? Le persone vive ritratte dall’obiettivo fotografico sono consapevoli che le loro immagini saranno pubblicate sui giornali di mezzo mondo?”
    Questa sua citazione mi sembra che calzi a pennello con il lavoro di Robert Capa, considerato il padre del fotogiornalismo di guerra. La sua critica rivolta ai fotoreporter di oggi mi sembra del tutto gratuita, visto e considerando i precedenti illustri.
    La verità è che un’etica professionale del fotogiornalismo non è mai esistita, perché, i giornali come si devono vendere oggi si dovevano vendere tanti anni fa. La Magnum, dietro “cui si nascondono operazioni di marketing professionale”, sempre per citare le sue parole rivolte agli editori e giornalisti di oggi, è nata per monetizzare e non certo perché ai fondatori piaceva andare in guerra a farsi sparare.
    Le immagini intrise di “spettacolarizzazione” sono sempre esistite, sono quelle che fanno vincere i premi e piacciono alla gran parte della gente comune perché li fa rimanere a bocca aperta. La critica del fuori fuoco o dell’uso eccessivo del grandangolo la trovo superflua e inutile. Sono soltanto delle tecniche fotografiche, un scelta stilistica del fotografo e li si conclude. E’ come se criticassi Pollock perché invece di usare i pennelli versava direttamente il colore sulla tela.
    Esiste, invece, un’etica umana del fotografo che davanti a certe scene fa desistere e lasciare l’otturatore della macchina fotografica chiuso. Ma in tempi di consumismo mediatico e di pance che mugugnano, le confesso, va un po’ a farsi benedire.

    Fausto Ligios, fotoreporter

  8. Il puntuale e vivace commento di Fausto Ligios, mi da lo spunto per chiarire alcuni punti.
    1) La definizione “fotogiornalismo di guerra” (iper usata su libri, riviste, giornali, siti internet) già da sola mi fa rabbrividire. E’ sintomo, diffusissimo nell’ambiente fotografico italiano, di semplificazione e di schematismo intellettuale.
    2) Il fatto che le immagini spettacolari piacciano “a gran parte della gente” sinceramente non mi sembra un argomento significativo.
    Facendo un salto nel mondo del cinema, i più grandi incassi in Italia li fanno i “cinepanettoni”. Vogliamo forse dire che sono dei capolavori? Eppure incassano milioni di euro.
    Inoltre, non sono i premi (quasi tutti ulteriori operazioni di marketing) a poter decretare il livello di un’opera fotografica.
    3) Robert Capa? Il fatto che sia un grande fotografo, non può impedire a chi studia la fotografia di cercare di comprendere alcuni meccanismi espressivi e creativi che forse anche lo stesso Capa potrebbe aver contribuito a codificare. Capa non era infallibile (così come non è infallibile chi fa critica, ovviamente). Forse bisognerebbe cercare di evitare mitizzazioni inutili e pensare anche ai grandi fotografi, come a esser umani, con pregi e difetti.
    4) Mi sfugge il motivo per il quale la mia critica al fotogiornalismo sia gratuita. Mi sembra che questo paese sia ancora democratico, e che le opinioni circostanziate possano essere espresse. Giusto?
    5) Infine ripropongo una sua frase emblematica: “La verità è che un’etica professionale del fotogiornalismo non è mai esistita, perché, i giornali come si devono vendere oggi si dovevano vendere tanti anni fa.”
    Questa sua affermazione è perfetta: non è mai esistica un’etica e i giornali devono vendere. Cosa altro aggiungere.

    Detto ciò, la ringrazio molto per il suo commento. L’ho letto con attenzione e trovo che il confronto dialettico, anche aspro, tra chi ha opinioni opposte sia salutare e segno di vivacità culturale.
    Magari non saremo mai d’accordo, ma questo non importa. La cosa fondamentale è parlarsi e confrontare le idee. La ringrazio ancora per il suo contributo e continui a leggerci.

  9. rispondo a federico

    “cara Fabiana, noto un curioso astio nelle tue parole…non ne comprendo il motivo, ma prendo atto che la società è ormai violenta anche nelle espressioni non verbali e questo avvalora il mio pensiero, ovviamente strettamente personale, che è una questione di animo.
    Ti preciso che, immagino anche tu sia napoletana a questo punto, “o tal e qual” è lo specchio, “a tal e quale” è la fotografia…ma questo giusto per soddisfare la tua esigenza di metterti su un cerasiello a far da maestra. (sul punto ti invio un link http://www.tecalibri.info/D/DEFALCO-R_parlar.htm).”

    caro federico non mi sembra di essermi rivolta verso di te con violenza.
    io non faccio la maestra ne mi metto su un cerasiello che sai solo tu cosa è, dico solo che non è vero che la fotografia riproduce la realtà perchè il fotografo e l’essere umano in generale la interpreta ( perchè sente ) con il suo pensiero e la sua percezione che muta nell’osservazione dell’oggetto ma comunque sempre ancor prima di scattare una foto.
    se leggi bene quello che ho scritto potresti renderti conto che io non ho detto che un ricco non può fotografare un povero, ma che significa scusa?
    forse non mi sono spiegata bene è l’atteggiamento che hai nei confronti di chi stai fotografando poi puoi essere ricco e rifiutare tutto ciò che a che fare con la ricchezza e il potere nelle mani di pochi. ( ti ricordo che de andrè era figlio di un grande industriale eppure il suo linguaggio non si conformava alle regole imposte dalla classe sociale dalla quale proveniva ).
    è chiaro che chi fa il fotografo è benestante ma sei solo andato fuori tema, tutto qui.
    visto che poi non è il tuo mestiere ( fotogiornalismo ) e la fotografia la utilizzi solo per specchiarti allora non puoi assolutamente sapere cosa significa avere il coraggio di non scattare determinate fotografie perchè quelle fotografie verranno guardate da te e da altri come qualcosa di stupefacente e spettacolare, il punto è questo : lo spettacolo della morte a chi giova ?
    per le ultime cose che hai scritto condivido qualcosina …
    il fruitore non deve secondo me interpretare l’informazione l’informazione dovrebbe essere pulita e svuotata da stereotipi e giochi di stile.
    ciao

  10. Rispondo anch’io a Federico: il fatto che in Italia, come nei paesi occidentali in genere, non si facciano vedere immagini così crude, intanto, non è del tutto vero: basta guardare una qualsivoglia foto sui giornali che rappresenti un fatto di cronaca nera, per rendersene conto.

    Penso invece che chi, come hai scritto, “non potrà mai parlarne” sia facilissima preda anche, e proprio, di coloro che, volendo estetizzare il dolore, non si fermano di fronte al pudore, da loro recepito o da altri sacrosantemente imposto, che, nei paesi occidentali impedisce di produrre immagini come quelle di Farrell menzionate da Maurizio, che oltretutto “estetizzano” fortemente il concetto mediante una postproduzione estremamente curata (efficace e molto bella, a parer mio, ma assolutamente fuori posto nello specifico contesto).

