A proposito di Susan Sontag. Un essere umano morale

L’ultima opera di Susan Sontag, “Regarding the Pain of Others”, esce nel 2003; e, malgrado sia stata da lei pensata soprattutto come un “libro sulla guerra”, ai nostri occhi appare come un ulteriore chiarimento del suo pensiero sulle problematiche inerenti alla comunicazione fotografica, a distanza di trent’anni dal suo primo libro sull’argomento.

L’estremo lascito ai suoi lettori è un’indagine sulla reale natura e sulla funzione delle immagini di guerra, e orrori simili, ma anche un monito sul ruolo a cui è chiamato chi poi le osserva, spesso comodamente seduto a leggere il proprio giornale.

Semina nell’animo di chi legge il dubbio, tanto sulla necessaria veridicità di questi documenti in quanto testimonianza – questione già dibattuta nel precedente libro -, quanto sullo scopo finale della pubblicazione di certe immagini (o della mancata pubblicazione di altre), affermando che “oltre che ad avvalorare, le immagini fotografiche di un’atrocità servono a illustrare… La valenza illustrativa delle fotografie lascia intatti pregiudizi, opinioni, fantasie e disinformazione”.

Secondo Sontag, “un evento diventa reale – agli occhi di chi è altrove e lo segue in quanto “notizia” – perché è fotografato”; e le immagini fotografiche, quali ci vengono quotidianamente e insistentemente proposte, a differenza di quelle in movimento (televisive o filmiche), “forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare”, tanto che “la familiarità di certe fotografie plasma la nostra conoscenza del presente e del passato più recente”, e la loro ampia diffusione forma addirittura una memoria collettiva, che “eclissa altre forme di comprensione e di ricordo”.


La pretesa, nel pubblicare le fotografie di guerra, è sempre quella di testimoniare una realtà impensabile, suscitando il rigetto verso le sue brutture, ma “si possono fare molti usi delle innumerevoli opportunità che la vita moderna fornisce per guardare – a distanza, attraverso il mezzo fotografico – il dolore degli altri. Le fotografie di un’atrocità possono suscitare reazioni opposte. Appelli per la pace. Proclami di vendetta. O semplicemente una vaga consapevolezza, continuamente alimentata da informazioni fotografiche, che accadono cose terribili”, scrive l’autrice.

La manipolazione delle coscienze è sempre in agguato; lo shock provocato da certe immagini è destinato ad affievolirsi; lo spettatore è ridotto a semplice voyeur, stuzzicato nelle sue più intime e voluttuose paure, tranquillizzato dalla consapevolezza di una distanza fra lui e una sofferenza che non lo riguarda e, infine, non lo tocca intimamente.

Il quadro dipinto sembra quasi apocalittico, pesantemente influenzato com’è dalle opinioni politiche dell’ultima Sontag, che se già più volte ha sentito in passato l’obbligo morale di denunciare le storture del sistema, di recente è sempre più in aperta polemica contro il potere ed è sovente accusata di essere antipatriottica per le sue dichiarazioni riguardo alla politica imperialista di Bush, alla strumentalizzazione da parte di questi del terrorismo e alla creazione – grazie alla condiscendenza dei media – di un oscuro, quanto opportuno, nemico sopranazionale.

In realtà, questo scritto non si esaurisce in una presa d’atto delle problematiche messe in luce, secondo le quali tra l’altro le intenzioni del fotografo sono del tutto irrilevanti, né tanto meno si chiude con una requisitoria contro la fotografia di guerra. In conclusione, viceversa, essa acquista una valenza di memento e di stimolo morale, sebbene riemerga qui, come in passato, l’importanza della parola, quale antidoto a una polisemia, connaturata all’immagine fotografica, a causa della quale il contesto in cui la foto è esposta ne determina il senso più che il soggetto ritratto.

“E’ una narrazione che può farci capire. Le fotografie fanno qualcos’altro: ci ossessionano”, asserisce Sontag, ma aggiunge pure: “lasciamoci ossessionare dalle immagini più atroci… esse continuano ad assolvere una funzione vitale. Quelle immagini dicono: ecco ciò che gli esseri umani sono capaci di fare, ciò che – entusiasti e convinti di essere nel giusto – possono prestarsi a fare. Non dimenticatelo”.


Manca ancora il necessario distacco per valutare appieno la portata del lavoro intellettuale di Susan Sontag: troppo recente è infatti la sua scomparsa, causata dal cancro, che per due volte in passato aveva sconfitto, trasformando anche tale esperienza in oggetto di riflessione all’interno della sua analisi sui pregiudizi legati alla malattia pubblicata col titolo di “Illness as Metaphor”.

La sua opera è stata complessa per la varietà degli interessi, e controversa per la scelta di punti di vista sempre eccentrici rispetto alle posizioni canoniche.

Di molte cose si è occupata: ha scritto saggi e romanzi, è stata sceneggiatrice e regista di film, ha diretto importanti opere teatrali. In ognuna di queste attività ha cercato di esprimere sopra ogni altra cosa le sue qualità di “essere umano morale”, non meno che nelle sue battaglie a favore del Movimento di liberazione della donna, per i diritti umani, per la libertà d’espressione, contro le guerre in nome dei falsi ideali dell’imperialismo americano, e persino – senza troppe contraddizioni – a favore dell’intervento armato, inteso un po’ come il minore di due mali, per liberare Sarajevo dall’assedio serbo e porre fine ad una guerra fratricida.

Negli ultimi anni, riscoprendosi con i romanzi “The Volcano Lover” e “In America” soprattutto scrittrice, Sontag affermava: “La letteratura è una forma di responsabilità – verso la letteratura stessa e verso la società… Gli scrittori di narrativa seri pensano ai problemi morali praticamente… Stimolano la nostra immaginazione… Educano la nostra capacità di giudizio morale”.

Di sé aveva sempre parlato come di una “moralista ossessiva”. E, pur riservandosi lungo il corso dell’intera vita il diritto di cambiare idea su ogni argomento, mai è venuta meno al ruolo, scelto sin dagli esordi, di educatrice morale nella società.


©CultFrame 07/2005

 

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