L’IDENTITÀ MULTIFORME.
 Figure femminili, case e famiglie nella complessità del Medio Oriente

Frame del film “Self Made” di Shira Geffen

IL CINEMA DELLA COMPLESSITÀ

Era il 2009 quando, nella sorpresa (quasi) generale, Lebanon, opera prima (di finzione) di Samuel Maoz si aggiudicava il Leone d’Oro per il Miglior Film alla 66° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. In verità, gli studiosi e i conoscitori del cinema israeliano, non furono stupiti da questo successo e neanche dalla cristallina qualità del film. Da diversi anni, infatti, le nuove produzioni cinematografiche di Israele riuscivano ad aggiudicarsi premi a ripetizione nell’ambito dei maggiori festival internazionali.

Frame del film "Ana Arabia" di Amos Gitai
Frame del film “Ana Arabia” di Amos Gitai

La cinematografia israeliana, dunque, nel corso degli ultimi decenni è riuscita a uscire con forza dall’ombra di Amos Gitai, il suo esponente più importante e conosciuto, dimostrando non solo una capacità creativa notevole ma anche una costanza di rendimento, anche grazie al lavoro di autori emergenti, che è difficile rintracciare in altre industrie filmiche nazionali.

Ebbene, questa situazione positiva è scaturita anche grazie al sostanzioso lavoro svolto dal 1979, anno della sua fondazione, dall’Israel Film Fund, istituzione pubblica destinata a svolgere un ruolo di propulsione produttiva e distributiva (anche a livello internazionale) fondamentale non solo per veicolare il cinema ma anche per divulgare l’intera cultura israeliana in tutta la sua complessità.

Proprio dalla recente produzione filmica di Israele è possibile percepire con assoluta precisione la dimensione articolata e ricca di sfaccettature di una società che già nella sua struttura dimostra la stratificazione culturale sulla quale è basata. Il mondo del cinema ha, inoltre, sempre rappresentato una voce viva, lucida e, in molte occasioni, critica di un Paese che da sempre è al centro dell’attenzione mondiale per questioni strategiche e geo-politiche.

Frame del film "Villa Touma" di Suha Arraf
Frame del film “Villa Touma” di Suha Arraf

I cineasti israeliani hanno nel corso degli ultimi due decenni toccato, senza nessun timore, numerosi punti molto delicati e controversi. Dal malessere sociale alla questione della guerra permanente con il mondo arabo, dai temi dei diritti civili al rapporto tra mondo laico e componente religiosa della società, dall’identità dell’israeliano moderno alla trasformazione attuale dell’idea di sionismo, fino alla relazione con la componente araba della propria popolazione. Oltretutto, in questo contesto, innumerevoli sono state le figure femminili che i registi israeliani hanno utilizzato come cartina di tornasole di una condizione caleidoscopica e complicata della società. In tal senso, risulta emblematico il lungometraggio di Amos Gitai Ana Arabia (2013). Il racconto è, infatti, basato su un personaggio femminile sempre, solo, evocato (poiché morto da qualche tempo). Si tratta una donna ebrea sopravvissuta alla Shoah che aveva deciso di sposare un palestinese. La vita della coppia si era svolta sempre in una sorta di zona franca nella quale le diversità rappresentano il motivo di una convivenza evidentemente non così impossibile.

I TEMI E I FILM

Un angolo nascosto tra le città di Tel Aviv-Yafo e Bat Yam, un luogo simbolico composto da un labirinto di cortili e piccole case basse popolato da persone di diversa etnia e religione. Quello di Ana Arabia è il set perfetto dove Amos Gitai può tracciare il suo gesto – linguistico, ma ancor prima etico e politico, come da sempre il suo cinema: un piano-sequenza lungo 84’ minuti, per affermare (nonostante tutto, a dispetto di tutto) la fede in una sutura dei conflitti e delle ferite, in una convivenza ancora possibile, tra comunità e famiglie, tra uomini e donne.

