Fair Game – Caccia alla spia. Un film di Doug Liman

doug_liman-fair_gameIl titolo italiano, di una fastidiosa banalità, suggerirebbe il clima di una storia di spionaggio e macchinazioni da cliché. E in effetti c’è la Cia, e c’è la Casa Bianca. Ci sono gli Stati Uniti, e c’è il nemico internazionale che nella fattispecie è l’Iraq. C’è, naturalmente, anche l’agente segreto, nelle vesti di una donna in cui si combinano come per miracolo una sensualità e una risolutezza che la rendono irresistibile. Ma in Fair Game, che è stato presentato all’ultimo Festival di Cannes, gli elementi classici riconducibili al cinema d’azione non fanno da colonna portante né dell’assetto narrativo, e tutto sommato nemmeno delle impostazioni di regia. Il film di Doug Liman, regista che già aveva spiazzato il pubblico con il primo The Bourne identity, ribalta il punto di vista del cinema mainstreaming sugli intrighi internazionali e racconta verità scomode sulla politica del terrore disposta da Bush dopo l’attacco alle Torri Gemelle. “Verità” è proprio il termine esatto, dal momento che la sceneggiatura si ispira alla vera storia dell’ex agente segreto Valerie Plame, storia che nel 2003 infiammò la stampa internazionale e che in seguito fu raccontata in un libro. Alla donna, personaggio di spicco dell’intelligence statunitense, era stata affidata un’inchiesta sui rapporti internazionali tra il Niger e l’Iraq, accusati di collaborare alla costruzione di armi di distruzione di massa. La Plame era giunta alla conclusione che la supposizione era infondata anche grazie alla collaborazione del marito ambasciatore, ma l’impegno dei due a far emergere la realtà dei fatti avrebbe messo in serio pericolo la loro vita e quella dei loro figli oltre a causare il declino inesorabile della carriera di lei.

Il film si distingue dunque per il punto di vista insolito e coraggioso da cui è narrata la vicenda della recente guerra in Iraq e celebra, descrivendoli con acume, i profili di due personaggi di vero spessore umano e professionale. “Fair Game” è del resto il termine  – coniato inizialmente all’interno della Chiesa di Scientology – che si usa per indicare il bersaglio di un attacco non tanto fisico, quanto piuttosto diffamatorio e ridicolizzante. Un attacco per far perdere crebilità e basi di appoggio alla vittima, rendendola così inoffensiva in maniera apparentemente non cruenta.
Ci si trova, così, di fronte a un prodotto ibrido tra un memoriale storico-politico di denuncia, in cui vengono utilizzate anche immagini di repertorio tratte dai notiziari dell’epoca, e il più classico degli spy movie rispetto ai quali, però, mancano in gran misura ritmo e tensione. O più precisamente, il genere tipicamente hollywoodiano della spy-story fa da anticonvenzionale contenitore per un’operazione di denuncia. L’uso del piano-sequenza che accompagna gli spostamenti della protagonista negli uffici asettici  della Cia e le inquadrature che un attimo dopo la proiettano nelle strade brulicanti del Medioriente al suono di coinvolgenti musiche arabe non sono sufficienti a motivare la giusta dose di curiosità e attenzione.
Il principale collante del film è rappresentato dall’ennesima prova da attore di Sean Penn, che riesce a destare nello spettatore un profondo senso di condivisione per la causa che sostiene. Equilibrata e credibile anche l’interpretazione della protagonista, una Naomi Watts ora energica, ora disorientata dal precipitare degli eventi, che lascia percepire con immediatezza il senso di disagio che si lega al problema di un’identità prima sdoppiata e poi violata.

Fair Game è un film che forse vorrebbe rientrare in quel filone liberale di crescita attraverso il riconoscimento dei propri errori (si sentono forti echi de Lo stato dell’Unione, film di Frank Capra, con Spencer Tracy e Katherine Hepburn), ma l’America non si è ancora del tutto leccata le ferite per poter raggiungere la totale obiettività e chiarezza rispetto alle vicende storiche e politiche che hanno seguito l’11 settembre. Sono probabilmente ancora troppo vicini gli attacchi, è ancora troppo vicino l’orrore perché gli americani possano raccontare, e raccontarsi, una buona verità sui veri colpevoli della guerra del terrore. Risulta quindi sostanzialmente fiacco, a parte l’approfondimento del lato umano e psicologico che interessa i due protagonisti, lo svolgimento del tema della denuncia.

Verrebbe da riflettere sul fatto che se il cinema ci ha messo quasi cento anni a rivedere il rapporto tra cow boy e nativi americani, con un film come Soldato Blu, allora è forse solo troppo presto per pretendere che venga narrato con efficacia il rapporto tra i servizi segreti americani e quelli che sono stati definiti Stati canaglia.
O forse, più semplicemente,  Doug Liman non è né Ralph Nelson, né Frank Capra, e Penn e la Watts per quanto odierni mostri sacri, non hanno la classe ed il vero feeling di Spencer Tracy e della Hepburn.

© CultFrame 10/2010


TRAMA

Siamo nella Washington del dopo 11 settembre. L’agente della Cia Valerie Plame si oppone per mancanza di prove ad avallare la notizia che l’Iraq possieda armi di distruzione di massa, diffusa dalla Casa Bianca come pretesto per bombardare il Paese. Quando il marito di Valerie, ambasciatore, pubblica un articolo in cui denuncia apertamente che il governo Bush sta bluffando, per ritorsione, una fuga di notizie dalla Casa Bianca rivela al mondo la vera identità della donna, mettendo in serio pericolo lei e la sua famiglia. Il film è tratto da una storia vera.


CREDITI

Titolo originale: Fair Game / Titolo italiano: Caccia alla spia / Regia: Doug Liman / Sceneggiatura: Jez e John Henry Butterworth / Soggetto: Valerie Plame, Joseph C. Wilson / Fotografia: Doug Liman / Montaggio: Christopher Tellefsen / Scenografia: / Musiche: John Powell / Interpreti: Naomi Watts, Sean Penn, Ty Burrell, Sam Shepard / Produzione: Zucker Productions, Weed Road Pictures, Fair Game Productions, Hypnotic, Participant Media, River Road Entertainment / Distribuzione: Eagle Pictures / Usa, 2010 / Durata: 104 minuti

LINK
Sito italiano del film Fair Game – Caccia alla spia di Doug Liman
Filmografia di Doug Liman
Eagle Pictures