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	<title>CultFrame - Arti visive &#187; mostre roma</title>
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		<title>Mesopotamian Dramaturgies. Mostra di Kutlug Ataman</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 09:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
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		<category><![CDATA[artisti turchi]]></category>
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		<description><![CDATA[Un uomo vestito di nero. Piedi nudi e una benda scura che copre gli occhi. Il soggetto si allontana in una zona desertica. La luce è accecante, il cielo di un azzurro intenso. Montagne all’orizzonte.
Si tratta di Strange Space, opera video di Kutluğ Ataman, cineasta e artista turco a cui il MAXXI – Museo nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-strange_space.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8902" title="kutlug_ataman-strange_space" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-strange_space.jpg" alt="kutlug_ataman-strange_space" width="112" height="200" /></a>Un uomo vestito di nero. Piedi nudi e una benda scura che copre gli occhi. Il soggetto si allontana in una zona desertica. La luce è accecante, il cielo di un azzurro intenso. Montagne all’orizzonte.<br />
Si tratta di <em>Strange Space</em>, opera video di Kutluğ Ataman, cineasta e artista turco a cui il MAXXI – Museo nazionale delle arti XXI secolo di Roma ha dedicato un’interessante personale incentrata sul progetto <em>Mesopotamian Dramaturgies </em>(curatrice Cristiana Perrella).<br />
Dopo aver visitato l’intero spazio del nuovo MAXXI ed aver subito la straordinaria architettura di Zahah Hadid, struttura che mette a dura prova la compattezza della mostra intitolata <em>Spazio</em>, l’ambiente che ospita la personale di Ataman riporta finalmente il fruitore nella condizione di riuscire a percorrere un tragitto razionale nell’ambito della produzione di un artista le cui idee sembrano ricche di spunti e di riferimenti nei riguardi di determinate condizioni socio-politiche dei popoli del Medio Oriente. Il tutto filtrato attraverso la questione dell’identità. Intorno a tale fattore ruota l’intera opera di Ataman, il quale però cerca di allargare il contesto della sua riflessione dall’impostazione soggettiva (e quindi di fatto riduttiva) tipica di queste  iniziative a quella legata al territorio, e ancor di più alla storia e alla geografia di questo territorio.<br />
Kutluğ Ataman compie, dunque, un’operazione di ampio respiro, cercando attraverso le sue elaborazioni audiovisive di guardare con lucidità la realtà del suo paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-journey_to_the_moon1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8903" title="kutlug_ataman-journey_to_the_moon" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-journey_to_the_moon1.jpg" alt="kutlug_ataman-journey_to_the_moon" width="300" height="225" /></a>Il fatto che Ataman sia in primo luogo un cineasta si percepisce immediatamente, dalla cura degli aspetti visuali, dall’attenzione verso il cinema documentaristico e  verso l’intervista intesa come potente elemento di comunicazione e come testimonianza che va la di là del caso singolo per divenire simbolo di un’intera situazione sociale e umana.<br />
L’autore, oltretutto, agisce chiaramente su diversi piani linguistici, mescolando fotografia, cinema, video come nel caso di <em>Journey to the Moon</em>, curiosa opera basata sulla ricostruzione di una bizzarra avventura turca aerospaziale. Ataman utilizza  materiale fotografico che viene cucito in un tessuto espressivo basato sul montaggio di interviste a intellettuali turchi. L’aspetto altamente significativo di quest’opera, oltre alla questione multilinguistica, riguarda la sostanziale impossibilità di decifrare la realtà dei fatti (a patto che si siano verificati) da parte del visitatore.<br />
Cuore dell’installazione ambientale è l’opera denominata <em>Column</em>. Si tratta di una vera e propria spirale, a base molto larga, ispirata alla Colonna Traiana di Roma. Innumerevoli vecchi monitori sono disposti lungo la spirale. I piccoli schermi presentano i primi piani di cittadini di una zona poco nota della Turchia. I loro sguardi sono fissi, anche se tendono a mutare con il passare dei secondi. Non si odono però le loro voci. Paradossale inno alla limitazione della libertà di espressione,<em> Column</em> è un’opera che fa emergere il fragoroso silenzio di chi è dimenticato dalla storia e anche dall’informazione legata all’attualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-dom.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8904" title="kutlug_ataman-dom" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-dom.jpg" alt="kutlug_ataman-dom" width="300" height="183" /></a>Il soffitto dell’ambiente che ospita la personale di Ataman è occupato dalla videoinstallazione <em>Dome</em>. Prendendo spunto dagli affreschi delle chiese romane (ammirate dopo un periodo di studi passato nella capitale italiana), l’artista ha elaborato delle pseudo raffigurazioni digitali. Lo sfondo è rappresentato da cieli azzurri che ospitano soggetti volanti, vestiti in abiti moderni e dotati di oggetti di culto della società tecnologica di oggi.<br />
Infine, da segnalare la stanza nella quale si possono vedere: <em>The Complete Works of William Shakespeare</em> e <em>English As a Second Language</em>. Il primo video presenta lo scorrimento continuo dell’opera omnia del drammaturgo inglese ricopiata su pellicola 35 mm.. La seconda opera è composta, invece, da due proiezioni contrapposte che propongono le medesime inquadrature: due ragazzi ben vestiti che cercano di leggere dei testi poetici in inglese senza capire ciò che leggono.<br />
Si tratta chiaramente, in questi due ultimi casi, non solo di giochi sul linguaggio, ma di esperimenti emblematici per evidenziare la separazione di una parte del mondo rispetto alla lingua commerciale in uso nella società occidentale dominante. Ataman esamina, in questo caso, il processo di esclusione a cui vengono sottoposte le popolazioni che non ricadono sotto determinati processi di colonizzazione economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, una considerazione. <em>Mesopotamian Dramaturgies</em> è un’operazione creativa di estrema intelligenza, poiché non basata (come spesso capita nell’arte contemporanea) sullo shock pirotecnico dell’invenzione fine a se stessa ma sull’edificazione di un progetto che possiede delle basi culturali molto solide e che articola il suo discorso in un territorio ibrido, dunque complesso e moderno, nel quale non esistono confini precisi per quel che riguarda l’uso dei linguaggi audiovisivi.</p>
<p>© CultFrame 07/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Kutlug Ataman. Strange Space, 2009, Single channel video<br />
2 Kutlug Ataman. Journey to the Moon, 2009 (still photography. 31&#215;41cm)<br />
3 Kutlug Ataman. Dome</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 30 maggio al 12 settembre 2010<br />
MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo / Via Guido Reni 4/A, Roma / Telefono: 06.3223453; 06.39967350 / info@fondazionemaxxi.it<br />
Orario: martedì &#8211; domenica 11.00 &#8211; 19.00 / gio 11.00 &#8211; 22.00 / Chiuso lunedì<br />
Biglietto: intero €11 / ridotto: €7<br />
A cura di Cristiana Perrella</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.fondazionemaxxi.it/index.aspx" target="_blank">MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Roma</a></p>
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		<title>Past Forward Toward Future. Mostra di Joel Sternfeld</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 14:43:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[eventi e mostre]]></category>
		<category><![CDATA[fotografi americani]]></category>
		<category><![CDATA[Joel Sternfled]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[mostre fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>

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		<description><![CDATA[La mostra &#8216;Past Forward Toward Future&#8217;, organizzata nell’ambito della Festa dell’Architettura di Roma, pone due questioni fondamentali. La prima è, di fatto, una domanda: come mai per portare in Italia (con una sua corposa personale) uno dei più significativi artisti della fotografia del Novecento (ma anche del terzo millennio) si doveva aspettare lo svolgimento di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/joel_sternfeld-cover.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8737" title="joel_sternfeld-cover" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/joel_sternfeld-cover.jpg" alt="joel_sternfeld-cover" width="300" height="239" /></a>La mostra &#8216;Past Forward Toward Future&#8217;, organizzata nell’ambito della Festa dell’Architettura di Roma, pone due questioni fondamentali. La prima è, di fatto, una domanda: come mai per portare in Italia (con una sua corposa personale) uno dei più significativi artisti della fotografia del Novecento (ma anche del terzo millennio) si doveva aspettare lo svolgimento di una festa dell’architettura?<br />
La seconda riguarda invece le implicazioni teorico-linguistiche che il lavoro di Sternfeld possiede.<br />