Frame del film "Self Made" di Shira Geffen
Frame del film “Self Made” di Shira Geffen

In quel paesaggio, lo sguardo femminile e le abilità, pratiche e relazionali (multitasking si dice oggi), delle donne forgiano giorno per giorno (“Yom Yom”, per dirla ancora con Gitai), dentro e fuori dalle case e dai vincoli di sangue, una identità che nell’area medio-orientale, più che altrove, è stratificazione e impasto millenario di culture, come malta o tufo con cui costruire e fortificare case, credenze, valori, o come farina, da far lievitare, mescolando cibo e passioni. Sono questi gli ingredienti che hanno ispirato un focus sull’identità e le sue molteplici “forme”. Immagini e storie da un cinema indipendente che sfida – e ciò che più conta dall’interno – la propria stessa cultura. Pochi ma significativi titoli dell’ultimo decennio (con 4 titoli inediti, di cui 2 anteprime italiane assolute), firmati da registi e registe – da Shira Geffen a Hiam Abbas, da Eran Riklis a Suha Arraf – e anche un piccolo tributo al talento ormai riconosciuto dei fratelli Elkabetz, Ronit (già ben nota anche come attrice) e Shlomi, che quei conflitti di genere e familiari raccontano da tempo con grande efficacia, mescolando dramma e ironia, da To Take a Wife, 2004, a Seven Days – Shiva, 2008 sino al recente e acclamato Viviane, 2014.

Temi, situazioni e personaggi si snodano attorno alle pratiche quotidiane di una identità fluttuante e cangiante. A volte, fuori dagli schemi obbligati e dalle prigioni delle “appartenenze”, questo cinema permette persino di “scambiare le identità” (e le vite vissute), nel confine di per sé transitorio ma en plein air di un checkpoint, come rivela mirabilmente Shira Geffen (già “Camera d’Or” a Cannes per Meduse, 2007, diretto con il marito, il celebre scrittore Edgar Keret; anche Self Made era a Cannes, alla Semaine).

Del resto, segreti e bugie, conflitti rimossi o mascherati, si annidano di norma nelle stanze chiuse dei palazzi, tra oscuri oggetti e nostalgici rituali del passato. Così vicine, così lontane, potremmo dire delle donne che affollano (insieme a padri e fratelli) l’affresco corale di Inheritance di Hiam Abbass, come delle sorelle arabe (cristiane) di diverse generazioni ritratte da Suha Arraf in Villa Touma. La cui routine sonnolenta viene spezzata dall’arrivo della giovane nipote adolescente che rifiuterà le convenzioni sociali. E starà ai giovani, come ci racconta da par suo Eran Riklis in Dancing Arabs riuscire a imporre, oltre a nuove identità, il coraggio di dialogare e di amare, contro le scelte più facili, quelle dettate dalla paura.

Testo di Maurizio G. De Bonis e Sergio Di Giorgi
CultFrame 03/2015


IL PROGRAMMA

ANA ARABIA – Amos Gitai, ISRAELE / FRANCIA 2013, 84’
ARAVIM ROKDIM (DANCING ARABS) – (Anteprima italiana) Eran Riklis, ISRAELE / FRANCIA / GERMANIA 2014, 105’
HÉRITAGE (INHERITANCE) – Hiam Abbas, FRANCIA / ISRAELE / TURCHIA 2012, 88’
BOREG (SELF MADE) – (Anteprima italiana) Shira Geffen, ISRAELE 2014, 89’
SHIVA (SEVEN DAYS) – Ronit e Shlomi Elkabetz, ISRAELE 2008, 103’
VELAKAHTA LEKHA ISHA (TO TAKE A WIFE) – Ronit e Shlomi Elkabetz, ISRAELE / FRANCIA 2004, 99’
VILLA TOUMA – Suha Arraf, 2014, 85’
GETT, THE TRIAL OF VIVIANE AMSALEM (VIVIANE) – Ronit e Shlomi Elkabetz, ISRAELE / FRANCIA / GERMANIA 2014, 115’

INFORMAZIONI

L’IDENTITÀ MULTIFORME.
 Figure femminili, case e famiglie nella complessità del Medio Oriente / A cura di Maurizio G. De Bonis e Sergio Di Giorgi
Proiezioni: Spazio Oberdan / Viale Vittorio Veneto 2, angolo Piazza Oberdan, Milano
Nell’ambito di: Sguardi Altrove Film Festival / Organizzazione: Sguardi Altrove / Direzione artistica: Patrizia Rappazzo
Sede: Via privata Bassano del Grappa 32, Milano / 02.36561524 / sguardialtrove@gmail.com; sguardialtrovefilm@gmail.com

SUL WEB
Sguardi Altrove Film Festival – Il sito
Spazio Oberdan, Milano

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