Fauda ⋅ Serialità tv e narrazione non convenzionale di un conflitto

Può una serie tv essere lo specchio delle angosce, delle paure e delle tensioni di un intero Paese? E’ possibile che i personaggi di un telefilm siano in grado di rappresentare la sostanza dei sentimenti, delle nevrosi e delle speranze di singoli individui che formano il corpo di un’intera popolazione, o di più popolazioni? E’ possibile sostenere che un racconto seriale di una situazione geopolitica molto controversa sia sostanzialmente corretta e rispettosa delle parti in causa? La risposta a queste domande è: sì.

La prova di ciò che stiamo sostenendo è riscontrabile nell’operazione produttiva dell’emittente israeliana Yes denominata Fauda. Dal 16 aprile 2020 è rilasciata in tutto il mondo, sulla piattaforma Netflix, la terza attesissima stagione. Sì, attesissima, poiché Fauda è un fenomeno che ha di gran lunga oltrepassato i confini di Israele e dei Territori Palestinesi per divenire “oggetto di culto” da parte di appassionati del genere spy-story/antiterrorismo non solo del Medio Oriente.

Nelle prime due stagioni avevamo visto i membri di un unità molto particolare delle forze di difesa di Israele, i cosiddetti mistar’arvim, agire in Cis-Giordania, nel tentativo di arginare gli attentati terroristici in Israele di matrice palestinese e di impedire all’Isis di trovare terreno fertile a pochi chilometri da Tel Aviv. Ma chi sono i mistar’arvim? Si tratta di una “squadra” speciale di agenti israeliani capaci di agire anche per lunghi periodi sotto copertura nei territori occupati, soprattutto perché in grado di parlare un arabo-palestinese assolutamente perfetto, cioè privo di accento israeliano.

Protagonista assoluto di questo gruppo di soggetti alquanto coraggiosi è il personaggio di Doron Kabilio, interpretato da Lior Raz. Raz è stato a sua volta, nella vita reale, un agente israeliano, salvo poi intraprendere la carriera di attore e sceneggiatore. E per quel che riguarda Fauda è anche l’ideatore della serie insieme al suo compagno di avventure creative Avi Issacharoff.

Ebbene, i due autori nella terza stagione (ne è prevista già una quarta) hanno ulteriormente alzato l’asticella del pericolo e della tensione costringendo i i membri del gruppo di agenti israeliani a operare sotto copertura addirittura nella Striscia di Gaza, luogo estremamente complesso dove vivono in una situazione di grande densità abitativa oltre un milione e mezzo di palestinesi governati non dall’Autorità Nazionale Palestinese ma da Hamas.

A parte la descrizione delle situazioni narrative e degli aspetti geopolitici che caratterizzano Fauda, ciò che realmente è degno di attenzione anche dal punto di vista culturale è la sostanza dell’impostazione generale che c’è dietro questo fenomeno seriale. In genere, tutte le spy-story classiche e tutti film girati sul problema del terrorismo internazionale tendono inevitabilmente a compiere un’operazione descrittivo/narrativa basata su un punto di vista preciso che obbliga lo spettatore a seguire una linea narrativa inequivocabile, lineare, chiaramente orientata a stabilire confini netti tra il bene e il male, o meglio tra i buoni e i cattivi.

Fauda, in tal senso, si manifesta come un’interessante eccezione che conferma la regola. In teoria, trattandosi di una produzione israeliana, lo spettatore avrebbe dovuto assistere a una glorificazione assoluta e sciovinistica delle azioni compiute dagli agenti israeliani, delle loro gesta eroiche. Punto e basta. Invece, non è per niente così.

In Fauda, convivono in modo perfettamente armonico e speculare, due linee narrative che corrispondono a due punti di vista diversi e contrastanti. E nessuna di queste linee narrative domina ideologicamente sull’altra. Così, è possibile assistere al racconto del conflitto israelo-palestinese valutando senza pregiudizi le due diverse visioni prospettiche dello scontro. Se da un lato viviamo, come fruitori, il forte senso del dovere degli agenti israeliani, il loro desiderio di preservare il loro Paese da attacchi terroristici, dall’altro possiamo anche vedere la sponda palestinese, il prevedibile sentimento di insofferenza vero l’occupazione e il desiderio di libertà che c’è dietro una lotta senza quartiere che dura da decenni.

Non c’è giudizio morale alcuno in questa impostazione, ma la volontà di mostrare quanto due popoli nemici si combattano partendo ognuno dal loro punto di vista, dalle loro ragioni. E inoltre si fa comprendere in modo molto chiaro come in verità la convivenza potrebbe essere molto più facile e naturale di quanto di possa pensare. Israeliani e palestinesi sono accomunati da sentimenti umani, individuali e collettivi, che caratterizzano un arco iperbolico di sfumature: dall’odio (astratto e ideologico) tra popoli fino, addirittura, all’amore (concreto) tra persone (che i popoli vorrebbero divise per sempre).

In base a ciò che abbiamo affermato, Fauda merita decisamente più attenzione sul piano culturale piuttosto che su quello strettamente creativo, anche se è doveroso notare come tutti gli attori (israeliani-ebrei e arabi-israeliani) siano tutti di straordinaria efficacia, come Rotem Shamir (regista della seconda e terza stagione) sappia usare con grande perizia la macchina da presa, e come gli impianti delle sceneggiature di tutti gli episodi siano abilmente edificati su un equilibrio sopraffino tra tensione e riflessione, tra introspezione e ritmo dell’azione.

Infine, una considerazione: Fauda si configura come una serie tv emblematica e di raro coraggio intellettuale e non v’è alcun dubbio che i suoi due autori, Lior Raz e Avi Issacharoff, abbiano costruito una sofisticata macchina visuale/narrativa avendo ben presente una frase di eccezionale limpidezza e brillantezza pronunciata da uno dei grandi maestri del genere spionistico letterario: John le Carré. Sostiene, infatti l’autore di tante famose e fortunate spy-story:  “i servizi segreti sono l’unica vera misura della misura politica di una nazione e la sola vera espressione del suo subconscio”.

Ebbene, Raz e Issacharoff sono riusciti con Fauda a mettere a fuoco contemporaneamente due subconsci nazionali: quello israeliano e quello palestinese. E questa è una delle operazioni più significative e stimolanti che siano mai state fatto riguardo la narrazione/rappresentazione cinematografica e televisiva del conflitto arabo-israeliano.

© CultFrame 05/2020

CREDITI
Serie TV: FAUDA stagione 3 / Ideatori: Lior Raz, Avi Issacharoff / Regia: Rotem Shamir / Sceneggiatura: Lior Raz, Avi Issacharoff, Amir Mann, Mayaan Oz, Noah Stollman, Yuval Yefet / Interpreti: Lior Raz, Itzik Cohen, Neta Garty, Rona Lee Shimon, Boaz Konforty, Doron Ben David, Yaakov Zada Daniel, Idan Amedi / Produttori: Liat Benasuly, Shimrit Yekutieli / Musica: Gilad Benarmram / Direttore della fotografia: Moshe Mishali / Scenografia: Eyal Biterman / Montaggio: Omri Zalmona, Nitai Netzer / Anno: 2020 / Paese: Israele / Episodi: 12

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