    Per portare un esempio, egualmente forte, ma radicalmente diverso (anzi, direi quasi opposto) di linguaggio e di atteggiamento di fronte al dolore, basta vedere la foto di Gleb Garanich che ha vinto il terzo premio al world press photo 2009 nella sezione “spot news” ( la foto è questa http://bi.gazeta.pl/im/7/5571/z5571517X.jpg e la sequenza di immagini è qui: http://edmondterakopian.blogspot.com/2008/12/gleb-garanichs-crying-man-sequence.html).
    E’ evidente a mio avviso dalla foto e dall’intera sequenza, come il tutto non abbia nessuna connotazione estetizzante, ma sfrutti al meglio il linguaggio fotografico per parlare di fotografia, di linguaggio, e di atteggiamento di fronte al dolore e alla realtà.

    saluti
    Mario Profili

  11. Gentile dott. De Bonis,
    quando ho detto che la sua critica rivolta ai fotoreporter di oggi mi sembra del tutto gratuita, era rivolta ai fotoreporter e non al fotogiornalismo in se e, comunque, volevo solo affermare che oggi in Italia lo sport nazionale, ovviamente dopo guardare i reality, è accusare il fotogiornalista di manie di protagonismo. Lo fanno ormai tutti i siti, giornali, blog di fotografia. E’ come sparare sulla croce rossa. Non voglio difendere la categoria ma forse non tutti sanno che è il photo editor che su 50 scatti proposti, ne sceglie sempre 5 fra i più macabri e sanguinolenti e li mette in pagina. La gente comune, per intenderci, questo non lo sa e così, per sillogismo aristotelico, il fotogiornalista diventa il mostro senza coscienza che per vile denaro propone “solo” fotografie stereotipate sulle disgrazie altrui. Siamo in un paese democratico, è giusto che lei abbia la possibilità di dire la sua opinione, non lo prenda come un attacco personale, per carità, però forse, mi permetto di suggerirle di spostare un po’ il mirino verso i piani alti, e allora, magari, le do una mano a sparare.
    Sono d’accordo con lei sui film cinepanettone e che i premi in fotografia, alla fine, quasi sempre sono un magna magna nelle mani di grandi agenzie fotografiche.
    Quando ho sostenuto che le immagini intrise di “spettacolarizzazione” sono sempre esistite, sono quelle che fanno vincere i premi e piacciono alla gran parte della gente comune perché li fa rimanere a bocca aperta, era ahimè soltanto una constatazione, un reale dato di fatto, non certo un qualcosa di cui andare fieri.
    Ho preso come esempio Robert Capa perché ritenuto da tutti, critici in testa, il maestro del fotoreportage dal fronte. Be, forse abbiamo scoperto che anche lui in un certo senso è attaccabile quanto lo siamo noi operai del settore.
    Non so se sia giusto o sbagliato mitizzare un fotoreporter, così come non so se sia giusto o sbagliato criticarlo per ciò che esprime attraverso il proprio lavoro. Non dimentichiamo però che la fotografia è un modo tangibile per esprimere ciò che una persona ha dentro di sé, al di là del soggetto che scatta o del medium che utilizza.

    Saluti, mi scusi per la mia irruenza, grazie per l’interessante dibattito

    Fausto Ligios

  12. Gentile Fausto, non si deve scusare. Ci stiamo solo confrontando e questo è positivo. Poco ma sicuro. Dunque, la sua non è irruenza, semmai sentita partecipazione a un dibattito.
    Detto ciò, le dico che prendo al volo il suo suggerimento: spostare
    il mirino verso i piani alti.
    E’ giusto e sano intellettualmente stigmatizzare i potenti. Mi permetto di dire però che oggi alcuni fotogiornalisti hanno un potere reale. Non tanto sull’informazione ma sul mondo della fotografia. Si tratta di una specie di pensiero unico sul “fare fotografia” che certe volte diventa una sorta di lavaggio del cervello per i giovani a cui viene insegnato che l’unico modo di fotografare è quello che portano avanti pochi fotogiornalisti di moda.
    Ma le dirò di più. Forse, e in questo le do ragione, bisognerebbe iniziare a riflettere sul ruolo del photo editor.
    La questione della scelta comunque è centrale. La prima scelta è quella del fotografo che ha scattato (già potrebbe rappresentare un primo filtro). La seconda del photo editor. Poi ci sono i capiservizio dei giornali e infine i direttori delle testate. Tutti hanno un po’ di responsabilità. Ma su questo argomento torneremo a riflettere.

  13. Gentile dott. De Bonis,
    Vorrei ritornare sulla sua affermazione che “oggi alcuni fotogiornalisti hanno un potere reale. Non tanto sull’informazione ma sul mondo della fotografia. Si tratta di una specie di pensiero unico sul “fare fotografia” che certe volte diventa una sorta di lavaggio del cervello per i giovani a cui viene insegnato che l’unico modo di fotografare è quello che portano avanti pochi fotogiornalisti di moda”.
    Vorrei analizzare due elementi del suo pensiero, ovvero “potere reale” e “fare fotografia”.
    Partiamo dal “fare fotografia”. Sono d’accordo con lei sul fatto che esistono fotografi che si credono delle divinità viventi sulla terra. Alcuni, con tutto il rispetto per le divinità, forse lo sono anche, altri, la maggior parte, vivono di rendita per premi vinti e riconoscimenti vari, altri ancora sono intrisi di un ego smisurato dovuto alla persona e non al fatto di essere semplicemente dei fotografi. Ben venga chiaramente chi è baciato dalla fortuna di “fare” una buona fotografia (a proposito: CHI lo stabilisce?), perché grazie al loro insegnamento si può sognare di diventare dei buoni fotoreporter.
    Le scuole di pensiero sono sempre esistite e se un fotografo è un “buon” modello per i giovani ben venga il suo insegnamento e la sua esperienza. E’ chiaro che una cosa è l’insegnamento che può anche avere una chiave univoca, un’altra cosa è l’apprendimento dell’allievo, che ascoltato il maestro può anche dissentire totalmente.
    Conclusioni: il pensiero unico esiste, è giusto che ci sia se il fotografo è un “buon” fotografo, ha il “dono” dell’insegnamento, ma da qui a dire che lo stesso possa indottrinare tutti coloro che lo ascoltano con lavaggi del cervello mi sembra un passo azzardato.
    Prendiamo ora il concetto di “potere reale” nel mondo della fotografia e ci riallacciamo al discorso fatto in precedenza: CHI stabilisce se un fotografo è un “modello”?
    Sicuramente non i fotografi perché anche il più fanatico, di fatto, se non ha una spintarella, un trampolino da cui spiccare il volo, un posto sul trono dell’informazione visiva, può stare tranquillo che da solo non ha la forza per issarsi sull’albero più alto. Semplicemente se ne sta rinchiuso nel suo orticello e non morde nessuno.
    Forse il fotografo ha un “potere reale”, se lo paragoniamo ad una capacità mi sembra giusto che la abbia, in fondo non critichiamo un pilota perché sa guidare bene un aereo o un cuoco che ci delizia con i suoi piatti raffinati.
    Anche lei, mi permetta se faccio questo esempio, ha un “potere reale”, ovvero il suo pensiero e la sua critica, attraverso il suo sito, potrebbe generare una sorta di lavaggio del cervello in chi legge i suoi articoli.
    Torniamo al nostro fotografo e domandiamoci: è lui a decidere quando e come porre in essere il suo “potere reale”?. Io penso che sia un potere spendibile SOLO quando si arriva a certi livelli, quando si fa parte di un meccanismo più grande che decide. In poche parole il concetto è: si tu ci vai bene, vai e fai proseliti perché per noi c’è un tornaconto. NOI.
    Conclusioni: il “potere reale” dei fotografi esiste ma è figlio di un’altro “potere reale”, latente, ma di fatto esistente.
    Conosco tanti bravi fotografi (a parer mio) che dopo anni sul campo ora fanno tutt’altro. Potevano “fare fotografia” e, di conseguenza con un po’ di fortuna avere un “potere reale” ma, di fatto, non ne hanno avuto la possibilità. Conosco altri fotografi (meno bravi, sempre a mio parere) che sono cresciuti perché innaffiati da qualcuno che ha pensato a tutto.