Andiamo con ordine. Nel comunicato stampa della mostra leggiamo le seguenti testuali parole: “la prima grande mostra italiana di uno dei maggiori fotografi americani”. Dopo aver dato tutti i dovuti meriti a 3/3 (Chiara Capodici, Fiorenza Pinna) di aver voluto e curato questa esposizione romana, non possiamo fare altro che soffermarci sul ritardo clamoroso che la cultura italiana ha nei confronti della fotografia. Proviamo a passare in territorio cinematografico e cerchiamo di immaginare che in Italia non si sia mai svolta una retrospettiva articolata dell’opera di <a href="http://www.cultframe.com/2008/03/the-kubrick-after-influssi-e-contaminazioni-sul-cinema-contemporaneo-un-libro-a-cura-di-fabrizio-borin/">Stanley Kubrick</a>. Vi sembrerebbe normale? No, certamente. E, infatti, su Kubrick molto è stato fatto, dall’omaggio della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia di qualche anno fa fino all’evento fotografico in svolgimento attualmente a Milano.<br />
Sternfeld, invece, non meritava attenzione? In questo paese miope, morbosamente ancorato alla propria storia e refrattario a considerare ancora oggi la fotografia come forma d’arte non ci si può stupire, purtroppo, di una simile situazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/joel_sternfeld-ruin_overgrown.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8738" title="joel_sternfeld-ruin_overgrown" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/joel_sternfeld-ruin_overgrown.jpg" alt="joel_sternfeld-ruin_overgrown" width="500" height="130" /></a><br />
Passiamo ora agli elementi espressivi e linguistici riscontrabili nell’ambito nell’allestimento di Roma, strutturato su due pareti contrapposte dell’ex mattatoio (dotate per altro di un’illuminazione totalmente inadeguata). Da una parte lo studio svolto da Joel Sternfeld sul confine città/campagna e sulla stratificazione spaziale/architettonica della capitale italiana, dall’altra l’approfondimento effettuato sulla High Line di New York, una linea ferrovia sopraelevata/cittadina presente nella metropoli americana e in totale in stato di abbandono.<br />
La stratificazione dello spazio/tempo nella visione urbana e paraurbana, la modificazione degli ambienti cittadini, la questione del rapporto tra fotografo e paesaggio. Sono tutti fattori che certamente rientrano nella poetica/ricerca di Sternfeld e che oggettivamente l’hanno fatto divenire uno dei maggiori fotografi viventi.<br />
L’importanza di Sternfeld, però, non è misurabile se non collocandolo in un sistema creativo più complesso.<br />
Seppur siano evidenti alcuni rimandi pittorici, ci sembra però che considerare Sternfeld una sorta di “pittorialista fuori tempo massimo” sarebbe oltremodo riduttivo. Sarebbe come inchiodare Kubrick solo alla questione della pittura inglese del 700 quando si parla del suo capolavoro <em>Barry Lindon</em>. Joel Sternfeld è, invece, un artista dei suoi tempi, un fotografo del Novecento legato al mezzo che utilizza e che affonda le sue radici nelle esperienze di autori come il cineasta <a href="http://www.cultframe.com/2006/11/la-scomparsa-di-robert-altman-con-le-sue-opere-aveva-raccontato-lamerica/">Robert Altman</a>, deceduto nel 2006, e il pittore/fotografo Ed Ruscha. Sternfeld, inoltre, ha fatto, forse inconsapevolmente, debordare la sua poetica nello sguardo di <a href="http://www.cultframe.com/2007/02/inland-empire-film-david-lynch/">David Lynch</a>, il quale a sua volta si è ampiamente “perso” nei mondi espressivi di <a href="http://www.cultframe.com/2009/05/democratic-camera-photography-video-mostra-william-eggleston/">William Eggleston</a> e <a href="http://www.cultframe.com/2010/02/biographical-landscape-fotografie-stephen-shore/">Stephen Shore</a>. Impiantato in questo contesto, Sternfeld assume una dimensione ancor più rilevante, poiché si manifesta come elemento primario di una generazione (i più anziani sono Altman e Ruscha) che, insieme ad altri gruppi anche non americani e non strategicamente coordinati, ha trasformato il cinema e la fotografia in linguaggio artistico.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/joel_sternfeld-empire.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8739" title="joel_sternfeld-empire" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/joel_sternfeld-empire.jpg" alt="joel_sternfeld-empire" width="300" height="237" /></a>La poetica di Sternfeld, in sostanza, si è formata grazie a un lavorio denso di collegamenti retroattivi e di innovazioni, nell’ambito di un’architettura magmatica all’interno della quale tutti gli autori citati sono rintracciabili. Sternfeld, dunque, non è un caso isolato, non solo in rapporto alla produzione statunitense. In tal senso, non possiamo evitare di accostare il suo sguardo su Roma del 1990 a quello che trenta anni prima veniva generato dallo spirito sovversivo e lucido di <a href="http://www.cultframe.com/2009/12/visioni-di-pasolini-libro-marzia-apice/">PierPaolo Pasolini</a> (vedi <a href="http://www.cultframe.com/2009/07/pier-paolo-pasolini-accattone-libro-stefania-parigi/"><em>Accattone</em></a>, <em>Mamma Roma</em> e <em>La ricotta</em>). Citazione voluta? Riferimento involontario? Collegamento psico-automatico?  Poco Importa. Ciò che provoca in noi interesse è proprio la sostanziale adesione di Sternfeld a una visione collettiva che ha fornito una direzione alla raffigurazione del mondo. Ed ancora. L’impronta compositiva data al lavoro sulla High Line appare incentrata su uno scarto semantico non di poco conto. Che Sternfeld abbia voluto documentare una “stravagante” situazione urbanistica è indubbio, ma che il fotografo si sia limitato solo al prevedibile meccanismo della rappresentazione oggettiva è semplicemente superficiale. Le fotografie relative alla High Line contengono chiaramente il germe dell’incongruenza surrealista, l’inciampo semantico tipico di alcune opere di Magritte. Ed è proprio questo il loro valore aggiunto.</p>
<p style="text-align: justify;">In conclusione, quello che la mostra romana ha generato in noi è la quasi convinzione che ci sia una parte ancora non del tutto sviscerata riguardante l’universo di Sternfeld, ovvero la diversità/mutante della sua opera rispetto al rapporto tra fotografia e contenuto visivo. Abbiamo l’impressione (e l’abbiamo avuta anche seguendo con attenzione il percorso espositivo dell’ex mattatoio) che Sternfeld inquadri una porzione di realtà pensando ad altro (come solo i grandi artisti sono in grado di fare), cioè che riesca in modo netto a liberare l’ambiguità dell’atto fotografico.<br />
I suoi scatti sono così misteriosi che l’unica sensazione che lasciano al fruitore è che siano stati effettuati alla presenza fisica dell’autore ma in assenza del suo sguardo mentale, diretto fortunatamente verso altro.</p>
<p>© CultFrame 06/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Joel Sternfeld. Il Gran Ninfeo della Villa dei Gordiani, Parco dei Gordiani, Roma. Agosto 1990. Courtesy Joel Sternfeld and Luhring Augustine Gallery, NY<br />
2 Joel Sternfeld. Rovine di un edificio parte del complesso della Villa dei Sette Bassi, Roma Vecchia, Roma. Settembre 1990. Courtesy Joel Sternfeld and Luhring Augustine Gallery, NY<br />
3 Joel Sternfeld. Un manufatto della ferrovia, 30ima strada. Maggio 2000. Courtesy Joel Sternfeld and Luhring Augustine Gallery, NY</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dall’11 giugno al 22 agosto 2010<br />
MACRO Testaccio padiglione 9° / Piazza Orazio Giustiniani 4, Roma<br />
Orario: martedì &#8211; domenica 16.00 -  24.00<br />
A cura di 3/3</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.treterzi.org/blog/" target="_blank">3/3 &#8211; Il sito</a><br />
<a href="http://www.indexurbis.it/" target="_blank">Festa dell&#8217;Architettura IndexUrbis – Il sito</a></p>
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		<title>Index Urbis. Festa dell’architettura di Roma 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 17:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al via la prima edizione della Festa dell’Architettura di Roma.  L’evento ha l’obiettivo di raccogliere le riflessioni sulla città proposte sia da esperti, sia dalla comunità culturale e civile, attraverso il confronto con altre metropoli. La nostra città, infatti, custodisce un patrimonio storico inestimabile di monumenti e spazi urbani, ma è anche un deposito di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="normale" style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/botto_bruno.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8684" title="botto_bruno" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/botto_bruno.jpg" alt="botto_bruno" width="174" height="200" /></a>Al via la prima edizione della Festa dell’Architettura di Roma.  L’evento ha l’obiettivo di raccogliere le riflessioni sulla città proposte sia da esperti, sia dalla comunità culturale e civile, attraverso il confronto con altre metropoli. La nostra città, infatti, custodisce un patrimonio storico inestimabile di monumenti e spazi urbani, ma è anche un deposito di idee e un laboratorio di nuovi progetti in costante evoluzione.<br />
La proposta culturale della Festa è l’osservazione analitica della città di Roma, del suo sviluppo e del suo ruolo futuro nel panorama architettonico internazionale contemporaneo.<br />
