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	<title>CultFrame - Arti visive &#187; ARTE CONTEMPORANEA</title>
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		<title>12a Biennale Architettura di Venezia. Arsenale</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Sep 2010 11:00:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diana Marrone</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
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		<category><![CDATA[biennale architettura]]></category>
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		<description><![CDATA[La prima Biennale Architettura firmata da un giapponese, la prima biennale firmata da una donna, per giunta una progettista e non una storica. Quante novità per la Biennale di Kazujo Sejima (SANAA Architects) che ha persino istituito un leone alla memoria (andato al suo maestro, Kazuo Shinohara). Grosse novità introdotte anche dal lavoro della Fondazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kersten_geers-david_van_severen-bas_princen-7_rooms_21_perpectives.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9067" title="kersten_geers-david_van_severen-bas_princen-7_rooms_21_perpectives" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kersten_geers-david_van_severen-bas_princen-7_rooms_21_perpectives.jpg" alt="kersten_geers-david_van_severen-bas_princen-7_rooms_21_perpectives" width="300" height="225" /></a>La prima Biennale Architettura firmata da un giapponese, la prima biennale firmata da una donna, per giunta una progettista e non una storica. Quante novità per la Biennale di Kazujo Sejima (SANAA Architects) che ha persino istituito un leone alla memoria (andato al suo maestro, Kazuo Shinohara). Grosse novità introdotte anche dal lavoro della Fondazione La Biennale di Venezia che ha riconquistato spazi aperti tutto l’anno come la rinnovata sua sede ora aperta al pubblico e non solo destinata agli uffici. Si tratta di Ca’ Giustinian a pochi passi da San Marco (nei pressi di San Zaccaria): grandi spazi espositivi e un invidiabile bar ristorante con vista laguna; poi della Biblioteca al Palazzo delle Esposizioni (Giardini) e di una partnership con le università per far diventare la visita alla Biennale un’esperienza curriculare con workshop e conferenze (oltre 34 gli atenei di tutte le nazioni ad aver già stipulato convenzioni al lancio dell’iniziativa).</p>
<p style="text-align: justify;">L’Arsenale trasfigurato &#8211; riletto con cura e sapienza da Sejima e frammentato in modo tale da dedicare sale a ciascun artista od architetto selezionato – ospita per la prima volta il padiglione del Regno del Bahrein. Intitolato <em>Reclaim</em> e premiato con il Leone D’Oro per la migliore partecipazione nazionale (due anni fa andò alla Polonia), è il miglior modo di rispondere al tema lanciato da Sejima: <em>People Meet in Architecture</em>. Nonostante il Regno potesse presentare straordinarie architetture contemporanee, come ha detto il loro Ministro della Cultura, si è deciso di parlare di un fenomeno dal basso: un’architettura transitoria per sostare lungo il mare della capitale, per difendere una terra dalla speculazione edilizia.<br />
Fanno bella mostra alle Artiglierie alcune palafitte abitabili e trasportabili: schemi della sosta e dell’adagio dalla lapalissiana funzione, sono adottate sia da giovanissimi che da anziani nel loro paese per godere del mare e per goderne tutti, ricchi o poveri. Nei giorni della vernice erano affollatissime di curiosi visitatori che scoprivano il Bahrein dalle parole dei mediatori che raccontavano come l’utilizzo della linea di costa si stesse evolvendo e come i cittadini avessero modo di entrare nel dibattito autorevole in corso. Winy Mass (MVRDV), invitato ad una conferenza al padiglione danese ai Giardini, ha detto, e ci associamo, che questa Biennale è straordinaria per tanti motivi. Per la prima volta è leggibile, minimale e chiara. E ogni padiglione è concepito per permettere un vero viaggio nei paesi oggetto di mostra.<br />
Alle Corderie un leone d’oro come miglior progetto (<em>a Study for Chateau la Coste</em> del giapponese junya.ishigami+associates).<br />
Poco distante da esso, una delle menzioni speciali, uno straordinario esempio di cosa può essere la camera delle meraviglie per un architetto: la sua utensileria, i suoi esercizi di stile e di carichi strutturali anche nell’epoca di CAD, per trovare tra le proprie mani la forma di un edificio o il guizzo creativo per l’arredo giusto.<br />