    Saluti
    Fausto Ligios

  14. Diverse cose non mi convincono nel suo articolo, a partire dal fatto che non é chiaro cosa lei intenda con “corretta natura” del fotogiornalismo e con elementi linguistici “incompatibili con fotogiornalismo testimonianza e con un concetto fotografico di tipo solidaristico”. Il virgolettato fa riferimento a stralci del suo intervento. Non sono chiari questi concetti perchè non vengono espressi e si possono al massimo dedurre per nagazioni di cosa lei intende per scorretto. Ma non é scontato che il contrario dello scorretto corrisponda al corretto. Dunque diventa difficile discutere se mancano le definizioni. Si può discutere di alcune cose che vengono evidenziate nel testo (ma non di cos’è fotogiornalismo corretto).
    1) La cosa che mi incuriosisce di più é il discorso sulle fotografie di morti e di morte. Cos’è che non va, il fatto in se, cioè fotografare i morti – così sembra in diversi passaggi del suo testo – o il modo con il quale si fotografano i morti? Non mi sembra chiara la linea di confine tra le due cose. I morti andrebbero fotografati, non foss’altro perchè con la morte i conti il fotogiornalismo li deve fare, semmai sono i modi con i quali li si fotografa e nella fotografia citata da lei non vedo però qualche problema particolare, non vedo il venir meno del rispetto. E’ chiaro che la questione del rispetto non è solo fotografica, ma viene prima e appunto per questo le chiedo di esplicitare meglio qual’è allora il presupposto etico che regola un fotografo di fronte alla morte.
    La fotografia di un corpo rigido di un bambino può anche rappresentare gli effetti di un cataclisma, perchè ad esempio é una morte che potrebbe assumere a simbolo anche del totale disprezzo del territorio e dei suoi abitanti, da parte dei governanti (e ad Haiti é così): di per sè non capisco dov’è la disegualianza sociale…forse perchè il fotografo fotografa i morti ad Haiti e in Abruzzo no? Certo che quel tipo di foto servisse, bisognrebbe fala anche in Abruzzo. Direi che in entrambi i casi é il contesto a ridare senso ad immagini così forti, a non farle diventare pura morbosità, o cose del genere. E’ la dialettica fotografia/contesto e produrre il senso ultimo.
    2) sugli stilemi che lei cita, denunciati come irrimediabilmente incompatibili con il fotogiornalimo e la solidarietà. Anche qui é necessario un chiarimento su quali sono allora gli stilemi adatti al fotogiornalismo. Direi solo che in ogni caso, qualunque essi siano, sono comunque stilemi dotati di una propria retorica, nel sesno originario del termine, e poi anche di una propria retorica nel senso negativo del termine. Sono sempre elementi di un linguaggio che servono a costruire una rappresentazione che nel caso del fotogiornalismo permettono di “far sembrar vera” un’immagine, di “far sembrare solidaristica” un immagine. Qualunque fotografo, animato anche dal miglior sentimento di verità e di solidarietà ricorre all’uso di un linguaggio che artifialmente ricostruire brandelli di realtà. Credo che questo sia uno degli elementi decisivi per discutere di fotogiornalismo così come di fotografia. Aspetto che però trovo poco esplicitato nel suo scritto, almeno in questo.
    Ci sarebbero ancora diverse cose da dire, ma preferisco limimtarmi a queste che trovo important inq uanto resupposti di qalunque dscorso sulla fotografia di reportage o di fotogiornalismo.
    grazie
    marco

  15. Ho letto i commenti all’articolo di Maurizio, e aggiungo il mio.

    Ci imbattiamo sempre più spesso in immagini realizzate da individui (preciso: non tutti) i quali utilizzano la macchina fotografica per esaltare a dismisura il proprio narcisismo.
    Mi trovo d’accordo con Fabiana quando dice che il fotografo dovrebbe avere il coraggio di non scattare. Succede spesso che il fotografo spinto dal desiderio della bella inquadratura, perda il contatto con la realtà, che invece è chiamato a testimoniare.
    Parlerei allora piuttosto di uno sguardo offuscato e quindi, di un’immagine fuorviante. Chi guarda una fotografia di Patrick Farrell come quelle indicate nell’articolo, la definisce “bella” o “splendida”. Questa ricerca di estetica a tutti i costi da applicare in maniera spesso superficiale non permette al fruitore di confrontarsi con la realtà ma al contrario, ferma il suo sguardo alla superficie. Tutto si conclude con la “bella inquadratura”, o addirittura con la “bella stampa”.
    I grandangolari, i mossi, le sfocature, i contrasti estremi sono ormai dei manierismi stomachevoli. Vengono usati non come un elemento linguistico (se così fosse, sarebbero assolutamente rispettabili) ma semplicemente come acrobazie tecniche che servono per ammiccare al fruitore, quindi i giornali, quindi il photoeditor, etc. in un circolo vizioso difficile da rompere.

    Pulire il campo dai vizi fotogiornalistici sarebbe un’utopia, ma forse una maggior consapevolezza sarebbe auspicabile. A tal proposito, vi raccomando la lettura suggerita da Sandro di un articolo scritto dal fotogiornalista Ted Jackson che racconta le difficoltà etiche che riscontrava mentre si trovava a fotografare su commissione New Orleans durante l’Urganao Katrina e in particolare riporto le seguenti parole: “… i fotografi zoomavano sempre di più sul crescente dramma. Io, disgustato, ho appeso la macchina fotografica al collo…”. “ … Ora ero capace di aiutare quando ce n’era bisogno e scattare quando il momento era appropriato”.

    Forse manca la riflessione sul “momento appropriato”. Se non lo è, bisognerebbe avere il coraggio di non scattare e di voltare lo sguardo altrove.

