Asolo Film Festival. Intervista al direttore Cosimo Terlizzi

Coslmo TerlizziIn occasione dell’edizione 2019 dell’Asolo Film Festival che apre i battenti il 20 giugno, CultFrame ha incontrato Cosimo Terlizzi, regista e direttore della manifestazione veneta.

Documentario, fiction, performance, fotografia: guardando al tuo percorso creativo, ricco e diversificato, l’incontro con un festival come quello di Asolo, che si fonda e si sviluppa proprio sul confronto e sull’intreccio arte/cinema, sembra più che naturale. Come è avvenuto? Come hai accolto l’idea di diventare direttore artistico di questa storica manifestazione?

Alla prima proposta di seguire la direzione artistica, ho avuto una reazione di sorpresa. Io? Ci penso. Ho atteso che la proposta decantasse. Ho immaginato la mole di lavoro e la responsabilità verso un festival dedicato a un settore che mi riguarda molto da vicino. E al potere che potevo avere io come artista e a tutti i rischi che una poetica usata come arma può innescare. Ma è questo che forse mi chiedono? Ne sono consapevoli? Non ho posto loro la questione. Ho detto sì, sperando che non s’accorgessero delle mie vere intenzioni. Ma chi mi conosce bene sa che le mie intenzioni sono quelle di dar gran voce a quell’arte che apre porte. E la poetica che proteggo, e uso come arma, è quella che ci ferisce nel bene e nel male.

Il film di apertura sarà Cenere (1916), l’unico mai interpretato dalla grande Eleonora Duse. Quando è stato realizzato questo lungometraggio il cinema era ancora un oggetto nuovo, strano, conturbante. Un oggetto che, in un certo senso, incuteva timore, come ribadisce il titolo di questa edizione del festival. Cosa puoi dirci delle specificità dell’edizione 2019, quale indirizzo hai voluto dare alla manifestazione?

Nello scoprire i retroscena del film Cenere, in cui emerge tutta la preoccupazione della Duse sul nuovo dispositivo, ho rivisto con più lucidità il presente. La frase che sintetizza il suo sentimento “Il cinematografo mi fa paura” mi ha fatto pensare allo slogan dell’era fascista “La cinematografia è l’arma più forte”. E se togliamo alla cinepresa il suo vecchio corpo pesante ritroviamo oggi quell’arma nei nostri telefoni a uso e consumo dell’intera umanità. La forza delle immagini in movimento, che sembra trainare il sogno, ma anche l’incubo, è sulle nostre tavole, nei nostri letti. Se un tempo cercavamo le star, oggi praticamente lo siamo tutti. A partire da questa riflessione il mio sguardo sul “cinema” cambia. Cosi la mia curiosità è su come gli artisti riescono a filtrare tutto ciò.

Nell’internazionalità di AsoloArtFilmFestival, e soprattutto nella sua interdisciplinarietà, risiede il suo punto di forza: le opere di volta in volta selezionate possono offrire uno scorcio significativo dello stato attuale dei rapporti tra cinema e arti visive. In questo senso, qual è la tua impressione, la tua opinione sul presente?

In questa edizione del festival abbiamo selezionato opere che rappresentano tutte le discipline dell’arte. La temperatura sul presente la si può misurare soprattutto nelle sezioni Film d’Arte e Affioramenti, nelle opere più autoriali. Opere in cui si cerca un contatto impossibile, disperato, con la natura o ciò che rimane di essa. Opere in cui si cerca di capire dove siamo e chi siamo in relazione all’uso spasmodico dei social media. Desiderio fare un passo indietro e ritrovare quelle tracce perdute troppo presto. Soprattutto le nuove generazioni hanno uno sguardo e un modo di tradurre il nostro tempo in maniera probabilmente più esatta. Viene fuori un’inquietudine completamente diversa rispetto ai vicini anni ’90, per esempio, e ai primi anni del 2000.

I territori di confine e di ibridazione ti sono sempre stati familiari. Già il tuo primo film, Murgia, era un’opera dall’identità forte e singolare, impossibile da etichettare: documentavi la realtà, ma anche la poesia che scaturiva da un luogo percepito quasi come magico e restituito con sguardo empatico e affascinato. Al momento, fortunatamente, non sono poi così pochi i registi italiani che provano a muoversi su strade sperimentali o poco battute (penso a Eleonora Danco, Francesca Fini, Giorgio Ferrero, Marco Bertozzi, Pietro Marcello). Ci sono autori del presente con i quali senti di avere un’affinità di approccio o di intenti?

Sì, sono tutti quelli esposti in questi giorni alla Triennale di Milano nella mostra “Broken Nature”. Nel mondo dell’audiovisivo ci sono molti autori interessanti. Da alcuni anni il mio atteggiamento è cambiato, il cinema è un aspetto forse inflazionato dell’arte. Forse non bisogna fare cinema. E come si fa a non fare cinema? Forse bisogna viverlo… ti sembrerà strano ma è quello che ho pensato mentre giravo Dei.

Pier Paolo Pasolini, che partecipò attivamente alle prime edizioni della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, definì la la cittadina marchigiana “un luogo dello spirito”. Asolo, dal canto suo, è un centro storico suggestivo, che ha affascinato nel corso del tempo scrittori e intellettuali (Browning, Carducci, Hemingway oltre alla Duse) molto prima di ospitare il prestigioso festival cinematografico, quasi possedesse uno speciale Genius loci.

Pesaro è stato importante anche per me, grazie ad Antonio Pezzuto (N.d.R., curatore dell’evento speciale dedicato a Terlizzi nell’abito della 47° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro). Ricordo l’omaggio a Bernardo Bertolucci. Asolo arriva dopo, quando alla Biennale di Venezia i film sull’arte non avevano più spazio (1973). Alla fondatrice Flavia Paulon sembrò il luogo ideale, non a caso diventò anche ritrovo degli azionisti viennesi e della Fluxus. Asolo è sui colli, lontana dal mare. Ci si va per pensare e respirare l’aria delle foreste. Come tanti centri storici il rischio è che diventi bomboniera, svuotata dell’anima e data in pasto ai turisti. A noi piacciono però i viaggiatori.

Recentemente, con Dei, sei passato dal documentario alla fiction, quindi a un linguaggio più narrativo e classico senza tuttavia perdere di coerenza per quello che riguarda gli aspetti profondi della tua poetica (primo fra tutti la riflessione sul rapporto con la terra e con la Natura). La direzione artistica di AsoloFilmFestival aggiunge un tassello importante, nuovo e diverso al tuo percorso di ricerca e di lavoro. Guardando invece ai prossimi progetti, quali sono al momento le tue prospettive?

Sto realizzando un festival come se stessi scrivendo una sceneggiatura. Sono totalmente dentro. È come raccogliere pezzi di puzzle e incastrarli e scoprire alla fine l’immagine che ne esce. Il festival mi ha preso molto energia, nonostante tutto sono al montaggio di un’opera che spero di concludere presto.

© CultFrame 06/2019

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