La Festa dell’Architettura di Roma approfondisce i grandi temi della trasformazione dal punto di vista architettonico e urbanistico. È l’occasione per una grande rassegna internazionale, che coinvolge anche i protagonisti di grandi eventi di trasformazione come l’Expo di Milano e le prossime Olimpiadi di Londra. Il taglio dell’evento, i suoi contenuti e le partecipazioni costituiscono una grande opportunità per lanciare temi e progetti di sviluppo futuro in vista del 2020, della candidatura olimpica, e non solo.</p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">L’evento è organizzato dallL’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma, la Casa dell’Architettura e l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia ed è curato dall’architetto Francesco Garofalo.<br />
Le location della Festa dell’Architettura, per quanto riguarda gli eventi ufficiali, sono quattro: la Casa dell’Architettura &#8211; Acquario Romano (9 giugno), l’Auditorium Parco della Musica e il MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo (10 giugno), il MACRO Testaccio (11 e 12 giugno), con un fitto programma di incontri, lezioni, mostre, convegni e conferenze, tra cui la lectio magistralis dell’architetto portoghese Alvaro Siza Vieira, Premio Pritzker nel 1992 e medaglia d’oro del RIBA nel 2009, che si tiene durante la giornata inaugurale.<br />
Oltre settanta gli eventi collaterali che coinvolgono l’intera città per quasi un mese (fino al 27 giugno) grazie all’adesione di numerose istituzioni ed associazioni.</p>
<p>Il programma della Festa dell’Architettura di Roma “Index Urbis” è diviso in cinque sezioni:</p>
<p><strong>NODI</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Otto importanti conferenze tenute da grandi architetti italiani e stranieri su temi specifici, che oggi appaiono rilevanti per Roma, a partire da un proprio progetto, da una esperienza che si propone come esemplare. Le conferenze si svolgono tra l’Auditorium Parco della Musica – Sala Petrassi e il MACRO Testaccio – Aula Ersoch.<br />
Museo. Bernard Tschumi: svizzero trapiantato in America, autore del nuovo Museo dell’Acropoli di Atene.<br />
Ambiente/paesaggio. James Corner – Field Operations: il maggior paesaggista americano, autore dei progetti in corso a New York per il Parco di Fresh Kills, che era la più grande discarica della città, e per la trasformazione della sopraelevata Highline in giardino pensile.<br />
Università. Yvonne Farrell e Shelley McNamara, Grafton Architects: le due titolari dello studio irlandese che ha realizzato il miglior edificio universitario in Italia, la nuova sede della Bocconi a Milano.<br />
Mobilità e metropolitane. Eduardo Souto De Moura: coordinatore della Metro di Porto, la più bella metropolitana europea, e autore anche di una stazione a Napoli.<br />
Stadi e grandi infrastrutture. Massimiliano Fuksas: progettista dello stadio di Firenze e del nuovo aeroporto di Shenzen in Cina.<br />
Centralità. Stefano Boeri: direttore della rivista Abitare, membro della commissione dell’Expo di Milano, autore del progetto per la sede del G8 alla Maddalena.<br />
Olimpiadi. Richard Burdett: inglese di origine romana, direttore del programma sulle città della London School of Economics, già consulente per l’architettura delle Olimpiadi di Londra, ora responsabile del programma “Legacy” che sceglierà i progettisti delle opere da realizzare a seguito dei giochi.<br />
Abitare. Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal: francesi, autori di case innovative e sperimentali a basso costo, con un passato di volontariato in Africa, stanno realizzando progetto di recupero dei grandi complessi di edilizia sociale in Francia.</p>
<p><strong>FORUM</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Ciascun appuntamento, in programma tra l’11 ed il 12 giugno presso MACRO Testaccio – Pelanda, prevede un moderatore e alcuni invitati scelti tra amministratori, costruttori, committenti, esperti e architetti romani. Questi gli argomenti affrontati: “Abitare a Roma, cambiare le periferie” ; “Edilizia sostenibile?” ; “Olimpiadi” ; “Da verde a paesaggio : a Roma nessuna traccia di paesaggio contemporaneo?” ; “Città digitale, la città, la rete e la sua forma”.</p>
<p><strong>SGUARDI</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Il programma vuole coinvolgere intorno ai “nodi” individuati dalla Festa sguardi diversi, ampliando l’orizzonte delle domande che oggi vengono poste all’architettura e alla città, ai rispettivi modi d’essere, al loro futuro.<br />
Il ciclo degli incontri si apre al MAXXI il 10 giugno con le conferenze di Paolo Rosselli, Alessandro Dal Lago e Serge Latouche, per proseguire nei due giorni successivi, in parallelo con il programma della Festa, al MACRO Testaccio con Walter Siti, <a href="http://www.cultframe.com/2001/01/under-my-red-sky-mostra-di-botto-bruno/">Botto &amp; Bruno</a>, <a href="http://www.cultframe.com/2008/05/gomorra-un-film-di-matteo-garrone/">Matteo Garrone</a>, Ruggero Pierantoni, Marco Senaldi, Sten e Lex, Maurizio Ferraris, Eyal Weizman. La formula è quella dell’incontro in senso stretto: il protagonista è posto a confronto con un interlocutore in grado di sollecitarlo nella discussione e può scegliere, a sua volta, una serie di materiali visivi (documentari, film, fotografie) per offrire al pubblico ulteriori punti di vista e di riferimento. A margine degli incontri, performance di artisti e un concerto completano il programma.</p>
<p><strong>EXTRA </strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Una serie di occasioni &#8220;extra&#8221; per conoscere le ricerche sulla città e l’architettura. Presso la Casa dell’Architettura, nella giornata inaugurale, Alvaro Siza Vieira parla della sua museografia e il Berlage Institute espone la sua ricerca su Roma dal titolo Rome: The Centre(s) Elsewhere in un confronto con un gruppo di interlocutori romani.<br />
Nei due giorni in cui la Festa si sposta al MACRO Testaccio, l’installazione interattiva Atlante Roma / abc Roma a cura di Paolo Valente, con Salvatore Iaconesi – Oriana Persico, Giuseppe Stampone, permette di leggere le relazioni e le contraddizioni tra l’immaginazione degli architetti e la realtà della città.<br />
La mostra di Joel Sternfeld dal titolo “Past Forward Toward Future : due visioni sul paesaggio urbano di Roma”, a cura di 3/3 (Chiara Capodici e Fiorenza Pinna) stabilisce un legame, già presente nei Nodi, tra il paesaggio della campagna romana e quello della Highline di New York.<br />
Contrasto presenta il libro di Maria Letizia Gagliardi “La misura dello spazio. Fotografia e architettura : conversazioni con i protagonisti” con gli interventi di Marco Introini, Moreno Maggi, Roberto Koch e Marco Zanta.<br />
Le conferenze di Carlo Ratti (direttore del laboratorio Senseable City dell’MIT), e di Peter Murray (creatore del festival di architettura di Londra) completano una geografia di proposte che hanno a che fare, come tutta la Festa dell’Architettura, con il ruolo di Roma città mondiale.<br />
Quattro architetti romani, infine, raccontano il loro rapporto con la città, nel vivo dle loro lavoro progettuale: Nicola Di Battista, King e Roselli, Franco Purini e Piero Sartogo.</p>
<p><strong>EVENTI COLLATERALI</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Oltre settanta progetti sono stati presentati da istituzioni, associazioni e gruppi di cittadini. Il ventaglio degli appuntamenti prevede mostre, convegni, presentazioni di libri, rassegne di video e film, installazioni e anteprime di progetti. Rimandando all’elenco completo delle organizzazioni aderenti e al programma/calendario, si segnalano le mostre delle accademie straniere e delle università nord americane presenti a Roma, di musei come l’Andersen, di storiche istituzioni come l’Accademia di San Luca, di gallerie di architettura e d’arte, e il contributo degli antropologi urbani, dei fotografi e dei videomaker. In particolare, nella settimana dal 13 al 19 giugno la Casa dell’Architettura – Acquario Romano ospita una serie quasi continua di appuntamenti, a partire dalla serata interattiva “amoRoma”.</p>
<p>CultFrame 06/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINE</span><br />
Opera di Botto&amp;Bruno</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 9 al 12 giugno 2010<br />
Info: Casa dell’Architettura / Piazza Manfredo Fanti 47, Roma / Telefono: 06.97604598 / Email: info@casadellarchitettura.it</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="www.indexurbis.it" target="_blank">Index Urbis – Il sito (programma completo, orari e sedi)</a><br />
<a href="http://www.casadellarchitettura.it/" target="_blank">Casa dell’Architettura, Roma</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Mimmo Jodice. Una mostra a Roma</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 21:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[segnalazioni fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[fotografi italiani]]></category>
		<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[Mimmo Jodice]]></category>
		<category><![CDATA[mostre fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Palazzo delle Esposizioni rende omaggio a Mimmo Jodice, uno dei più importanti fotografi contemporanei in occasione dei suoi cinquanta anni di attività con un’ampia mostra antologica curata da Ida Gianelli.