  16. Orith, ma dove questi elementi linguistici smettono di essere tali e iniziano a diventare acrobazie tecniche. Penso di capire cosa vuoi dire, ma non mi sembrano applicabili al caso del fotografo del premio Pulitzer (dove forse la questione é un altra). Volgio dire che mi sembra che mettiate cose diverse dentro lo stesso calderone e poi si critica.
    Che poi ci siano fotografi che li usino male, ma vabbè, certo che ce ne sono, che il giornalismo e il fotogiornalismo non stiano un granchè bene, ma certo (anche se é da quando sono piccolo che sento dire queste cose…), ma sono convinto che si debba guardare anche a quello che funziona, altrimenti é sempre tutto uno schifo. Se mi guardo i servizi fotografici della Noor, della VII, della stessa Magnum e di molti altri non trovo quello che dite. Mi sembra che rappresentino anche molto altro. Fate anche qualche nome, così ci si inizia a capire meglio…
    grazie
    marco

  17. Marco, non tutto fa schifo e l’ho anche detto.

    Una precisazione: noi di CultFrame non facciamo critica per il gusto di fare critica. Noi cerchiamo solo di stimolare la riflessione e la discussione che a nostro parere mancano e che non possono che giovare a tutti noi. Ci sinteressa il confronto delle idee e non i pensieri unici.

  18. Seguo con passione questa discussione da un paio di giorni, e dire che ci sono finito per caso, non conoscendo il sito (preferisco l’aria aperta al computer) e neanche i miei interlocutori.
    Questa volta vorrei rivolgermi a Orith Youdovich perché mi ha colpito subito una sua frase; cito: “Succede spesso che il fotografo spinto dal desiderio della bella inquadratura, perda il contatto con la realtà, che invece è chiamato a testimoniare”.
    Non capisco il legame, negativo a quanto sembra, tra “il desiderio della bella inquadratura” e “il contatto con la realtà”. Mi può spiegare?
    Io non penso che lei scatti a caso, puntando il suo obiettivo dove capita per catturare un qualcosa che l’ha colpita. Penso che farà un minimo di preparazione, che ne so, orizzontale o verticale, apertura otturatore, tempi, luce, etc.
    Tutto questo io penso che porti ad una bella inquadratura, fatta con tutti i crismi necessari affinché la fotografia possa essere considerata tale.
    Vorrei capire anche la frase “perdere il contatto con la realtà”. Può farmi un esempio di una foto che secondo lei è fedele (o ci si avvicina) alla realtà? Quali caratteristiche tecniche, emozionali, tonalità, dovrebbe avere?
    Mi spiega anche il rapporto negativo tra desiderio della bella inquadratura e contatto con la realtà?
    Cito: “Questa ricerca di estetica a tutti i costi da applicare in maniera spesso superficiale non permette al fruitore di confrontarsi con la realtà ma al contrario, ferma il suo sguardo alla superficie. Tutto si conclude con la “bella inquadratura”.
    Se lei pensa veramente questo, mi scusi, ma sono io che mi permetto di dirle che è lei un po’ superficiale, perché critica i fotografi accusandoli di narcisismo solo perché utilizzano un grandangolo o un effetto mosso per raccontare la realtà (o una realtà?) e, soprattutto, offende i fruitori delle immagini che per un eccesso di estetica si fermano alla superficie non capendo la fotografia che hanno davanti.

    Saluti

  19. Quando dico che “…altrimenti é sempre tutto uno schifo”, non intendo che voi di CultFrame dite questo, il testo é li a riprova. Me ne guardo bene. Allo stesso tempo avendo formulato più di una domanda in senso costruttivo, o quantomeno nel tentativo di chiedere spiegazioni, noto che mi si risponde solo alla sfumatura citata sopra. Ma sono d’accorodo con voi, il confronto é sulle idee. Appunto.
    E allora proviamo a dare qualche definizione di cosa dovrebbe essere il fotogiornalismo, di quali sono gli esempi da considerare. Guardiamo qualche immagine, non di quelle che non si considerano fotogiornalismo, ma di quelle lo elevano.
    grazie
    marco

  20. appoggio Marco, vediamo queste foto esempio di fotogiornalismo e poi discutiamoci su…

    Grazie

    fausto

  21. Fausto,

    Quando parlo della ricerca estetica, intendo quando questa prende il sopravvento sul contenuto e il desiderio di “piacere” prende il sopravvento sul desiderio di “informare”. Io non accuso (tutti) i fotografi di narcisismo (legga bene il mio commento) ma alcuni fotogiornalisti che fanno uso di certe modalità tecniche e estetiche solo perché possono piacere e perché mettono in risalto loro stessi ancor prima della realtà (che li circonda) e che sono chiamati a testimoniare . Posso o no mettere in dubbio la loro vera volontà di fare un servizio di informazione? (E questo problema è riscontrabile non solo nel fotogiornalismo, ma anche nel giornalismo cartaceo o televisivo).

    E sono la prima a sostenere che la fotografia non riproduca la realtà. Quindi quando parlo della perdita di contatto con la realtà, parlo della perdita di contatto con la realtà circostante. Quindi parlo del rapporto del fotografo con quel che gli succede intorno e non della porzione di realtà dentro l’inquadratura.

    E ultima cosa.
    La pregherei di non accusarmi di superficialità, perché io non l’ho accusata di niente nonostante non sia d’accordo con alcune cose che ha scritto.
    Legga bene il mio commento.
    Io non ho MAI detto che il fruitore non capisce la fotografia che ha davanti. Ma ho detto: La ricerca estetica (a tutti i costi) non permette al fruitore di confrontarsi con la “realtà” (aggiungo le virgolette e per realtà intendo contenuto) ma al contrario, ferma il suo sguardo alla superficie.

    Le spiego meglio. Lo sguardo che si ferma sulla superficie non è un problema del fruitore ma è un problema del tipo di fotografia di cui parlo.

    Orith Youdovich

  22. Inizio questo intervento chiedendo scusa (sono sincere e sentite) a Orith Youdovich per la mia accusa di superficialità, nata semplicemente dal fatto che come fotoreporter e fruitore di immagini mi sono sentito chiamato in causa, soprattutto nella frase ”ma alcuni fotogiornalisti che fanno uso di certe modalità tecniche e estetiche solo perché possono piacere e perché mettono in risalto loro stessi ancor prima della realtà (che li circonda) e che sono chiamati a testimoniare”. Mi consenta ma questa è una affermazione un po’ offensiva anche se è riferita ad alcuni fotografi e non alla classe intera.
    Ma questo, comunque non deve essere per me una giustificazione. Ancora sentite scuse.
    e’ giusto che ci sia la sua critica se sentita.
    Io uso il grandangolo, il mosso, il contrasto. Rientro quindi nella categoria che lei, democraticamente, critica. Non lo faccio perché penso di “poter piacere” o perché voglio mettere in risalto la mia persona ancora prima di ciò che tento di documentare. Semplicemente è il mio modo di raccontare, è lo stile che prediligo perché lo sento nelle mie corde. Conosco tanti bravi fotoreporter che come me preferiscono questa tecnica e le posso assicurare che è una cosa del tutto naturale, come scegliere se indossare le scarpe da tennis o gli anfibi. Poi se ci sia un abuso di estetica a discapito del contenuto anche questa è una cosa su cui ci si può discutere.
    Le faccio una domanda: Come può criticare il lavoro di un fotografo di guerra, ad esempio, se lei in prima persona non ha vissuto la sua stessa esperienza e, quindi, non è a conoscenza di quello che gli è successo intorno?
    La stessa realtà vissuta da dieci fotografi differenti sarà raccontata in maniera differente. Lei a priori, non conoscendo la realtà da documentare, si sentirebbe di escludere qualcuno di questi solo perché ha esagerato con l’estetica?
    Io credo nella buona fede di tanti fotografi anche di quelli più narcisisti, anche perché ognuno ha un proprio background culturale che lo porta a vedere, e quindi a scattare, in maniera diversa.
    Ancora tante scuse.

