32° Torino Film Festival. I premi

Dopo aver ottenuto il premio Jean Vigo al festival di Cannes 2014, Mange tes morts di Jean-Charles Hue si aggiudica anche il premio come miglior film al Concorso Internazionale Lungometraggi del 32° Torino Film Festival. Si tratta di un’opera seconda e anche del secondo lavoro, dopo La BM du Seigneur (2010) che il regista francese realizza seguendo le vicende di alcuni membri della famiglia Dorkel appartenente ai nomadi jenish (minoranza da cui proveniva anche Yul Brinner). Si tratta di un western notturno ambientato nelle lande desolate della periferia nord-est di Parigi tra sfasciacarrozze e campi di roulotte come quello in cui vivono i Dorkel e a cui fa ritorno Fred dopo quindici anni passati tra riformatorio e carcere. Lungi dall’essersi redento, Fred torna rabbioso e ansioso di ricominciare quella vita da ladro di cui va orgoglioso mentre il fratellastro diciottenne Jason, che sta per battezzarsi, si trova dilaniato tra il desiderio di essere un buon cristiano e la voglia di seguire le imprese di Fred che per lui è anche una figura di padre sostitutivo.

La giuria composta da Ferzan Ozpetek, Geoff Andrew, Carolina Crescentini, Debra Granik e György Pálfi ha inoltre assegnato un premio speciale allo stralunato ungherese For Some Inexplicable Reason di Gábor Reisz, a cui è andato anche il Premio del pubblico, e una menzione a uno dei due lungometraggi italiani in competizione, ovvero N-Capace di Eleonora Danco, attrice di cinema, tv e teatro all’esordio dietro la macchina da presa, che ha commosso e divertito narrando l’elaborazione di un lutto tra finzione e documento sull’Italia di oggi. N-Capace ha ricevuto anche un’altra menzione attribuita al contributo di tutte le persone intervistate, compreso il padre della regista. La giuria non ha lesinato sui premi agli interpreti decretando migliori attrici ex aequo Sidse Babett Knudsen di The Duke of Burgundy di Peter Strickland, curatissimo dramma lesbo sadomaso, e Hadas Yaron, coprotagonista del canadese Felix & Meira di Maxime Giroux a cui è andato anche il premio per il miglior attore Luzer Twersky. In un festival che ha visto nell’insieme del programma una massiccia presenza del genere horror, il riconoscimento per la miglior sceneggiatura è andato ai vampiri neozelandesi di What We Do in the Shadows di Jemaine Clement e Taika Waititi.

Sul fronte del documentario, sono stati premiati, per la selezione internazionale, Endless Escape, Eternal Return di Harutyun Khachatryan e una menzione speciale è andata a Snakeskin  di Daniel Hui. Il primo è un ritratto dell’Armenia degli anni Ottanta-Novanta fatto attraverso le parole e lo sguardo di un esule che oggi vive a Mosca e il secondo racconta, tramite le vicende di una setta quasi scomparsa, le vicende storiche e sociali di una realtà complessa come quella di Singapore. Per la selezione italiana, i riconoscimenti sono andati ai marinai in pensione ritratti da Rada di Alessandro Abba Legnazzi e, premio Speciale della giuria, a 24 heures sur place di Ila Bêka e Louise Lemoine che intervistano i mille volti dell’umanità che nell’arco di una giornata attraversa la rinnovata Place de la République a Parigi.

La Fipresci ha invece scelto di premiare il lungometraggio in concorso Mercuriales di Virgil Vernier per la sua capacità di conciliare senso di realtà e di estraneità nel ritratto di una Parigi che sempre di più marginalizza i poveri e gli stranieri condannandone le vite a una deriva di squallore e delusione. Il premio Cipputi per il miglior film sul mondo del lavoro è andato quest’anno a Triangle di Costanza Quatriglio, un’opera che mette in relazione il tristemente noto incendio che nel 1911 colpì l’omonima fabbrica tessile di New York con il crollo della palazzina di Barletta che nel 2011 uccise cinque operaie che lavoravano in nero in un laboratorio di maglieria. Insieme ad altri film presentati e ‘ambientati’ a Torino, come il documentario Togliatti(grad) di Federico Schiavi e Gian Piero Palombini e, in forma di fiaba, Mirafiori Luna Park di Stefano Di Polito, la riflessione dei cineasti italiani sul futuro del mondo del lavoro si arricchisce così di altri capitoli importanti.

Per finire, il premio “Gli occhiali di Gandhi” che il Centro Studi Sereno Regis attribuisce al film che meglio interpreta la visione gandhiana del mondo, se l’è aggiudicato Qui di Daniele Gaglianone in cui alcuni abitanti della Val Susa, ciascuno a partire da prospettive anche molto diverse sul mondo e sulla politica, rendono la propria personale testimonianza sulle ragioni e i modi della propria protesta non violenta al progetto di costruzione della linea ad alta velocità Torino-Lione.

© CultFrame 11/2014


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