Nato a Napoli nel 1934, negli anni sessanta Mimmo Jodice è stato tra i maggiori interpreti dell’avanguardia e del dibattito culturale che ha sancito la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mimmo_jodice-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8520" title="mimmo_jodice-2" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mimmo_jodice-2.jpg" alt="mimmo_jodice-2" width="134" height="200" /></a>Il Palazzo delle Esposizioni rende omaggio a Mimmo Jodice, uno dei più importanti fotografi contemporanei in occasione dei suoi cinquanta anni di attività con un’ampia mostra antologica curata da Ida Gianelli.<br />
Nato a Napoli nel 1934, negli anni sessanta Mimmo Jodice è stato tra i maggiori interpreti dell’avanguardia e del dibattito culturale che ha sancito la definitiva affermazione della fotografia. La sua attitudine nomade lo ha portato a sperimentare tecniche diverse, a trasfigurare luoghi familiari e a viaggiare attraverso paesaggi sconosciuti, sempre alla ricerca di una bellezza non garantita dalla registrazione di dati oggettivi, ma svelata dal fotografo attraverso la propria capacità di coglierla.<br />
La mostra presenta circa 180 fotografie in bianco e nero, realizzate tra il 1964 e il 2009. Il percorso è scandito da otto capitoli, ciascuno dei quali corrisponde a un differente tema approfondito da Mimmo Jodice in periodi diversi.<br />
Si inizia con le immagini risalenti agli anni sessanta raccolte sotto il titolo Ricerche e Sperimentazioni. Esemplari unici, nei quali l’autore, sperimentando diverse possibilità linguistiche della fotografia, ne esalta il potenziale espressivo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mimmo_jodice-1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8522" title="mimmo_jodice-1" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mimmo_jodice-1.jpg" alt="mimmo_jodice-1" width="134" height="200" /></a>Nella successiva sezione intitolata Sociali, espressione del suo impegno civile, sono esposte immagini esemplari, quasi simboliche, dei diversi aspetti antropologici del Meridione, tra cui quelle scattate durante l’epidemia del colera a Napoli. Nelle Vedute di Napoli, realizzate a partire dalla fine degli anni settanta, sparisce la figura umana e il lavoro di Jodice assume un segno più radicale: alcuni particolari noti, quasi banali, perfino oleografici, del paesaggio napoletano, sono tradotti in modo spiazzante, con immagini che assumono l’efficacia di icone e che la critica identifica come “metafisiche”. In queste fotografie, come in quelle raccolte sotto il titolo di Rivisitazioni, Jodice non racconta più la scena reale, ma la utilizza per un lavoro di autoanalisi, svelando il dato surreale della vita di tutti i giorni.<br />
La mostra prosegue con una selezione tratta dal ciclo Mediterraneo avviato a partire dal 1986. Sono, forse, le immagini più note dell’autore, nelle quali compaiono frammenti o particolari di antiche vestigia &#8211; sculture, architetture, mosaici o affreschi, fotografati, tra gli altri luoghi, a Pompei, Ercolano, Petra, Efeso &#8211; che il fotografo esalta con il suo sguardo capace di rivelarne la presenza magica e vitale.<br />
La successiva tappa della mostra è rappresentata da una selezione di fotografie tratte dal ciclo intitolato Eden: alimenti, manichini, utensili, oggetti apparentemente familiari e innocui, come li definisce l’autore, che si trasformano in una materia viva ed estraniante, dotata di forte aggressività.<br />
Un’ampia sezione è dedicata alle fotografie che hanno per protagonista il Mare, realizzate a partire dagli anni novanta. Spiagge, isole, scogli, immagini distillate da ogni presenza urbanistica o umana, intese dall’artista come paesaggi interiori, tentativi di conferire al mondo una dimensione atemporale.<br />
La rassegna termina con le immagini raccolte nella sezione intitolata Natura nelle quali è la vegetazione, coltivata o selvaggia, a essere osservata con occhio estraniante e visionario.</p>
<p style="text-align: justify;">La mostra è accompagna da un volume a cura di Ida Gianelli pubblicato da Federico Motta Editore, che, oltre a presentare tutte le opere esposte, contiene una cronologia esaustiva con i più importanti testi scritti sull’artista nei suoi cinquanta anni di attività, e ampi apparati bio-bibliografici.</p>
<p>CultFrame 04/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />IMMAGINI</span><br />
Fotografie di Mimmo Jodice</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 9 aprile all’11 luglio 2010<br />
Palazzo delle Esposizioni / Via Nazionale 194, Roma<br />
Telefono: 06.39967500<br />
Orario: da martedì a giovedì e domenica 10.00 &#8211; 20.00 / venerdì e sabato 10.00 &#8211; 22.30 / chiuso lunedì<br />
Biglietto: intero 12,50 euro / ridotto 10,00 euro<br />
Cura di Ida Gianelli<br />
Volume: Federico Motta Editore</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<strong><a href="http://www.cultframe.com/2007/09/perdersi-a-guardare-mostra-mimmo-jodice/">CULTFRAME. Trenta anni di fotografia in Italia. Perdersi a guardare. Mostra di Mimmo Jodice</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2001/07/mimmo-jodice-retrospettiva-1965-2000/">CULTFRAME. Mimmo Jodice. Retrospettiva 1965-2000</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2001/05/lo-spirito-dei-luoghi-quattro-fotografi-italiani-attraverso-il-piemonte-un-libro-di-roberto-bossaglia-mimmo-jodice-bruna-biamino-mauro-raffini/">CULTFRAME. Lo spirito dei luoghi. Quattro fotografi italiani attraverso il Piemonte. Un libro di Roberto Bossaglia, Mimmo Jodice, Bruna Biamino, Mauro Raffini</a></strong><br />
<a href="http://www.palazzoesposizioni.it/mediacenter/FE/home.aspx" target="_blank">Palazzo delle Esposizioni, Roma</a></p>
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		<item>
		<title>Roma fotografie 1956-1960. Mostra di William Klein</title>
		<link>http://www.cultframe.com/2010/04/roma-fotografie-mostra-william-klein/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 09:51:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela De Leonardis</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[eventi e mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela De Leonardis]]></category>
		<category><![CDATA[mostre fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>
		<category><![CDATA[William Klein]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, palcoscenico di una rappresentazione che è reale. La città, nelle foto di William Klein (New York 1928), esiste perché esistono i romani. La gente nelle varie sfumature sociali e nelle sue espressioni più autentiche.