    Fausto Ligios

  23. Mi sembra che la discussione intorno all’articolo in questione vada avanti con vivacità. Potremmo continuare all’infinito e a questo punto mi sembra opportuno chiarire alcune questioni.
    1) E’ bene concentrarsi sulla Fotografia e confrontare le idee senza cedere all’istinto (umanissimo) di trasformare il confronto di idee in duello personale. Quest’ultimo non ha senso in un dibattito culturale. E’ quanto mai opportuno dunque ribattere con un proprio argomento senza voler sminuire quello del proprio interlocutore. E’ difficile anche per me, lo capisco (dunque lo dico anche a me stesso), ma dobbiamo fare questo sforzo
    2) Questo pubblicato è solo il primo di altri articoli sulla fotografia italiana e non. Dunque il dibattito potrà continuare, anche alla luce di nuovi elelemnti che verranno pubblicati.
    3) Cerchiamo di non perdere mai divista il nostro obiettivo: discutere democraticamente, nel rispetto di ogni opinione e argomentando in modo chiaro e sintetico

    un grazie a tutti per il vostro contributo

  24. Chissà perchè non si riesce ad andare un po in la, oltre a quello che si é detto, provando a fare esempi (oltre a quello che si é fatto all’inizio). Si continua a fare affermazioni senza che vengano supportate da qualche esempio concreto. Uno a caso, Jan Grarup, agenzia Noor…bei neri profondi (da vedere in stampa), immagini sghembe, sfocato, grandandoli, ecc, ecc. Cos’è un fotografo che si bea della propria qualità estetica?. Un altro, Gary Knight, agenzia VII, anche lui con il suo bel repertorio di foto “estetizzanti”. Oppure, giusto per uscire dalle agenzie, Jenn Ackerman, con i suoi bei sfocati sui matti nelle galere. E li per la solidarietà, e per etica del reportage c’è n’è da verificare!!!. Ovviamente ce ne sarbbero altre decine e decine. Dimenticavo un certo R.Frank e W.Klein, quanto a sfocati…ma forse é tutta colpa loro.
    grazie
    marco

  25. Per Marco,
    bella lista, mi piacciono tutti, aggiungerei, per rimanere in tema Noor, Pep Bonet (semplicemente fantastico il suo lavoro negli ospedali psichiatrici della Sierra Leone), Francesco Cito (che qui in Sardegna ha fatto cose stupende), Tano Siracusa purtroppo non molto conosciuto (vedere il libro “Altri sud”), Francesco Cocco, Dario Coletti con il suo ultimo lavoro “Ispantos”, solo per citarne alcuni…

    grazie

    Fausto

  26. Solo per chiarire. I nomi che si possono fare sono molti, ma ciò vuol dire poco e sinceramete non siamo qui per fare classifiche, o liste di buoni e cattivi. Cultframe nel caso specifico ha avviato un discorso teorico e di principio sul fotogiornalismo a partire (ma solo a partire) dalle immagini di Patrick Farrell. L’analisi dunque dovrebbe riguardare esclusivamente quel tipo di fotografia che serve da corredo a una notizia, oppure che è una notizia.
    E’ bene quindi chiarire che esiste una differenza tra fotogiornalismo e reportage personale. Nel primo campo lo sguardo dovrebbe essere di tipo oggettivo (per quanto sia possibile una categoria del genere) e dunque l’uso del linguaggio visivo deve essere funzionale alla notizia e non costituire un testo autonomo che produce senso al di là della notizia stessa. Il reportage personale è altra questione, su cui magari parleremo più in là. Dunque fatico a considerare alcuni dei personaggi nominati fotogiornalisti.

  27. Sono per la prima volta su questo sito e lo trovo molto interessante.
    Alcune considerazioni:
    1) Pubblicare o commentare fotografie al di fuori di un contesto di scrittura genera una forte polisemia, cioè variabilità di significato. Che scrivere sia indispensabile per articolare un discorso critico e di consapevolezza è testimoniato da questo blog. Pubblicare foto senza didascalia (o testo) favorisce la tendenza a creare icone (o meglio simboli – secondo Peice) che, sono d’accordo con Bonis, nel caso specifico sono molto Kitsch e stereotipate stilisticamente.
    Personalmente credo quindi ad un fotogiornalismo che va realizato e valutato tenendo conto di foto+scrittura.

    2) l’autonomia del linguaggio fotografico esiste, ma allora incorniciamo la fotografia al muro e chiamiamola arte, non notizia, e giudichiamola con criteri estetici. A mio avviso troppi fotografi sono “traviati” dalle loro velleità artistiche e sottovalutano il valore di conoscenza (anche fortemente emozionale) che può avere la foto oltre gli stilemi e gli stereotipi della nostra cutura visuale.

    3) Il problema della privacy. Un buon giornalista controlla le fonti, fa domande ed interviste avendo un rapporto umano con le persone. Non registra di nascosto o si immagina il loro punto di vista. Credo che se i fotografi avessero lo stesso atteggiamento (facendo foto con il consenso della persona, parlandoci, riportando la loro opinione sul fatto in questione) il risultato sarebbe un lavoro molto più etico e rispettoso della privacy.

  28. Lo sostenevo nel 2004 (anche da prima) e sono tutt’ora convinto che prima di parlare di Etica del fotogiornalismo si debba parlare di Etica del capitale, chi paga? Chi guadagna? Il soggetto?

    http://www.labo.it/zero/etica/dobro.html

    Poi per quanto riguarda il fotografo basta una semplice domanda: perchè hai scattato la foto? Io me lo chiedo sempre prima di scattare. Come anche: “cosa ci faccio qui con la macchinetta in mano?”.
    Bisogna sapersi rispondere, con umiltà.

    Buona giornata.
    f.

  29. D’accordo, d’accordo…ma ritorno alla domanda iniziale, alla quale si risponde solo in parte. “Nel primo campo lo sguardo dovrebbe essere di tipo oggettivo (per quanto sia possibile una categoria del genere) e dunque l’uso del linguaggio visivo deve essere funzionale alla notizia e non costituire un testo autonomo che produce senso al di là della notizia stessa”, E’ qui che continuo a non capire cosa si vuol dire. Si assume la notizia come un punto di partenza, come se la notizia non fosse anch’essa già un trattamento semiotico, pensando che un immagine possa essere un derivato di questa notizia, come se non dovesse mettere in campo la propria natura polisemica, producendo quasi inevitabilmente un senso altro. Insomma un immagine dovrebbe annullarsi. Mi sfuggono esempi che ci riescano, ed é questo che sto chiedendo, non tanto di risentire una teorizzazione, ma vedere una concretizzazione. Ovvio che se non arrivano uno si mette a fare le liste, ironicamente.
    Se poi si deve solo teorizzare, allora facciamo quelli che teorizzano.
    grazie
    marco

    ma non ci mettiamo a metter di mezzo Peirce…che poi semmai é un indice, o meglio a prevalente natura indicale, perlomeno come molta della vulgata nostrana, e non, sostiene.

