Città europee, un deserto sovraffollato. Incontro con Zygmunt Bauman. Fotografia Europea 2007. Reggio Emilia

bauman_zygmuntLa seconda edizione della rassegna reggiana denominata Fotografia Europea, oltre a proporre numerose mostre, ha ospitato molti studiosi che, grazie alle loro personali specializzazioni, hanno contribuito ad approfondire il tema scelto per quest’anno, cioè Le città/L’Europa. Alla kermesse hanno partecipato rappresentanti di agenzie fotografiche, intellettuali, filosofi, architetti e sociologi come Joseph Rykwert, Marco Belpoliti, Stefano Boeri, Roberta Valtorta, Claudio Marra, Quentin Bajac, Laura Serani, Tiziana Serena, ma uno dei nomi forse più popolari è stato quello del sociologo polacco Zygmunt Bauman. Bauman, che oggi vive in Inghilterra e insegna Sociologia nelle Università di Leeds e di Varsavia, è considerato internazionalmente uno dei più grandi e influenti teorici della postmodernità. In effetti, nella sua lunga e densa carriera si è occupato di temi difficili come l’olocausto, l’identità, la comunità ma, soprattutto, di globalizzazione. E, a proposito di quest’ultima, è riuscito a trovare un’immagine veramente efficace, coniando il concetto di “modernità liquida” (poi declinato anche in Amore liquido e Vita liquida) con cui ha descritto la condizione di precarietà e di continua incertezza in cui ci troviamo oggi. “Una società può essere definita liquido-moderna – scrive il sociologo – se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure. La vita liquida, come la società liquida, non è in grado di conservare la propria forma o di tenersi in rotta a lungo”.
Perciò, domenica 29 aprile a Reggio Emilia – durante la conversazione pubblica con Armando Massarenti – Bauman ha proposto di applicare la sua teoria della liquidità alla lettura del sistema delle città europee, iniziando col definirle simili a un “deserto sovraffollato”. L’espressione è volutamente composta da due termini inconciliabili fra loro (“deserto” e “sovraffollato”) per evidenziare la condizione di contraddittorietà e di ambiguità della vita nelle città moderne; infatti, in esse si verificano due opposte condizioni: da un lato, lo spazio è molto rispetto ai suoi contenuti, pertanto tutto ci sembra identico e senza punti di ancoraggio ma, dall’altro lato, è poco ed è talmente affollato di posti, suoni, odori da essere indecifrabile. Da ciò ne conseguono due diversi atteggiamenti mentali perchè, di fronte a una tale diversità, ci sentiamo sia divertiti sia minacciati. Lo possiamo vedere nelle città in cui, diversamente dalla campagna, viviamo sempre più fra stranieri tra i quali ci sentiamo persi perché, mentre in passato eravamo in grado di distinguere facilmente tra amici e nemici, oggi siamo incerti sulla collocazione degli stranieri in una di queste due categorie. Tutto ciò crea insicurezza e paura a cui cerchiamo di rimediare con la messa in pratica di vari meccanismi difensivi.


Nella modernità lo straniero è diventato, quindi, un “bersaglio perfetto su cui scaricare l’ansia che deriva dall’incertezza” e, infatti, capita spesso di reagire a esso con un atteggiamento di disattenzione civile. Così facendo, diamo origine a separazioni che, a volte, sono volontarie (come lo dimostra l’istituzione di ghetti, cioè di città separate e vigilate da guardie armate che non consentono alle persone di entrare o di uscire) mentre, altre volte, sono involontarie (quando ci creano delle separazioni inizialmente non volute, ma che esistono ugualmente). Quando applichiamo simili separazioni, ci creiamo un mondo uniforme in cui vivere, un mondo in cui tutte le persone sono identiche; tuttavia, paradossalmente, rendiamo ancora più difficile la gestione attiva della diversità, incrementando la sensazione di minaccia. Quindi, la separazione, anziché sedare lo stato d’ansia, lo ingigantisce. E, nel mondo contemporaneo, ci dobbiamo confrontare sempre più con queste problematiche a causa dell’aumento esponenziale delle ondate migratorie che hanno assunto una connotazione planetaria e inarrestabile.


Le città grandi e piccole diventano le discariche di problemi che nascono e si sviluppano a livello globale, basti pensare a problemi quali, per esempio, il surriscaldamento della Terra. E lo stesso può dirsi relativamente alla questione degli stranieri/estranei che, indipendentemente dai vari tentativi di contenimento, continueranno ad arrivare e ad andare in tutte le possibili direzioni, portando nuovi problemi che le autorità locali non sanno fronteggiare. Ciononostante, esiste anche una conseguenza positiva: le città sono i laboratori concreti in cui si sta facendo il più grande esperimento di convivenza fra esseri umani diversi, una convivenza che viene inventata di giorno in giorno. La globalizzazione, dunque, non può essere vista solo in base a profezie negative secondo cui il mondo sarebbe inesorabilmente destinato a uno scontro di civiltà e alla distruzione, ma è una questione molto più pratica, che si traduce nella vita di tutti i giorni. Dopo l’indifferenza iniziale, capiremo che qualcosa ci accomuna e che gli altri non sono veramente estranei e stranieri e che noi siamo parte di questo processo. Col tempo realizzeremo una grande coabitazione reciprocamente utile, come dimostra un caso curioso citato da Bauman: alcuni ricercatori inglesi hanno scoperto che, contrariamente a quanto affermato dai loro insegnanti, esistono vespe (a Panama) che nel corso della propria vita cambiano spesso nido, riuscendo ogni volta a ben integrarsi nella nuova comunità. Se le vespe di Panama riescono a trovare un equilibrio in una condizione di diaspora, allora anche noi esseri umani prima o poi dovremmo essere in grado di farlo.


L’intervento di Zygmunt Bauman è stato un appropriato contributo alle riflessioni poste da questa edizione di Fotografia Europea che aveva l’obiettivo di mostrare il percorso concreto di costruzione dell’identità e dell’unità europea attraverso la vita nelle sue città, nelle quali già si mescolano persone, culture, usanze e comportamenti. Il curatore Elio Grazioli ci ha tenuto a precisare che: «Per guardare l’Europa attraverso le città si impone un cambiamento del nostro sguardo. […] La Fotografia, che di fatto incarna questo sguardo come nessuna altra arte, gioca oggi un ruolo insostituibile per immaginare o cogliere un’Europa che abbandona i vecchi orizzonti e rinasce nuova e diversa».

©CultFrame 05/2007

 

 

IMMAGINE

La decadenza degli intellettuali. Da legislatori a interpreti di Bauman Zygmunt (Bollati Boringhieri)

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Il sito di Fotografia Europea, Reggio Emilia 2007