La Vespa parcheggiata all’Eur, sotto l’insegna di un telefono pubblico e, sullo sfondo il “Colosseo Quadrato”, intanto sulla spiaggia c’è chi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/william_klein-ostia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8463" title="william_klein-ostia" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/william_klein-ostia.jpg" alt="william_klein-ostia" width="200" height="140" /></a>Roma, palcoscenico di una rappresentazione che è reale. La città, nelle foto di William Klein (New York 1928), esiste perché esistono i romani. La gente nelle varie sfumature sociali e nelle sue espressioni più autentiche.<br />
La Vespa parcheggiata all’Eur, sotto l’insegna di un telefono pubblico e, sullo sfondo il “Colosseo Quadrato”, intanto sulla spiaggia c’è chi legge un rotocalco con l’articolo “Bimbi veri, genitori di celluloide”; la silhouette femminile sulla tomba di Keats al Cimitero Acattolico, come la targa della lambretta (ROMA 282742) catturata di striscio, sulle strisce pedonali mentre le modelle sfilano per Vogue Italia, avvolte nei tubini e gli uomini si girano a guardarle&#8230;<br />
Gente che cammina nei vicoli, attraversa la storia, entra ed esce dal film della vita. Anche quando la messinscena è studiata – come nei set pubblicitari, di moda – pulsa d’imprevisto, casualità. Una contaminazione costante tra arte e vita.<br />
“Oggi c’è molta diffidenza nei confronti della fotografia, si parla di diritto all’immagine. La gente non ha più voglia di essere fotografata.” – spiega il fotografo in francese, sua lingua d’adozione, durante la conferenza stampa della mostra <em>William Klein, Roma – Fotografie 1956-1960</em> – “Si ripropone una situazione simile a quella di un tempo, quando viaggiando in Africa il fotografo aveva a che fare con la gente del posto che temeva che, attraverso la fotografia, gli si rubasse l’anima. A Roma, in quegli anni, invece, ricordo l’atteggiamento naïf delle persone e, soprattutto, molto accogliente e affettuoso. Un atteggiamento vitale che ho riscontrato in tutte le situazioni che mi sono trovato a fotografare: matrimoni, feste di famiglia, comunioni&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/william_klein-fabiani.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8464" title="william_klein-fabiani" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/william_klein-fabiani.jpg" alt="william_klein-fabiani" width="152" height="200" /></a>Il racconto fotografico si snoda negli ambienti dei Mercati di Traiano, che già in passato hanno ospitato grandi nomi della fotografia, tra cui Josef Koudelka e Don McCullin, attraverso le immagini in bianco e nero stampate su grandi pannelli. Il fascino del vintage, certamente, si perde, ma in fondo l’allestimento ha una sua ragione d’essere, in considerazione dei dichiarati rapporti tra l’autore e il mondo pubblicitario.<br />
Klein è un giovane fotografo quando, nel ’56, arriva nella Città Eterna. “Per me la Roma degli anni Cinquanta era molto più intrigante della Swinging London”, afferma.<br />
A diciott’anni aveva lasciato New York per Parigi: “Ho cominciato come pittore, ero appena uscito dallo studio di Léger e vivevo questa dimensione immaginaria, ma anche fortemente ambiziosa di partecipare ad una comunità di una Parigi virtuale, immaginaria. Mi ero trasferito a Parigi con l’idea di applicarmi completamente alla pittura, cosa che ho fatto. Andavo a La Cupole con gli altri artisti, e mi capitava di battere affettuosamente sulla spalla di Picasso o Giacometti. In quel periodo la fotografia, per me, era un linguaggio artistico secondario, perché era troppo legata all’esperienza reale. Quando ho cominciato a fotografare la mia ambizione era trasferire nella fotografia tutto quello che ritenevo importante della pittura, quindi la composizione e la messa in scena di un quadro.”.<br />
Durante il lungo soggiorno, in cui Klein fu preso per mano nelle sue passeggiate romane da chaperon d’eccenzione &#8211; da Pier Paolo Pasolini a Alberto Moravia, Ennio Flaiano,  Giangicomo Feltrinelli -  il personaggio chiave fu Federico Fellini, più volte ritratto dal fotografo. In una delle immagini, datata 1960, il regista è in piedi, accanto alla modella Simone che indossa un cappotto di Simonetta, davanti ad un grande manifesto de La Dolce Vita.<br />
Fu proprio Fellini, incontrato tutt’altro che casualmente a Parigi, ad invitare Klein a Roma per lavorare con lui come assistente alle riprese del film Le notti di Cabiria.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle pagine del libro Roma + Klein, edito da Contrasto, è lo stesso autore a ripercorrere la storia: “Il film subì un ritardo. Cosa fare? Restare e aspettare l’inizio delle riprese o tornare a Parigi? Siccome l’attesa poteva durare anche due mesi, decisi di restare e, perché no, catturare delle immagini di Roma e realizzare un libro. Ne avevo già completato uno su New York, ma si trattava della mia città natale e il libro era una specie di autobiografia. Come potevo dare un senso fotografico a una città che conoscevo appena e dove parlavo a stento la lingua? Ma questo è il problema della fotografia in generale. Avevo voglia di fare un tentativo – dopotutto la New York in cui ero cresciuto era per un terzo italiana e a scuola bazzicavo con i ragazzini italiani con cui mi scambiavo dei gran vaffanculo tutto il giorno. Inoltre, ben presto scoprii che davanti alla macchina fotografica i romani avevano un atteggiamento molto simile a quello dei newyorkesi: tutti pensavano di meritare di essere immortalati, di poter essere degni protagonisti di una fotografia.”.</p>
<p>©CultFrame 04/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />IMMAGINI</span><br />
1 ©William Klein. Ostia, 1957. Stampa fotografica ai sali d’argento<br />
2 ©William Klein. Foro Romano, Dorothy Mc Gowan in un abito di Fabiani, 1957. Stampa fotografica ai sali d’argento</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 14 aprile al 25 luglio 2010<br />
Mercati di Traiano &#8211; Museo dei Fori Imperiali / Via IV Novembre 94, Roma / Telefono 060608<br />
Orario: martedì – domenica 9.00 – 19.00 / chiuso lunedì<br />
Biglietto: intero €  8,00 / ridotto €  6,00<br />
Organizzazione: Zètema Progetto Cultura / Quaderno: Contrasto Due</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><a href="http://www.cultframe.com/2002/04/un-americano-a-parigi-incontro-con-william-klein/"><br />
</a><strong><a href="http://www.cultframe.com/2002/04/un-americano-a-parigi-incontro-con-william-klein/">CULTFRAME. Un americano a Parigi. Incontro con William Klein</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2002/04/parigi-klein-mostra-william-klein/">CULTFRAME. Parigi+Klein. Mostra di William Klein</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2003/11/italia-ritratto-di-paese-in-fotografia-libro-giovanna-calvenzi/">CULTFRAME. Italia. Ritratto di un Paese in sessant’anni di fotografia. Un libro a cura di Giovanna Calvenzi</a><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2003/06/contacts-i-grandi-fotografi-raccontano-le-proprie-immagini/">CULTFRAME. Contacts. I grandi fotografi raccontano le proprie immagini</a></strong><br />
<a href="http://www.mercatiditraiano.it/" target="_blank">Mercati di Traiano, Roma</a><br />
<a href="http://www.contrasto.it/" target="_blank">Contrasto</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Donna: Avanguardia femminista negli anni ’70 &#8211; dalla Sammlung Verbund di Vienna. Una mostra a Roma</title>
		<link>http://www.cultframe.com/2010/03/avanguardia-femminista-anni-70-mostra/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 17:27:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[eventi e mostre]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Mendieta]]></category>
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		<category><![CDATA[Helena Almeida]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[mostra fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte contemporanea]]></category>
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		<category><![CDATA[Valie Export]]></category>
		<category><![CDATA[videoarte]]></category>

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		<description><![CDATA[Una delle domande che ciclicamente ci si pone nel mondo della fotografia è la seguente: esiste uno sguardo fotografico femminile? E ancora: ammesso che tale sguardo esista, quali sono le sue caratteristiche espressive?