Si tratta della grande sala di Mumbai Studio che ha esposto <em>Work Place</em>: un’accumulazione pressoché infinita di oggetti e plastici in legno (studiatissima, fino al cesello delle pendenze a cui sottoporre una trave di legno adagiata in bilico su una catasta di vecchie casseformi, super fotografata durante la vernice). L’altra menzione speciale all’Arsenale è per i cinesi di Amateur Architects che hanno portato in mostra una costruzione archetipale cinese: una cupola fatta di assi di legno, ottenuta incrociando quattro assi secondo una ritmica costruttiva condivisa dalla popolazione. E’ una semplice tecnica che adoperano tutti in Cina, soprattutto i normali cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/olafur_eliasson-your_split_second_house.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9069" title="olafur_eliasson-your_split_second_house" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/olafur_eliasson-your_split_second_house.jpg" alt="olafur_eliasson-your_split_second_house" width="167" height="250" /></a>Artisti, architetti ed ingegneri: come dimostra un panel dedicato nel ricchissimo carnet di conferenze, per Sejima (e per Paolo Baratta) sono tutti sullo stesso piano: ugualmente intrigati dalla committenza, soprattutto quella sapiente e sana. Aggiungeremmo anche cineasti, visto che la curatrice ha invitato <a href="http://www.cultframe.com/2010/07/il-volo-cortometraggio-3d-wim-wenders/">Wim Wenders</a> per realizzare un film in 3D, senza fine, perché in loop e anche in eterno ritorno: dopo 12 minuti l’azione ritorna naturalmente al punto di partenza. Il film parla di come si vive all’interno del Rolex Art Centre, un’architettura curva e lineare al tempo stesso, come il film, firmata da SANAA, tutta incentrata sul suo utilizzo finale da parte degli utenti (ancora una volta, si tratta un’architettura della conoscenza e del sapere).<br />
Straordinaria l’opera di <a href="http://www.cultframe.com/2005/06/your-black-horizon-mostra-di-olafur-eliasson-51a-esposizione-internazionale-d%E2%80%99arte-di-venezia/">Olafur Eliasson</a> (<em>Your Split Second House</em>, 2010): quattro canne di gomma (come quelle per irrigare) pioventi dal soffitto e associate ad una luce stroboscopica. L’acqua cade, sgorgando in penombra dalle canne impazzite a volteggiare a causa della pressione: ci si avvicina rimestando nelle proprie sensazioni e accorgendosi di percepire l’acqua all’avvicinarsi anche se gli occhi ingannano a causa della strobo e della penombra.<br />
Subito dopo, <em>Forty Part Motet</em>, un’opera sonica di Janet Cardiff, prodotta dal Baltic: non è un’opera nuova, è la ricampionatura e spazializzazione di una sonata seicentesca (<em>lo Spem in Alium</em>, performata la prima volta al Salisbury Festival del 2001, lo stesso anno in cui Cardiff ha rappresentato il Canada alla Biennale Arte di Venezia, con un’altra opera sonica). L’artista lavora da sempre sul suono perché ad interessarla è l’effetto sculturale nelle città, negli ambienti costruiti (ecco perché Sejima l’ha invitata, mentre ha invitato Eliasson perché lavora sulla percezione). E’ incredibile l’effetto – ancora una volta ancestrale e prima di tutto percettivo poi architetturale e quindi culturale – che quest’opera produce alle Artiglierie. Una sonata per 40 casse da stereo. Un coro e gli strumenti, l’intera partitura divisa, sezionata, e ogni pezzo affidato ad una cassa. L’opera è riassemblata disponendo le casse nello spazio. Facendo però sì che l’audience si trovi al centro della scena e non viceversa, come accade nei concerti, dove nella buca o in platea ci sono gli orchestrali.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/wim_wenders-if_buildings_could_talk.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-9071" title="wim_wenders-if_buildings_could_talk" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/wim_wenders-if_buildings_could_talk.jpg" alt="wim_wenders-if_buildings_could_talk" width="300" height="210" /></a>E’ il giardino delle Tese alle Vergini che continua a sorprendere, sin dalla sua riconquista avvenuta con l’apertura due anni fa alla mostra di architettura. Menzione speciale ad un nuovo giardino di essenze, costruito dall’olandese Piet Oudolf. E’ anche qui che si trova il Leone d’Argento per giovani progettisti, il premio a nostro avviso più meritatamente attribuito dalla Giuria composta anche da Joseph Grima (il nuovo, giovanissimo e valente direttore editoriale dell’italiana Domus).<br />
Si tratta di <em>7 rooms 21 perspectives</em>, autori i belgi OFFICE Kersten Geers David Van Severen insieme con il grande fotografo olandese Bas Princen. Le piccole stanze delle monache sono state riempite da immagini di prospettive architettoniche e di straordinari paesaggi con la composizione eterea e sculturale di Princen. Solo foto, nient’altro. Per chi lo ricorda, Princen è l’autore del memorabile lavoro fotografico al Padiglione Belga della scorsa mostra veneziana. Fuori le stanze, un portico bianco di collegamento, fatto di sottilissimo acciaio intrecciato che si regge su altrettanto sottili colonne, più simili a stuzzicadenti che reggono un etereo vimini: questo Leone premia la maestria di ridurre all’osso il confine tra progetto, paesaggio e socialità. O di annidarlo nella pura percezione e immanenza: imperdibile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è tutto qui l’Arsenale (certo, al suo termine, vi è anche Ailati, il padiglione Italiano curato dal napoletano Luca Molinari) ma questa guida per punti di passaggio vuole essere un pranzo al sacco che vi lascia con molto appetito: è la Biennale architettura più espressiva e più utile che abbia mai visto, non va persa.</p>