  30. Grazie Orith.
    Tendenzialmente aborro gli estetismi anestetizzanti (il sovraccarico di violenza che subiamo dal sistema mediatico, codificato secondo immagini spesso ormai retoriche, rende la percezione dell’informazione sempre più esile) e personalmente ho cercato di allontanarmene.

    http://www.intivate.com/mine/angola/index.htm

    In pratica: ho fotografato questi ragazzi come atleti, e non come “neri” in bianco e nero che lottano per emanciparsi (verso cosa?). Queste fotografie semplici tecnicamente non credo possano essere considerate “polisemiche”. In queste immagini c’è rispetto per il soggetto e si possono tradurre in parola, ma non interpretare. Sono state in gallerie e a concorsi, metà dei soldi guadagnati sono andati in beneficienza a ong (e questo è sovversivo, oggi).

    La galleria d’arte può essere un buon strumento per dare un tempo diverso alle immagini, ai fruitori e al soggetto. Un periodo di riflessione migliore, e forse più efficace per dialogare su alcuni temi sociali. Ma se fuori dalla galleria si parla più del fotografo che del soggetto: il reportage è autoreferenziale, l’uno ha usato l’altro. A meno che concettualmente non abbia fatto qualcosa di innovativo.

    Buona serata.
    f.

  31. Forse Paolo voleva dire un altra cosa con il riferimento a Peirce, ma rimane il fatto che il filosofo é da prendere con cautela nell’usarlo a proposito della fotografa benchè, da tempo, in molti ci provino.
    grazie
    marco

  32. Per Paolo.

    Ho visto il tuo reportage in Angola, mi è piaciuto nella sua semplicità di taglio e inquadratura. Con il termine semplicità non voglio assolutamente dire che sia stato “semplice” scattare questo tipo di foto e quindi dire sostanzialmente che tutti potrebbero farle. Ti faccio i complimenti per l’approccio alla notizia, se così vogliamo chiamarla, o al tuo progetto personale (scusa, non so cose effettivamente sia). Volevo chiederti se è possibile sapere una cosa: tu affermi che non possono essere considerate “polisemiche”, ovvero si possono tradurre in parola ma non interpretare. Mi puoi spiegare il perchè? è una questione di tecnica? ovvero il fatto, per esempio, che non hai utilizzato il bn, un contrasto eccessivo o un grandangolo a farti sostenere queste cose? Perchè è presente il rispetto per il soggetto? Forse perchè hai chiesto al soggetto stesso di essere fotografato e poi gli ha spiegato che il tuo lavoro sarebbe diventata una mostra e i ricavati sarebbero confluiti nelle casse di una ong?
    La mia è semplice curiosità di un “collega”, non voglio ne attaccarti ne giudicarti per carità. Vorrei solo capire.
    Grazie.

    Fausto

  33. Ciao Fausto,
    io mi chiamerei Fabiano;) e se il messaggio era rivolto a me rispondo volentieri. Trovi comunque la spiegazione nel link alla conferenza sull’etica, se vuoi leggere.
    Non sono interpretabili oltre quanto è il dato indicale. Puoi solo pensare al valore ed al coraggio che hanno per reagire così a ciò che gli è capitato. Io mi sono fatto da parte per dare al soggetto solo la mia capacità tecnica di esprimerlo, senza interpretarlo (che è comunque una interpretazione). Sono semplici e dirette, per quanto io concordi con Paolo sull’uso delle parole a indirizzare la fotografia: il tandem fotografo + giornalista ha molta più profondità (sono due linguaggi diversi) di qualsiasi one-man’s-band il sistema economico ci voglia imporre.
    Il rispetto per il soggetto c’è perchè vedi il soggetto e non il fotografo, non sono immagini autoreferenziali dove uso il soggetto per esprimere la mia “arte” (e la mia aderenza a sensi di colpa da peccato originale).
    Se devo comunicare una notizia le emozioni devono venire dal soggetto, e non dall’enfasi che ci metto io per trasmetterlo. Sennò è il solito giornalismo emozionale (come certi titoli recenti dei giornali: “Influenza suina, psicosi in borsa”…o psicotici in borsa e nelle redazioni?:).
    Non ho detto loro che avrei fatto foto (sono visibile) etc. Io ho fatto le foto, poi se pago una modella qui non vedo perchè non posso pagare una ong che li aiuta li. Non vado a rubargli l’anima per venderla nelle redazioni, per comprarmi l’ultimo mac, per capirsi.
    Ma sai qual’è il vero soggetto di queste mie fotografie? La parte positiva della moneta.
    L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha reso noto che la malattia più diffusa nel mondo per i prossimi 40 anni sarà: la depressione. Si parla di 171 mni di persone che ne soffrono e 950 mila morti dirette. Nella realtà dei numeri.
    E noi continuiamo a mostrare che il mondo vive male quando non è vero. Hanno poco, questo si, ma sanno che amano la vita e amano viverla.
    E noi qui abbiamo solo soldi e paura?

    http://www.intivate.com/zero/paura/primo.htm

    Che poi è confluito in questo:

    http://www.labo.it/02_01_09/suem_118.htm

    E’ un tributo ai ragazzi che lavorano “nell’ombra” (i soccorritori del 118) nel quale ho coinvolto quanti hanno lavorato con me fino ad oggi. Gli sponsor hanno pagato l’allestimento della mostra, la pubblicazione del catalogo e basta. Non è stata una marchetta e non abbiamo lavorato nè per denaro nè per fama. E’ un ringraziamento per quello che fanno (facendo cronaca capisci molto).
    Sono 17 anni che ho capito che non posso fare il fotografo di guerra, reagisco male alla violenza, e sono rimasto a fotografarla qui per un quotidiano di provincia. Ci sono soggetti, senza andare troppo lontani che possono essere espressi con il giusto rispetto (sbaglio o i Vigili del Fuoco hanno firmato il contratto nazionale dopo circa 23 mesi di trattative con un aumento medio di 45 euro?) e che probabilmente reggono i pilastri di qualsiasi dissertazione filosofica nella società contemporanea. Forse questa non è arte ma è fotografia civile, o quello che intendo io per fotogiornalismo. Se vuoi parlare di buzines fallo nel buzines ma quando fotografi persone non considerarle mai soggetti: sono persone. Grazie.

    Buona serata.
    f.

    P.s. Essere semplici è la cosa più complessa.