Rispondere non è operazione semplice, anche se chi scrive propende da sempre per un’interpretazione della creatività artistica internazionale, scevra da impostazioni “sessiste” e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/donna-cindy_sherman.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8177" title="donna-cindy_sherman" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/donna-cindy_sherman.jpg" alt="donna-cindy_sherman" width="200" height="159" /></a>Una delle domande che ciclicamente ci si pone nel mondo della fotografia è la seguente: esiste uno sguardo fotografico femminile? E ancora: ammesso che tale sguardo esista, quali sono le sue caratteristiche espressive?<br />
Rispondere non è operazione semplice, anche se chi scrive propende da sempre per un’interpretazione della creatività artistica internazionale, scevra da impostazioni “sessiste” e semplificatorie. Forse sarebbe più opportuno parlare di sguardi soggettivi e di istanze collettive che attraverso singole individualità, cifre stilistiche e poetiche ben definite riescono a essere comunicate alla critica, al pubblico e agli appassionati.<br />
Se invece si sostituisce l’aggettivo “femminile” con “femminista”, si compie un’operazione di messa a fuoco culturale che toglie di mezzo ogni tendenza alla separazione degli sguardi per far emergere l’essenza di un “movimento” (non sempre organico) che in una fase storica della società occidentale ha radicalmente cambiato la natura dello sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">La presenza delle istanze femministe nella fotografia degli anni settanta ha avuto una funzione catartica, rivoluzionaria e di propulsione delle idee e, soprattutto, ha fornito al mondo femminile un utile strumento per l’analisi del proprio ruolo nella società di quegli anni. A ciò si aggiunge il fatto che la fotografia e la videoarte femministe hanno consentito ai due dispositivi in questione di compiere un balzo in avanti anche sotto il profilo della lingua audiovisiva, nel suo complesso. È stata, insomma, una liberazione delle idee, in primo luogo, e anche, per certi versi, delle modalità espressive che tendevano a essere marmorizzate in una sorta di iterazione del linguaggio e dei temi, iterazione che rappresentava di fatto una zavorra da cui ci si doveva necessariamente sbarazzare.<br />
Alla luce di quanto sopra affermato, la mostra allestita presso la Galleria Nazionale D’Arte Moderna di Roma, intitolata <em>Donna: Avanguardia femminista degli anni 70 – dalla Sammlung Verbund di Vienna</em>, appare come una significativa apertura verso una realtà creativa che tutt’ora appare moderna e capace di comunicare elementi di cambiamento ancora decisamente utili alla riflessione, in special modo nel panorama sociale e artistico italiano, caratterizzato da una tendenza conservativa opprimente.<br />
Duecento sono le opere in mostra e diciassette le artiste presenti con le loro creazioni all’interno del percorso espositivo. Un numero di lavori ingente, dunque, che è stato collocato negli spazi della Galleria Nazionale D’Arte Moderna con estrema attenzione e senso della progressione artistico/culturale dei linguaggi e degli stili dai responsabili della cura: Gabriele Schor e Angelandreina Rorro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/donna-valie_export.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8179" title="donna-valie_export" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/donna-valie_export.jpg" alt="donna-valie_export" width="144" height="200" /></a>Diversi i nomi già molto noti in esposizione, a cominciare da <a href="http://www.cultframe.com/2001/01/francesca-woodman-fotografie/">Francesca Woodman</a>, ormai divenuta una sorta di “mito” del panorama fotografico mondiale (ma che in questo caso è stata fortunatamente smitizzata e ricollocata anche storicamente), a <a href="http://www.cultframe.com/2003/02/sherman/">Cindy Sherman</a>, artista visuale, tra le più importanti in attività, maestra del travestimento e capace di articolare un discorso espressivo sulla questione dell’identità in maniera sempre  pregnante.<br />
E poi un’artista del calibro della cubana Ana Mendieta, autrice di perfomance e opere visuali dal fortissimo impatto espressivo ed emotivo (storica è la sua perfomance del 1973 nella quale mise in scena uno stupro, lavorando sul concetto di corpo violato e abusato). La sua immagine del volto compresso contro una superficie trasparente, e dunque deformato, allude di nuovo alla manipolazione del corpo femminile e invita chi guarda a riflettere su tale questione.<br />
Riguardo il lavoro della videoartista e fotografa <a href="http://www.cultframe.com/2008/03/valie-export-intervista-con-lartista-austriaca/">VALIE EXPORT</a>, viene proposto il suo lavoro sul corpo, sulla rapacità dello sguardo maschile e sul ribaltamento della visione/uso della sessualità femminile. L’artista austriaca, nella perfomance denominata <em>Aktionshose:Genitalpanik</em> (Action Pants: Genital Panic), si recò in un cinema porno di Monaco di Baviera con pantaloni tagliati all’altezza degli organi genitali e con mano un’arma da fuoco che puntava contro gli spettatori presenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/donna-helena_almeida.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8180" title="donna-helena_almeida" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/donna-helena_almeida.jpg" alt="donna-helena_almeida" width="137" height="200" /></a>La fotografa portoghese Helena Almeida si concentra invece sulla questione delle forme e delle linee e della comunicazione visuale come contrapposizione di elementi. Una mano si poggia delicatamente sulla struttura rigida e articolata di un cancello di ferro, una sorta di “ossimoro visivo”, di sovrapposizione non estetizzante ma sostanziale di essenze diverse.<br />
<em>Donna: Avanguardia femminista degli anni 70 – dalla Sammlung Verbund di Vienna</em> è una mostra che non rispecchia solo la storicizzazione del rapporto tra femminismo e fotografia. Intende invece attualizzare in maniera inequivocabile la forza “anti-sistema” di un’istanza di riappropriazione dell’immagine femminile che deve essere riaffermata con determinazione proprio in questo primo scorcio di terzo millennio.<br />
La questione non è retrò, o vetero-femminista, è invece fortemente legata alla pressoché totale assenza di critica contemporanea sulla condizione sociale delle donne. E in tal senso, le artiste ospitate presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna non mostrano uno sguardo/tocco femminile quanto piuttosto una via densa di sostanza riguardante il tema della creatività e dell’impegno del “fare arte”, inteso come “luogo” della messa a fuoco della condizione umana, femminile e maschile.</p>
<p>©CultFrame 03/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Cindy Sherman. Untitled Film Still # 17, 1978. B&amp;W photograph. © Cindy Sherman / Sammlung Verbund, Vienna<br />
2 Valie Export. Aktionshose: Genitalpanik / Action Pants: Genital Panic, 1969. Silkscreen on paper. Photo: Peter Hassmann. © VBK, Vienna, 2009 / Sammlung Verbund, Vienna<br />
3 Helena Almeida, Work- 32 (Entreda 1), 1977. Silver gelatin print. © Helena Almeida / Sammlung Verbund, Vienna</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 19 febbraio al 16 maggio 2010<br />
Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea / Viale delle Belle Arti 131, Roma / Ingresso per disabili: via Gramsci 73 / Telefono: 06.32298221<br />
Orario: martedì &#8211; domenica 8.30 &#8211; 19.30 / chiuso lunedì<br />
Biglietti: intero 10 euro / ridotto 8 euro<br />
Catalogo: Electa</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.gnam.beniculturali.it/" target="_blank">Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Roma</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Last Hours of Ancient Sunlight. Mostra di Ursula Mayer</title>
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		<pubDate>Mon, 01 Mar 2010 12:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[segnalazioni arte]]></category>
		<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[artiste austriache]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>
		<category><![CDATA[Ursula Mayer]]></category>
		<category><![CDATA[videoarte]]></category>

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		<description><![CDATA[A distanza di tre anni dalla sua prima apparizione in Italia negli spazi di Monitor nel 2007, la galleria è ora lieta di presentare la seconda personale di Ursula Mayer.
La più recente ricerca filmica della Mayer decostruisce letteralmente gli elementi della narrazione cinematografica: i numerosi flashback che interrompono i suoi film rivelano la natura a-narrativa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/ursula_mayer-last_hours_of_ancient_sunlight.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8202" title="ursula_mayer-last_hours_of_ancient_sunlight" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/ursula_mayer-last_hours_of_ancient_sunlight.jpg" alt="ursula_mayer-last_hours_of_ancient_sunlight" width="200" height="73" /></a>A distanza di tre anni dalla sua prima apparizione in Italia negli spazi di Monitor nel 2007, la galleria è ora lieta di presentare la seconda personale di Ursula Mayer.<br />
La più recente ricerca filmica della Mayer decostruisce letteralmente gli elementi della narrazione cinematografica: i numerosi flashback che interrompono i suoi film rivelano la natura a-narrativa dei lavori, mettendo in discussione la convenzione cinematografica di una linearità temporale.<br />
Nella sua ultima doppia installazione 16mm dall’ affascinante titolo <em>Last Hours of Ancient Sunlight</em> un bassorilievo di età classica raffigurante il mito di Medea rappresenta per un gruppo di attori il punto di partenza di una performance che traspone l’immobilità archetipa del fregio nel gioco di un antico rituale con richiami che vanno dall’avanguardia alla danza contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">A differenza dei precedenti film della Mayer, in cui figure misteriose sospese in una cornice senza tempo coesistevano in momenti differenti senza mai incontrarsi, quest’ultima opera sembra suggerire una possibile sincronicità di tempo e storia.<br />
Qui la collusione tra l’identità certa del film e della storia di finzione rinforza lo spazio artificiale del cinema amplificandone la costruzione autoanalitica e l’interruzione cronologia della struttura filmica.<br />
Insieme a <em>Last Hours of Ancient Sunlight</em>, Ursula Mayer presenta un nuovo corpo di lavori inediti realizzati appositamente per la personale romana: materiali preziosi quali marmo, oro, bronzo vengono usati dall’artista per le loro proprietà estetiche e per il loro valore intrinseco divenendo così chiave di lettura per questioni più complesse quali i riferimenti culturali ed economici ad essi riferiti.  Queste sculture dalle forme delicate e amorfe, che suggeriscono da una parte il sapore del reperto archeologico, dall’altro il riferimento al design modernista, si affiancano ad un piccolo film inedito della Mayer, realizzato durante la sua permanenza a Roma, in cui in una proiezione in 16mm si intreccia una successione di immagini monocrome di marmi colorati trovati in vari luoghi della capitale ed appartenenti all’età imperiale, simbolo allo stesso tempo di lusso, bellezza e potere.</p>
<p>CultFrame 03/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />IMMAGINE</span><br />
©Ursula Mayer. Last Hours of Ancient Sunlight, 2009. Doppia proiezione in 16mm. Courtesy l&#8217;Artista e Monitor, Roma</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 25 febbraio al 31 marzo 2010<br />
Monitor, Via Sforza Cesarini 43a-44, Roma / Telefono: 06.39378024  / monitor@monitoronline.org<br />
Orario: martedì – sabato 13.00 – 19.00</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.ursulamayer.com/" target="_blank">Il sito di Ursula Mayer</a><br />
<a href="http://www.monitoronline.org/" target="_blank">Monitor, Roma</a></p>
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		<item>
		<title>Biographical Landscape. Fotografie di Stephen Shore 1969-1979</title>
		<link>http://www.cultframe.com/2010/02/biographical-landscape-fotografie-stephen-shore/</link>
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		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 22:36:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[eventi e mostre]]></category>
		<category><![CDATA[fotografi americani]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[mostre fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>
		<category><![CDATA[Stephen Shore]]></category>

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		<description><![CDATA[Cosa vuol dire guardare la realtà attraverso il filtro tecnologico della macchina fotografica? Quale azione compie il fotografo quando si relaziona al mondo circostante? Le risposte a queste domande sono contenute nel lavoro di Stephen Shore, autore che in maniera inequivocabile chiarisce la funzione del fotografo nel panorama creativo contemporaneo.