<p>© CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 OFFICE Kersten Geers David Van Severen + Bas Princen. 7 rooms 21 perpectives, Venice &#8211; Model 50. © the authors<br />
2 Olafur Eliasson. Your split second house, 2010. © Olafur Eliasson<br />
3 Wim Wenders. If Buildings Could Talk …, 2010. a 3D video installation shot on location at the Rolex Learning Center of the Ecole Polytechnique Fédérale de Lausanne. © Neue Road Movies 2010</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 29 agosto al 21 novembre 2010<br />
Orario: 10.00 &#8211; 18.00 / Giardini chiuso il lunedì (escluso lunedì 30 agosto e lunedì 15 novembre 2010) / Arsenale chiuso il martedì (escluso martedì 31 agosto e martedì 16 novembre 2010)<br />
Informazioni e prenotazioni: Tel. 0415218828 / Fax 0415218732 / promozione@labiennale.org<br />
Biglietto: Intero € 20 / Ridotto € 16 / Permanent pass € 70</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
Biennale Architettura di Venezia</p>
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		<title>Mesopotamian Dramaturgies. Mostra di Kutlug Ataman</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 09:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
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		<category><![CDATA[artisti turchi]]></category>
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		<description><![CDATA[Un uomo vestito di nero. Piedi nudi e una benda scura che copre gli occhi. Il soggetto si allontana in una zona desertica. La luce è accecante, il cielo di un azzurro intenso. Montagne all’orizzonte.
Si tratta di Strange Space, opera video di Kutluğ Ataman, cineasta e artista turco a cui il MAXXI – Museo nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-strange_space.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8902" title="kutlug_ataman-strange_space" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-strange_space.jpg" alt="kutlug_ataman-strange_space" width="112" height="200" /></a>Un uomo vestito di nero. Piedi nudi e una benda scura che copre gli occhi. Il soggetto si allontana in una zona desertica. La luce è accecante, il cielo di un azzurro intenso. Montagne all’orizzonte.<br />
Si tratta di <em>Strange Space</em>, opera video di Kutluğ Ataman, cineasta e artista turco a cui il MAXXI – Museo nazionale delle arti XXI secolo di Roma ha dedicato un’interessante personale incentrata sul progetto <em>Mesopotamian Dramaturgies </em>(curatrice Cristiana Perrella).<br />
Dopo aver visitato l’intero spazio del nuovo MAXXI ed aver subito la straordinaria architettura di Zahah Hadid, struttura che mette a dura prova la compattezza della mostra intitolata <em>Spazio</em>, l’ambiente che ospita la personale di Ataman riporta finalmente il fruitore nella condizione di riuscire a percorrere un tragitto razionale nell’ambito della produzione di un artista le cui idee sembrano ricche di spunti e di riferimenti nei riguardi di determinate condizioni socio-politiche dei popoli del Medio Oriente. Il tutto filtrato attraverso la questione dell’identità. Intorno a tale fattore ruota l’intera opera di Ataman, il quale però cerca di allargare il contesto della sua riflessione dall’impostazione soggettiva (e quindi di fatto riduttiva) tipica di queste  iniziative a quella legata al territorio, e ancor di più alla storia e alla geografia di questo territorio.<br />
Kutluğ Ataman compie, dunque, un’operazione di ampio respiro, cercando attraverso le sue elaborazioni audiovisive di guardare con lucidità la realtà del suo paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-journey_to_the_moon1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8903" title="kutlug_ataman-journey_to_the_moon" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-journey_to_the_moon1.jpg" alt="kutlug_ataman-journey_to_the_moon" width="300" height="225" /></a>Il fatto che Ataman sia in primo luogo un cineasta si percepisce immediatamente, dalla cura degli aspetti visuali, dall’attenzione verso il cinema documentaristico e  verso l’intervista intesa come potente elemento di comunicazione e come testimonianza che va la di là del caso singolo per divenire simbolo di un’intera situazione sociale e umana.<br />
