Opticks. Mostra di Peter Campus

peter_campus-stasisIn questi giorni, il British Film Institute, grazie ai suoi spazi diversificati, dedica a Peter Campus, uno dei massimi esponenti della videoarte, una mostra gratuita nella Gallery, nonché una retrospettiva dei lavori più significativi, dagli anni settanta a oggi, suddivisi in quattro programmi, che saranno proiettati nello Studio tra dicembre e gennaio.
Se inizialmente la videoarte si situa in uno spazio di confine, ambivalente, che risente della vicinanza tecnologica con la televisione e considera il video un mezzo immateriale, fatto di luce e aperto a possibili manipolazioni da parte degli artisti, è però con Peter Campus che gli aspetti estetici e le esperienze individuali delle modalità di percezione trovano piena espressione, grazie a lavori che nel tempo utilizzano mezzi tecnologici diversi, dalle videocamere a circuito chiuso, alla  fotografia alle immagini computerizzate.
I primi lavori di Campus, agli inizi degli anni settanta, si concentrano sull’interesse dell’artista per situazioni in cui prospettive diverse, che non possono essere unificate, mettono in discussione la percezione dello spazio e del tempo.
La mostra al BFI include tre opere di questo primo periodo, Kiva (1971), Stasis (1973) e Mem (1975). Si tratta d’installazioni a circuito chiuso, che si attivano solo quando entrano in relazione spaziale con il visitatore.
In esse, Peter Campus investiga le dinamiche psicologiche che sottendono alla percezione di sé nello spazio e le implicazioni emotive e mentali di un evento che può essere esplorato e vissuto attraverso l’apparato tecnico della videocamera, ma che non potrebbe realizzarsi altrimenti in realtà.
Lo spettatore diviene testimone di uno spazio artificiale, in cui le leggi fisiche vengono messe in discussione e l’opera d’arte è, non solo un’immagine in movimento, ma anche il feedback della propria esistenza corporea, al di là del mondo materiale.

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Totalmente diverso, seppur connesso alle ricerche sulla percezione e la relazione tra materia e pensiero, è invece il nuovo lavoro, commissionato appositamente dal BFI, dal titolo Inflections: changes in light and colour around Ponquogue Bay (2009).
Sei schermi trasformano l’oscurità dell’ambiente in una sorta di sospensione spazio-temporale, dove le immagini video di Ponquogue Bay – una baia a sud di Long Island (NY), dove vive l’artista – sono proiettate a velocità ridotta, quasi statica, e le diverse prospettive sono alterate in digitale, fino a trasformarsi in vedute astratte.
Un rumore continuo, che può essere fruscio meccanico o rombo di oceano in tempesta, accompagna i movimenti impercettibili di questi quadri luminosi, frutto di un impressionismo tecnologico, in cui l’astrazione del video assume valenze quasi pittoriche.

Se nei lavori di trent’anni prima, Campus poneva l’accento sulla percezione dell’immagine in movimento, e sulle dinamiche dei corpi in uno spazio sia vero che immateriale, qui si concentra invece sulla natura dell’immagine stessa, creando interessanti parallelismi tra video e pittura. La differenza e la correlazione tra situazione fisica e rappresentazione immateriale sono perciò fondamentali nello sviluppo delle potenzialità del video all’interno dello spazio espositivo.
Tuttavia, come agli esordi, il punto di forza di questi lavori risiede nel ruolo attivo che Campus conferisce allo spettatore, ruolo che, se prima era determinato dall’interazione fisica con l’apparato tecnico (camera e video), ora è dato dall’esperienza emotiva di guardare a dei quadri dinamici, fatti di vibrazioni luminose e colore, sempre in mutazione.

©CultFrame 12/2009

 

IMMAGINI
1 ©Peter Campus. Stasis, 1973 (rotating camera, camera with optical prism, projector)
2, 3, 4  ©Peter Campus. Quay, Shed Door, Straits. Inflections: light and colour around Ponquogue Bay, 2009

INFORMAZIONI
Dall’11 dicembre 2009 al 14 febbraio 2010
BFI Southbank Gallery / Belvedere Road, Londra
Orario: martedì – domenica 11.00 – 20.00 / Ingresso libero

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BFI Southbank Gallery, Londra