La scelta di Shore è quella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stephen_shore-california_177.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8121" title="stephen_shore-california_177" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stephen_shore-california_177.jpg" alt="stephen_shore-california_177" width="200" height="159" /></a>Cosa vuol dire guardare la realtà attraverso il filtro tecnologico della macchina fotografica? Quale azione compie il fotografo quando si relaziona al mondo circostante? Le risposte a queste domande sono contenute nel lavoro di Stephen Shore, autore che in maniera inequivocabile chiarisce la funzione del fotografo nel panorama creativo contemporaneo.<br />
La scelta di Shore è quella di posizionarsi di fronte al presunto reale cercando di cogliere quanto di ineffabile e straniante esiste nella realtà umana, in particolar modo nord-americana. Che diriga il dispositivo fotografico verso un grande incrocio stradale o all’interno di una stanza di un’abitazione (o di un albergo), la sua impostazione non cambia. L’aspetto fondamentale della sua ricerca fotografica è semplicemente quello della registrazione formalmente asettica del mondo. Non certo di un mondo “alternativo” e/o “particolare”. La sua attenzione è, infatti, chiamata in causa dall’ovvio e dal normale, dal contesto architettonico/ambientale, umano e sociale senza che la sua azione esprima in maniera spudoratamente “ideologica” una critica nei riguardi del mondo (critica pur presente). Shore registra i luoghi e gli spazi, seziona (come un chirurgo/entomologo) l’organizzazione della società (ma anche i suoi risvolti intimi) per costruire un catalogo del “vivere straniante e straniato”.<br />
La sensazione che si prova davanti a una sua opera è quella di smarrimento di punti di riferimento. Il lavoro che svolge sui segni sembra non portare in alcuna direzione, anzi evidenzia una sorta di non senso che diviene rovescio della medaglia dell’assenza. Macchine parcheggiate, strade deserte, incroci anonimi, insegne, locali vuoti. Il panorama che viene fuori dalla sua opera di catalogazione è desolato e desolante, e l’evanescente presenza umana, evidenziata dalla collocazione nello spazio di segni, allude al tema centrale della sua opera: l’assenza.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stephen_shore-fifth_street_broadway.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8122" title="stephen_shore-fifth_street_broadway" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stephen_shore-fifth_street_broadway.jpg" alt="stephen_shore-fifth_street_broadway" width="400" height="324" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In tal senso, la mostra allestita presso il Museo di Roma in Trastevere, intitolata Biographical Landscape, appare un contributo intellettuale e culturale emblematico che intende riproporre le tematiche sopra elencate in una prospettiva di tipo concettuale che fa di Shore uno dei maggiori fotografi dell’era contemporanea.<br />
L’esposizione è incentrata su centosessantaquattro immagini, tra opere di grande formato e minuscole “cartoline” che vanno a comporre un mosaico di rara complessità e di limpido rigore espressivo.<br />
Nei suoi scatti non c’è alcuna tendenza estetizzante (esiste però un’estetica della percezione, cioè il sentimento del vedere), né una sterile tensione compositiva; e neanche una poetica urlata e strategicamente organizzata per lanciare messaggi. Shore si muove nella realtà come una sorta di artista-macchina, di raccoglitore gelido di segni dell’alienazione.<br />
La mostra romana (che rappresenta l’ennesima tappa di un lungo itinerario internazionale) è tripartita in sezioni. Nella prima si avverte il forte legame con la Pop Art e l’influenza che la frequentazione della Factory di Andy Warhol ha avuto sul suo percorso espressivo. La seconda è quella nella quale sono messe insieme fotografie effettuate nel triennio ‘74-‘76, quello in cui il connubio tra stile e poetica diviene fortissimo, e allo stesso tempo leggibile a livello critico. La terza, legata alla produzione successiva al 1976, rappresenta una sorta di radicalizzazione espressiva che permette al suo sguardo di depurarsi ulteriormente e di raggiungere un’ulteriore apertura verso una visione che amplifica lo stordimento provocato dalla normalità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stephen_shore-room_316.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8123" title="stephen_shore-room_316" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stephen_shore-room_316.jpg" alt="stephen_shore-room_316" width="200" height="158" /></a>Stephen Shore, fattore non sempre evidenziato, può essere considerato senza dubbio uno dei più intelligenti costruttori dello sguardo americano, insieme ad altri autentici compagni di strada come il fotografo <a href="http://www.cultframe.com/2009/05/democratic-camera-photography-video-mostra-william-eggleston/">William Eggleston</a>, il cineasta <a href="http://www.cultframe.com/2003/10/elephant-un-film-di-gus-van-sant/">Gus Van Sant</a> e il pittore/fotografo/regista <a href="http://www.cultframe.com/2007/02/inland-empire-film-david-lynch/">David Lynch</a>. Ma non è da escludere anche una sua influenza concreta nell’opera visuale di Wim Wenders.<br />
Ancora oggi, le opere di Shore rappresentano un’autentica lezione di compostezza dello sguardo. I suoi paesaggi, le vedute naturalistiche, gli scorci, sembrano analizzabili con totale leggerezza. In verità, ogni suo scatto nasconde un mistero insondabile, uno scarto, una deriva che ha a che fare proprio con la presunta ovvietà della sue inquadrature che invece risultano quasi non classificabili.<br />
L’assenza e lo squallore della vita quotidiana si fondono nei suoi lavori dedicati agli spazi interni. In questo caso, la sua poetica sembra assumere una connotazione più precisamente identificabile (i televisori, le stanze quasi plastificate, i segni del consumismo). Così, quando il suo sguardo/macchina si sposta sui dettagli del vivere consumistico/capitalistico (un frigorifero pieno, una stazione di servizio, una piscina) si ha l’impressione di una progressiva e spietata messa a fuoco della condizione umana, tutta chiusa nella tragedia impossibile di cancellare il nulla attraverso una proliferazione di simboli e segni che non riescono in nessun caso a riempire l’abisso del non senso.</p>
<p>©CultFrame 02/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Stephen Shore. California 177, Desert Center, December 8, 1976<br />
2 Stephen Shore. Fifth Street and Broadway, Eureka, California, September 2, 1974<br />
3 Stephen Shore. Room 316, Howard Johnson’s, Battle Creek, Michigan, July 6, 1973</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 26 febbraio al 25 aprile 2010<br />
Museo di Roma in Trastevere, Piazza S. Egidio 1B / info: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00)<br />
Orario: martedì &#8211; domenica 10.00 &#8211; 20.00 (la biglietteria chiude un&#8217;ora prima)<br />
Biglietto: intero 5.50 euro / ridotto 4 euro<br />
A cura di Stephan Schmidt-Wulffen</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.museodiromaintrastevere.it/" target="_blank">Museo di Roma in Trastevere</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Scarti della Ragione. Il cannibalismo dello sguardo nella fotografia di Sandro Peracchio</title>
		<link>http://www.cultframe.com/2010/02/scarti-della-ragione-mostra-sandro-peracchio/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Feb 2010 13:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Alberto Abate</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[eventi e mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Abate]]></category>
		<category><![CDATA[fotografi italiani]]></category>
		<category><![CDATA[mostre fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>
		<category><![CDATA[Sandro Peracchio]]></category>