  34. Riprendo il post di Fabiano ringraziandolo anche per la visione dei suoi progetti fotografici. A partire da quelle foto e dalle affermazioni di Fabiano vorrei però dire alcune cose, provando a generalizzare il discorso, sperando di farmi comprendere nelle intenzioni così come nelle cose che dico, nella prospettiva di un confronto anche su posizioni differenti. Vado per punti.
    1. ogni fotografia é figlia di una lettura della realtà, di un processo di semiotizzazione direbbero alcuni, che il fotografo fa a partire dai propri modelli culturali.
    2. queste fotografie mettono in scena una propria estetica, una propria messa in forma, secondo alcuni aspetti del fare fotografia, che sono, ad esempio in questo caso, l’inquadrare per terzi, la composizione centrale, l’uso della figura retorica della ripetizione, In questo senso le persone sono ad esempio inquadrate utilizzando la loro disposizione nello spazio. Da questo punto di vista é esattamente la stessa cosa che inquadrare una persona in primissimo piano con lo sfondo sfocato e anche un po sghemba. Abbiamo usato una persona per fare una composizione.
    3. per questo le fotografie non sono semplici. Evitando alcune modalità (sfocati, mossi, sghembe) e usandone altre queste foto si avvicinano maggiormente ad un modello di fotogiornalismo (credo, ma non ne sono sicuro). Modello al quale ci siamo talmente abituati da farlo diventare naturale, dimenticandoci che anch’esso é frutto di un operazione culturale.
    4. per questo fatico a credere che esista un modo “più giusto” di fare fotogiornalismo. Ma qui attendo qualche delucidazione, già richiesta, dal De Bonis e altri.
    5. per le stesse ragioni queste foto non sono più rispettose di altre. Lo possono essere ma non basta dirlo. Cos’è che le rende più rispettose?. Sicuramente lo sono le intenzioni che muovono il fotografo, così come lo sono le azioni succesive (raccolta fondi, comunicazione per le ong, ecc), ma queste due cose non garantiscono foto rispettose.
    6. se consideriamo la fotografia un azione allora é il modo con il quale ci si relaziona con il soggetto ad essere etico, ma la foto in se non ce lo dice. Ne queste ne altre, semmai lo rappresenta, al meglio delle sue possibilità. Ma allora diventa una “messa in scena”. Quell’uomo seduto sorridente é una “messa in scena”, perchè il fotografo l’ha colto in quella posa, altre volte perchè il soggetto partecipa e accetta e si mette in quella posa, ma soprattutto perchè il fotografo ha visto quella posa e l’ha ritenuta verosimile, credibile, e l’ha fotografata. Ma sul piano dell’azione il fotografo é un osservatore, sicuramente ne neutrale, ne ingenuo, ma determinante allo svolgersi della scena stessa.
    7. queste foto si possono tradurre e non interpretare, dice Fabiano. Personalmente trovo un po preoccupante che la fotografia diventi, per questo motivo, ancellare ad un contesto e ad un testo che solo loro sono in grado di farla significare. Anche se lo volessimo non può esserlo. La lettura di quelle didascalie può essere istruttiva, ma quei visi raccontano cose che quelle didascalie non raccontano. Per questo non credo che siano fotografie che si possono solo tradurre. Per fortuna in qualsiasi processo comunicativo esiste anche un fruitore dotato di una complesso di griglie socioculturali che gli consentono di leggere al di la di didascalie e delle intenzioni del fotografo. Perchè la fotografia lo consente.

    Potremo andare avanti, perchè Fabiano in poche righe e con le foto ha messo in campo diversi elementi.
    Tieni conto che chi scrive fotografa, diversi progetti sociali, collaborando con associazioni/ong, in carcere, nelle comunità per minori, raccogliendo fondi e la lettura che ho fatto nasce anche da questa esperienza non per altro, ma perchè su queste cose ci investiamo idee, passione, impegno e a volte anche denaro. E qualche riflessioni non credo faccia male, seppur da posizioni anche diverse.
    Complimenti e buon lavoro
    marco

  35. Ciao Marco,
    grazie del complimento. Credo nel dialogo e nell’intelligenza condivisa, se vogliamo essere responsabili di un futuro vivibile (pare retorica ma credo sia un sentimento abbastanza diffuso). Dobbiamo prescindere dalla logica del fare e cominciare ad agire, credo, come anche tu già fai. Seguo quindi i tuoi punti:

    1- Il fotografo è lo specchio della realtà o la realtà è lo specchio del fotografo è una discussione che si prolunga da diversi anni nell’ambiente, lo sappiamo, e credo siano giuste entrambe le affermazioni. Il bagaglio culturale del fotografo si mostra nella fotografia e la realtà è diffusa dalla fotografia, quindi esiste per i terzi del ambito culturale del fotografo: è uno specchio riflesso.
    La retorica di rappresentazione secondo modelli diffusi, accettati e a stento innovati porta ad uniformare la percezione della realtà. Assimilando un soggetto ad un altro, dimenticando che si tratta di persone con cui si hanno rapporti umani sia prima che dopo lo scatto e che hanno culture diverse, come anche i terzi fruitori delle foto.

    2- Queste fotografie sono composte, cercando di limitare l’uso dei codici contemporanei. Evitando di fare quelle che ho già definito su Fotoinfo: foto di Pavlov. Risposte automatiche a sollecitazioni psicologiche, viste sul catalogo dell’anno.
    Scusa, ma secondo te: questo è un “negro”?

    http://www.pepbonet.com/faithinchaos_soccerteam/faithinchaos_soccerteam02.html

    3- Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtù e conoscenza, diceva la mia maestra alle elementari. Trovo inaccettabile adagiarsi su un modello culturale senza comprenderlo a fondo e senza attualizzarlo alla cultura vivente, attiva. Siamo materia viva, qualcuno vede cose diverse e se ha fortuna riesce anche a farlo capire. Non basta comporre belle statuine e accettare uno status quo.

    4- Esiste un modo meno predatorio di fare fotogiornalismo e forse più etico. Dichiarandosi al soggetto, rappresentandolo con chiarezza di intenti.
    Poi i giornali sono un’altra cosa: devono vendere pubblicità e copie. E ultimamente vivono una frenesia da photoshop: travisano la realtà per uniformarla alla plastica dell’adv.
    Una plastica mentale tesa all’iperreale evocativo (ci mancano i superpoteri a noi umani) per colmare il vuoto emotivo e culturale della società.

    5- Forse sono più rispettose perchè parlano chiaro, non evocano possibili interpretazioni fuorvianti, non aderiscono a codici (se non i miei). Dialogano. Pongono domande.
    Un amico-vate ha scritto in proposito questa riflessione qualche anno fa:

    “Certe volte mi viene da chiedermi se non stiamo vivendo una sorta di anestesia fotografica. Se la fotografia, che è stato uno dei più straordinari ponti che l’uomo, tra tecnologia ed espressione, ha inventato per tentare di raggiungere più da vicino la realtà non sia già divenuta un quasi insormontabile muro tra noi e la realtà.
    Se anche nella fotografia di denuncia, come per gli schiavi della droga, a forza di dosi sempre più forti, non rischiamo l’indifferenza, se non la morte, per overdose, della coscienza.
    E non che il lupo non esista. E’ che anche quando il lupo è là, e ferocissimo, e non si riesce a cacciarlo, anche il gridare al lupo diventa un genere, un oggetto di consumo, da consumare con il resto, distrattamente.
    E allora? Non ho risposte. Da un bel pezzo non ho più risposte. Certo non può essere una risposta il disinteresse, il volgere gli occhi altrove, da parte dei fotografi e da parte di chi guarda. Fabiano Avancini non lo vuole fare. Gliene sono grato.
    La cosa che più mi è piaciuta di queste immagini è la loro “normalità”, il loro non gridare, il loro non partecipare al frastuono.
    Questi uomini, queste donne, questi bambini, sorridono, sorridono spesso.
    Magari questo sorriso può farci vergognare più delle urla”.