L’autore, oltretutto, agisce chiaramente su diversi piani linguistici, mescolando fotografia, cinema, video come nel caso di <em>Journey to the Moon</em>, curiosa opera basata sulla ricostruzione di una bizzarra avventura turca aerospaziale. Ataman utilizza  materiale fotografico che viene cucito in un tessuto espressivo basato sul montaggio di interviste a intellettuali turchi. L’aspetto altamente significativo di quest’opera, oltre alla questione multilinguistica, riguarda la sostanziale impossibilità di decifrare la realtà dei fatti (a patto che si siano verificati) da parte del visitatore.<br />
Cuore dell’installazione ambientale è l’opera denominata <em>Column</em>. Si tratta di una vera e propria spirale, a base molto larga, ispirata alla Colonna Traiana di Roma. Innumerevoli vecchi monitori sono disposti lungo la spirale. I piccoli schermi presentano i primi piani di cittadini di una zona poco nota della Turchia. I loro sguardi sono fissi, anche se tendono a mutare con il passare dei secondi. Non si odono però le loro voci. Paradossale inno alla limitazione della libertà di espressione,<em> Column</em> è un’opera che fa emergere il fragoroso silenzio di chi è dimenticato dalla storia e anche dall’informazione legata all’attualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-dom.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8904" title="kutlug_ataman-dom" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-dom.jpg" alt="kutlug_ataman-dom" width="300" height="183" /></a>Il soffitto dell’ambiente che ospita la personale di Ataman è occupato dalla videoinstallazione <em>Dome</em>. Prendendo spunto dagli affreschi delle chiese romane (ammirate dopo un periodo di studi passato nella capitale italiana), l’artista ha elaborato delle pseudo raffigurazioni digitali. Lo sfondo è rappresentato da cieli azzurri che ospitano soggetti volanti, vestiti in abiti moderni e dotati di oggetti di culto della società tecnologica di oggi.<br />
Infine, da segnalare la stanza nella quale si possono vedere: <em>The Complete Works of William Shakespeare</em> e <em>English As a Second Language</em>. Il primo video presenta lo scorrimento continuo dell’opera omnia del drammaturgo inglese ricopiata su pellicola 35 mm.. La seconda opera è composta, invece, da due proiezioni contrapposte che propongono le medesime inquadrature: due ragazzi ben vestiti che cercano di leggere dei testi poetici in inglese senza capire ciò che leggono.<br />
Si tratta chiaramente, in questi due ultimi casi, non solo di giochi sul linguaggio, ma di esperimenti emblematici per evidenziare la separazione di una parte del mondo rispetto alla lingua commerciale in uso nella società occidentale dominante. Ataman esamina, in questo caso, il processo di esclusione a cui vengono sottoposte le popolazioni che non ricadono sotto determinati processi di colonizzazione economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, una considerazione. <em>Mesopotamian Dramaturgies</em> è un’operazione creativa di estrema intelligenza, poiché non basata (come spesso capita nell’arte contemporanea) sullo shock pirotecnico dell’invenzione fine a se stessa ma sull’edificazione di un progetto che possiede delle basi culturali molto solide e che articola il suo discorso in un territorio ibrido, dunque complesso e moderno, nel quale non esistono confini precisi per quel che riguarda l’uso dei linguaggi audiovisivi.</p>
<p>© CultFrame 07/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Kutlug Ataman. Strange Space, 2009, Single channel video<br />
2 Kutlug Ataman. Journey to the Moon, 2009 (still photography. 31&#215;41cm)<br />
3 Kutlug Ataman. Dome</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 30 maggio al 12 settembre 2010<br />
MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo / Via Guido Reni 4/A, Roma / Telefono: 06.3223453; 06.39967350 / info@fondazionemaxxi.it<br />
Orario: martedì &#8211; domenica 11.00 &#8211; 19.00 / gio 11.00 &#8211; 22.00 / Chiuso lunedì<br />
Biglietto: intero €11 / ridotto: €7<br />
A cura di Cristiana Perrella</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.fondazionemaxxi.it/index.aspx" target="_blank">MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Roma</a></p>
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		<title>END. Intervista al filmaker e artista visivo Carlos Casas</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Jul 2010 21:05:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Serra</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[incontri interviste]]></category>
		<category><![CDATA[artisti spagnoli]]></category>
		<category><![CDATA[Carlos Casas]]></category>
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		<category><![CDATA[Maria Serra]]></category>
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		<description><![CDATA[Catalano ma di casa in Italia, grazie ad un&#8217;assidua collaborazione con Fabrica, dove è entrato come artist-in-residence nel 1998, Carlos Casas ha scelto l’HangarBicocca di Milano per presentare in anteprima mondiale il suo ultimo lavoro.