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		<description><![CDATA[Bataille nel suo libro “Critica dell’occhio” scrive che non vi è nulla, nel corpo degli uomini e degli animali, di più seduttivo dell’occhio ma al contempo questa “seduzione estrema è probabilmente al limite dell’orrore”. Nell’occhio, quindi, orrore e seduzione convivono, un’inquietante prossimità che nasce, forse, dalla sua stessa fisiologia. L’occhio è liquido e solido insieme, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-vita-omaggio_floreale.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8018" title="sandro_peracchio-vita-omaggio_floreale" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-vita-omaggio_floreale.jpg" alt="sandro_peracchio-vita-omaggio_floreale" width="200" height="117" /></a>Bataille nel suo libro “Critica dell’occhio” scrive che non vi è nulla, nel corpo degli uomini e degli animali, di più seduttivo dell’occhio ma al contempo questa “seduzione estrema è probabilmente al limite dell’orrore”. Nell’occhio, quindi, orrore e seduzione convivono, un’inquietante prossimità che nasce, forse, dalla sua stessa fisiologia. L’occhio è liquido e solido insieme, è trasparente e opaco allo stesso tempo; è uno specchio oscuro dietro il quale si nasconde l’ombra della ragione e della follia che dal suo fondo scrutano il mondo. Lo scrutano, secondo Bataille, con una “golosità cannibale”. Con l’avvento della fotografia, la voracità dello sguardo si moltiplica e si raffina. Se l’occhio umano può distrarsi dalla visione e vagare nel vuoto delle <em>rèverie </em>interiori, l’occhio fotografico non può sottrarsi, deve assolutizzare il suo rapporto con il mondo e sisificamente pietrificarlo nel cerchio magico dell’immagine. Questo sguardo che in quello che vede vuole coglierne la profondità e vuole ridurre il margine di visione che all’occhio umano si nasconde, lo troviamo nelle fotografie di Sandro Peracchio.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-peccati_di_gola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8020" title="sandro_peracchio-peccati_di_gola" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-peccati_di_gola.jpg" alt="sandro_peracchio-peccati_di_gola" width="200" height="200" /></a>Le sue fotografie sono il prodotto d’una consustanziazione dello sguardo trasformato in immagine. Poiché l’immagine è l’alimento eucaristico dello sguardo. Il cannibalismo goloso della visione nelle fotografie di Sandro Peracchio è sottointeso dagli stessi soggetti rappresentati, quasi tutti derivano dal mondo alimentare (tranci e quarti di carne, ortaggi, torsoli di mele, bucce d’arancia ecc.), una foto, infatti, è pertinentemente intitolata “Peccato di gola”. Insomma, Peracchio pone un’equivalenza metaforica tra i soggetti delle sue foto e la golosità del suo sguardo. A. Hitchcock ha spesso asserito, dichiarando la sua poetica, con sulfurea ironia, che: “Certi registi filmano dei “pezzi di vita” (tranches de vie), io invece filmo dei “pezzi di torta” (tranches de gateau)”. Ma entrambi i soggetti -sia quelli di Peracchio sia quelli di Hitchcock -, pur nell’evidenza della loro fisicità vogliono condurre a qualcos’altro, sono investiti d’una funzione che trascende la materia di cui sono fatti. Il problema che Peracchio pone è: la cosa rappresentata (il quarto di bue), è solo immagine della cosa, oppure attraverso lo sguardo è immagine del pensiero e quindi, l’oggetto che vediamo è un oggetto reale o un oggetto della nostra mente? Dice Jean Clair: ”Riflettere significa, come l’equivalente francese re-garder nel campo visivo, operare una torsione, una flessione del pensiero, manifestare un’esitazione, un arresto, tornare indietro, rivolgersi su di sé per pensare qualcosa che non era stato ancora pensato. Ciò comporta un secondo livello di pensiero che punta all’inconscio”. Allora, di cosa trattano i soggetti fotografici di Peracchio, credo si possa dire con Jean Clair, che provengono dall’inconscio come scarti, come trucioli di legno che si perdono da una trave piallata, ma che sono ri-guardati dalla Ragione. Gli scarti, la Ragione non solo li ri-vede ma ri-vedendoli, ri-guardandoli, li guarda con ri-guardo, li rende esemplari. L’opera d’arte è il prodotto di questo sguardo riguardoso, di questo sguardo che considera la cosa, la ritaglia dal mondo circostante e la ridefinisce, la ri-vivifica e la ri-significa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-cervello_nella_vasca.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8016" title="sandro_peracchio-cervello_nella_vasca" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-cervello_nella_vasca.jpg" alt="sandro_peracchio-cervello_nella_vasca" width="150" height="200" /></a>In una foto dal titolo impietoso “Il cervello nella vasca” S. Peracchio ci racconta qualcosa che attiene all’occhio. Nella foto si osserva un pezzo di carne di bue immersa nell’acqua di un vaso trasparente. Questa trasparenza è la stessa dell’occhio che lascia vedere cosa nasconde la sua interiorità e nell’interiorità vediamo la cosa che si occulta; nel suo nascondimento ci svela il fascino e l’orrore della carne sorpresa nuda, priva della maschera della pelle. In altri due scatti, il tema della carne è rappresentato con tutta la sua evidenza, in tutta la sua crudele crudità.  L’oggettività dell’immagine ci ricorda W. Burroghs nel libro “Pasto nudo” quando scriveva di quell’attimo congelato quando ognuno vede cosa c’è sulla punta d’una forchetta”. Nella fotografia chiamata “Vita”, la carne rossa appare trafitta da una lama blu nel modo più asettico, è un coltello che recide le fibre muscolari ma è come se fosse un taglio chirurgico che incide il cervello. Questa fotografia con la sua oggettività a-emozionale potrebbe rievocare un quadro di Fontana, ma credo che per la drammaticità sacrificale della sua materia rievoca più compiutamente, forse, l’opera di Burri.</p>
<p style="text-align: justify;">In un&#8217;altra serie, Peracchio pone come protagonisti una mela e un giornale spiegazzato, sono anch’essi scarti del quotidiano, ripescati dalla scatola della spazzatura, pazientemente ripuliti e resi asettici, pronti a significare qualcosa che non appartiene alla loro natura originaria. In “Nero prima della conoscenza”, compare una mela con inciso un buco nero, un buco che ha la forza drammatica d’un urlo che proviene da luoghi la cui oscurità ha radici al di fuori della memoria umana –lo spazio e il tempo edenico-, come “L’urlo” di Munch.<br />
La successione delle altre fotografie, racconta lo scontro tra la forma tridimensionale della mela e la bidimensionalità del giornale, come il conflitto che la vita stessa deve subire per poter nascere.<br />
In “Dominio”, il contrasto viene ironicamente risolto, il giornale accartocciato è posto all’interno del buco inciso nella mela ed ecco un’immagine che  presuppone un quadro simbolico, dove la mela sferica, emblema dell’assoluto, ingoia il relativo, mentre il giornale è  simbolo della precarietà del quotidiano legato a quella porzione di tempo che noi chiamiamo giorno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-dolore.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8017" title="sandro_peracchio-dolore" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sandro_peracchio-dolore.jpg" alt="sandro_peracchio-dolore" width="143" height="200" /></a>In una serie di sette scatti, Peracchio sviluppa il suo procedimento creativo; allinea con pazienza, foto per foto, scarti alimentari, scorze di finocchio, bucce di arance, torsoli di mela, creando composizioni ordinate secondo valori numerici, ognuna di loro contiene ventiquattro frammenti, (allusione al doppio cerchio simbolo dell’infinito) ad esclusione di “Eccezione” che ne conta trenta. All’elemento numerico si accompagna l’elemento cromatico, dal bianco dei finocchi, all’arancione delle bucce d’arancio, al rosso di “Tauromachia”. Le funzioni cromatiche e numeriche organizzano gli scarti in un mondo ordinato; provenendo anch’essi dal Caos – come la mela del “Nero prima della conoscenza”- adombrano a un ordine, a un Cosmos e non casualmente, una di queste fotografie porta il titolo “Adombrati”.<br />
La Ragione seleziona gli scarti, geometrizza lo spazio quadrangolando le composizioni e inaugura un nuovo modello di classicità e di bellezza che, come dice J. Winckelmann, è sempre il prodotto dell’Intelletto.<br />
Una sola, nell’insieme delle fotografie di Sandro Peracchio, fa storia a sé, “Complice l’amore-tenerezza”, ed è il ritratto di una mano, elegantemente guantata che stringe fra le dita una rosa bianca. Qui, l’erotismo e il nascondimento &#8211; il guanto è la maschera della mano – sono i sottili protagonisti. La mano nascosta cinge l’incarnazione della bellezza, il fiore simbolo della femminilità generatrice di vita, che al tempo stesso è la forma labirintica che procede….. verso la morte.</p>
<p>Testo di Alberto Abate<br />
Per gentile concessione della Galleria Luxardo</p>
<p>CultFrame 02/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Sandro Peracchio. Vita (Omaggio floreale)<br />
2 Sandro Peracchio. Peccati di gola<br />
3 Sandro Peracchio. Cervello nella vasca<br />
4 Sandro Peracchio. Dolore</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dall’8 febbraio al 6 marzo 2010<br />
Galleria Luxardo, Via Tor di Nona 39, Roma / Telefono: 0668309555<br />
Ingresso libero</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.gallerialuxardo.com/" target="_blank">Galleria Luxardo, Roma</a></p>
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