Gli orsi non esistono. Un film di Jafar Panahi. 79° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Premio Speciale della Giuria.

Nella spoglia ma struggente ultima inquadratura de Gli orsi non esistono, il personaggio del regista Panahi (che interpreta se stesso) tira il freno a mano della sua auto in fuga, per l’ennesima volta, da un groviglio inestricabile di oppressioni e conflitti apparentemente senza possibile conciliazione. 

Sono passati più di dieci anni da This Is Not a Film (2011), la prima opera di Panahi distribuita in occidente senza il consenso del governo iraniano che lo aveva arrestato per poi comminargli anche il divieto a non dirigere più film. E nuovamente, da qualche mese, Panahi è stato arrestato e condannato per aver sostenuto pubblicamente la causa di un regista di valore come Mohammad Rasoulof, Orso d’Oro 2020, incarcerato all’inizio dell’estate insieme al collega Mostafa Al-Ahmad per avere espresso sui social solidarietà con le vittime di una delle tante violenze poliziesche all’ordine del giorno in quel paese. Da allora, l’unica buona notizia è che l’attività artistica di Panahi non si è mai veramente interrotta, traendo anzi miracolosamente ispirazione dai vincoli imposti, come si vede in titoli quali Closed Curtain  (2013), Taxi  (2015) e Tre volti (2018). Un decennio, tuttavia, in cui il cinema di Panahi è stato evidentemente meno libero rispetto al precedente – apertosi con il Leone d’oro a Il cerchio (2000) cui seguirono i notevolissimi Oro rosso (2003) o Offside (2006) – ma ha saputo restare vivo e vitale riflettendo su se stesso e sul suo ruolo nella società contemporanea. 

Anche Gli orsi non esistono prosegue il medesimo discorso intrecciando diversi piani narrativi e due storie parallele che vedono implicato il regista. Rifugiatosi in un villaggio quasi alla frontiera con la Turchia (il passaggio del confine, pur senza documenti e visto, è alla portata, ma Panahi è davvero disposto a lasciare l’Iran?), egli prova a dirigere un film seguendo le riprese e dando indicazioni da remoto alla troupe che sta lavorando con una vera coppia che da tempo tenta di fuggire all’estero: per lei si è riusciti a trovare un passaporto falso ma la donna non vuol partire senza di lui. Nel villaggio, dove la connessione è molto instabile, Panahi si dedica alla fotografia e forse inquadra in uno scatto un’altra coppia di innamorati, un’unione che non è accettata perché la ragazza ha già un promesso sposo: pure per loro l’unica soluzione sarebbe una fuga e il tagliare i ponti con le famiglie rispettive.

All’espatrio clandestino era dedicato anche Hit the Road (2021), l’esordio della figlia Panah Panahi passato a Cannes lo scorso anno, ed è infine questo il dissidio centrale per intere generazioni di cittadine/i in rotta con la Repubblica Islamica: andare o a restare, pagando un alto prezzo in entrambi i casi? Oltre al contesto ben chiaro cui si riferisce e al congegno meta-cinematografico sempre fecondo, questo nuovo capitolo delle meditazioni dell’autore sull’Iran e sull’arte della rappresentazione sembra essere il più ambivalente e il più disperato della serie firmata dal regista. Nella parte centrale del film non si è infatti certi se il personaggio di Panahi abbia o non abbia immortalato i due amanti ribelli, ma la scena in cui accetta di prestare giuramento in una stanza che quella comunità deputa a tale cerimonia chiedendo il permesso di filmarsi mentre dichiara di non avere la foto incriminata invece che limitarsi a giurare sul Corano è un estremo attestato di fede nel cinema. 

Nel finale tragico delle due storie, Panahi si trova però – suo malgrado – incapace di proteggere le due coppie di personaggi. Se l’esito dell’amore non corrisposto tra i due promessi sposi è determinato da una verità dei sentimenti che non si vuole riconoscere pur di rispettare la tradizione di combinare i matrimoni il giorno stesso della nascita, sul set che il regista non può seguire come vorrebbe una menzogna a fin di bene provoca una crisi che fa saltare drammaticamente il gioco tra finzione e realtà.

Gli orsi non esistono è dedicato a Hengameh Panahi che con la sua Celluloid Dreams sostiene da anni il lavoro del regista e molto altro cinema indipendente ed è stato significativamente accompagnato alla 79° Mostra del Cinema di Venezia da alcune altre produzioni iraniane in apparenza meno osteggiate dalla censura governative ma di indubbio interesse: in Concorso si è infatti visto anche Beyond the Wall di Vahid Jalilvand il cui intrigo è scatenato dalla repressione violenta di uno sciopero operaio da parte di polizia e agenti di sicurezza, un episodio narrato attraverso un dispositivo sì deformante ma non al punto da risultare innocuo come denuncia, anzi; il vincitore della sezione Orizzonti World War III di Houman Seyed (primo premio e riconoscimento meritatissimo per il miglior attore a Mohsen Tanabandeh) è invece uno spietato atto d’accusa contro una società che incoraggia ogni sorta di sopraffazione contro le persone più deboli e indifese e anche qui, in modo diverso da Panahi, il cinema (il set di un film sui peggiori dittatori della storia, da Hitler a Hussein) è il microcosmo in cui si scatena una violenta ribellione degli ultimi contro una tradizione millenaria di vessazioni che è alla base di ogni dittatura.

TRAMA

Un regista di Teheran isolatosi in un paesino al confine tra Iran e Turchia cerca di dirigere le riprese di un film a distanza, quando la connessione a internet glielo consente. Nel villaggio, si accende però un conflitto attorno a un matrimonio combinato che finisce di coinvolgerlo direttamente impedendogli di continuare il suo lavoro.

CREDITI
Titolo originale: Khers Nist (No Bears) / Regia: Jafar Panahi / Sceneggiatura: Jafar Panahi / Montaggio: Amir Etminan / Fotografia: Amin Jafari / Interpreti: Jafar Panahi, Bakhtiar Panjeei, Mina Kavani, Mina Khosrovani, Naser Hashemi, Reza Heydari, Vahid Mobasheri / Paese, anno: Iran, 2022 / Produzione: JP Production / Distribuzione: Academy Two / Durata: 106 minuti

SUL WEB
Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Il sito

La filmografia di Jafar Panahi

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