    Forse aveva il bisogno di dirlo e gli ho dato il pretesto. Come anche un’altra persona ha scritto:

    “Sono ossessionata dal disastro che ronza ovunque. Dalla crudeltà cruda, selvaggia, aumentata secolo dopo secolo, capace di scorticare l’orrore.
    Il mono-tono del potere di massacrare è difficile da rimuovere con l’asma della bellezza.
    Un’idea inventata e asservita alla cultura controllata dal marketing.
    Esiste il “brutto” che è bello. Il bello-bello è un altro tiranno. Vive nei cunicoli dell’ovvio.
    La bellezza non può essere pubblica. Non si stampa e non si espone. Ciò che si fa visibilizzare è altro – è punto di vista come dici tu – può essere narrazione etica etc.”

    Dipende dalle griglie socioculturali attraverso le quali leggi le fotografie, come dici tu.

    6- Considero la fotografia un’interazione, non una semplice azione. Una danza.
    Con alcuni soggetti si crea un rapporto empatico, se siamo attivi e non ci nascondiamo dietro la macchina fotografica. E si vede nelle foto.
    Ho notato una cosa personalmente: scattando in pellicola:-“non so se ho la foto”.
    Anche se ho una discreta esperienza rimango col dubbio per tutto il viaggio. E mi “avvicino” sempre di più al soggetto, ogni foto che faccio, scattando solo la foto che sento.
    Con il digitale hai l’immediata risposta nello schermo, e scatti in sequenza. E’ una fotografia assertiva, meccanica, e torniamo a bomba all’oggetto dell’articolo: il fotogiornalismo non è un contenitore vuoto è solo pieno di thumbnails/fotine. Un ragazzo in Africa mi ha smontato “the decisive moment” di HCB e 50 anni di storia e filosofia del fotogiornalismo con una domanda:-“quanti scatti fa al secondo”. Dimentichiamo che danzare con la realtà è un modo di porsi permeabile: noi modifichiamo lei e lei modifica noi.
    E’ un prodotto dinamico dell’intelligenza, ovvero della “statica” mentale.

    7- Concordo su tutto, ma la scrittura codifica in maniera diversa e può descrivere elementi che alla fotografia mancano, per una efficace rappresentazione della realtà documentata. Secondo te che odore ha la lebbra? “Gambe in spalla ragazzi” è una frase che metteresti nella bocca di un giocatore senza gamba?
    Il giornalista spesso descrive la sua interpretazione della foto, è uno sport che viviamo ora nei giornali che non hanno soldi per mandare inviati, ma l’interazione tra la fotografia e il testo è vitale per condurre alla comprensione di una realtà. Una foto può voler dire più di mille parole (e allora cominciamo a farle ste foto e non nascondiamoci muti dietro a questa frase) ma pensa anche che poche parole possono voler dire più di migliaia di foto, uguali. Perchè abituarci al peggio?

    Mi scuso per il poema che ho scritto. A parole davanti ad una birra ci mettevamo meno a capirci.
    Ringrazio per l’ospitalità e mi complimento con De Bonis per il vespaio che ha sollevato.

    Buona giornata, ormai.

    f.

  36. ciao Fabiano,
    non riprendo per punti, preferirei la birra.
    Posso sottoscrivere una certa quantità di cose che dici, quelle che determinano il tuo approccio, la tua lettura ai fatti del mondo e del giornalismo (rapporto scrittura/fotografia, azione/relazione, deliri fotografici, ecc, ecc). Ma ancora una volta le citazioni e i pensieri possono aiutarci a capire chi sei, ma sulle foto continuo a pensare che rappresentano molto bene la tua filosofia e per questo non ti rendono opaco, tutt’altro, l’autore é presente proprio perchè ha/hai fatto quelle scelte. Come un vecchio e strausato, abusato, riusato testo sulla comunicazione sosteneva che “non si può non comunicare”, aggiungere che “non si può non fotografare” (per chi fotografa). La tua impronta c’è e rimane li, bella evidente. E’ vero la fotografia é indicale, da entrambe le parti. Questo solo per dire che la fotografia non scompare, anzi si prende tutto lo spazio che è in grado di prendersi.
    Il bell é che nella marea montante di foto autoriali, la tua, che pare non volerlo essere, lo diventa ancora di più. E’ fotogiornalismo? mah, può esserlo, ma sempre all’interno di un modo di concepire il fotogiornalismo, sul quale attendo sempre delucidazioni.
    Mi dispiace non poter postare alcuni lavori, ma per ora per ragioni d liberatorie, di tempo non disponibile (pellicola>>>scansioni…non ce n’è) e quant’altro non sono sul sito che é vecchio e non dichiara bene i vari progetti (editing fatto anche male).
    Non riesco ora a commentarti Bonet (anche perchè non ho ben capito a cosa ti riferivi). Sarà per la prossima volta.
    alla prossima
    marco

  37. Grazie Fabiano ;) per la risposta…
    questo argomento però sta prendendo per me una piega un pò troppo filosofica e complessa… :(

    Io non ho studiato fotografia, ho letto pochissimo sulla fotografia proprio perchè volevo che il mio pensiero non fosse contaminato dal pensiero altrui, che pur rispettandolo, non è il mio. Ho solo portato la mia esperienza.

    Rimango della mia opinione, a me la fotografia di Farrel piace, che sia strumentale o no lo lascio decidere alle sensazioni degli altri.

    Grazie a tutti per avermi sopportato.

    Fausto

  38. Ciao Marco,
    andata per la birra. Concordo sulle scelte che distinguono un fotografo da un altro, generando e manifestando differenze. L’autore è un elemento attivo, concordo: esiste. Quando ho esposto in galleria un reportage sulla lebbra in Cina (hanno chiuso i centri dell’OMS ed è fuori controllo) qualcuno ha detto che erano “fotografie di reportage, immediate, ben fatte. Un quarto d’ora per vederle bene tutte. E poi ci pensi per giorni”.
    Ecco: quel “e poi ci pensi per giorni” è la traccia che può lasciare un autore: DI UN SOGGETTO! L’autore esiste, ripeto, ma nel fotogiornalismo se c’è più autore che soggetto la foto è predatoria o, a mio parere, sbagliata: fatta da Pavlov.
    La fotografia di Bonnet (che ritengo comunque un grande) ha la brutta etichetta di essere secondo codici negativi, ansiogeni (e patogeni vista la diffusione). Lo specchio riflesso non si accorge che sono dei ragazzi che giocano a pallone e magari c’è più gioia che dolore, ma nella foto si vede altro.
    Fausto, una volta un collega famoso mi disse: “non possiamo prescindere da ciò che gli altri hanno fatto, in tutto”. Non serve studiare solo fotografia ma aumentare anche la propria cultura generale per affinare uno spirito critico, contemporaneo magari. Poi, anche se non vuoi, ti contaminiamo io e Marco con le birre, la volta che ci vediamo. :)
    Buona serata.

    f.

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