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8828" title="carlos_casas-end2" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end2.jpg" alt="carlos_casas-end2" width="300" height="200" /></a>Catalano ma di casa in Italia, grazie ad un&#8217;assidua collaborazione con Fabrica, dove è entrato come artist-in-residence nel 1998, Carlos Casas ha scelto l’HangarBicocca di Milano per presentare in anteprima mondiale il suo ultimo lavoro.<br />
<em>END</em>, questo il titolo dell&#8217;opera, è un&#8217;installazione video complessa ed ambiziosa nella quale l’artista-filmaker ha voluto far confluire, su un dispositivo bifacciale a tre schermi, un decennio di ricerca ed esperienza nelle terre estreme del mondo. Sul fronte sono proiettati i tre film documentari girati, rispettivamente, nel lago di Aral in centro Asia (<em>Aral. Fishing in an invisible sea</em>, 2004), in Patagonia (<em>Solitude at the END of the world</em>, 2005) e in Siberia (<em>Hunters since the beginning of time</em>, 2007), tutti rimontati in versione inedita. Sul retro si alternano, invece, i video più brevi (fieldworks) realizzati in quegli stessi luoghi durante i sopralluoghi o le pause di ripresa dei film.<br />
È un viaggio nel viaggio, dove il pubblico è invitato a immergersi in paesaggi visivi e sonori che sfuggono le facili decodificazioni. Natura e uomo si fondono ora in un’incessante quanto apparentemente vana lotta alla sopravvivenza, ora in uno stato di rassegnata desolazione in cui il movimento pare destinato a spegnersi del tutto.<br />
L’installazione, ai confini tra arte, cinema e musica, nasce nell’ambito del progetto “Terre Vulnerabili”, con cui l’Hangar, riaperto di recente al pubblico dopo lunghi lavori di ristrutturazione, conferma la sua vocazione alla multidisciplinarietà.</p>
<p><em>CultFrame</em> ha intervistato Carlos Casas in occasione dell’apertura dello spazio espositivo dell’Hangar.</p>
<p><strong>Raccontaci come è nato il progetto per l&#8217;HangarBicocca. Avevi in mente da tempo di condensare i film documentari e i fieldworks in un&#8217;unica installazione o l&#8217;idea è nata qui, ispirata dal luogo&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La trilogia è iniziata nel 2001 e si è conclusa nel 2007, dopo il mio viaggio in Siberia, e in effetti era necessario che trascorresse un po&#8217; di tempo perché il lavoro si sedimentasse. Avevo già fatto diversi eventi, ma non avevo ancora avuto l&#8217;opportunità di realizzare un&#8217;installazione che potesse chiudere il progetto. L&#8217;aspetto più importante del mio lavoro è l&#8217;esperienza ed è quindi poi fondamentale trovare modalità sempre diverse per presentarla.<br />
Credo che questa sia l&#8217;occasione in cui potersi sentire soddisfatti al punto da chiudere il ciclo, sapendo che il materiale è stato usato degnamente: è arrivato nei luoghi in cui doveva arrivare e ha parlato alle persone a cui doveva parlare. Fino a quando questo non succede, di solito continuo a portarmi dietro le esperienze vissute, un po&#8217; come dei fantasmi, e devo trovare il modo di farle “uscire” e trasmetterle nel modo più efficace possibile. Non è detto che in futuro non capiteranno altre occasioni e  dovrò rispolverare la mia vecchia esperienza in queste terre, però per il momento sono felice di farlo qui, in un luogo meraviglioso come l&#8217;Hangar, con il pubblico giusto e la giusta attenzione.</p>
<p><strong>Hai parlato di “esperienza”. Quanta di questa esperienza lasci poi entrare effettivamente nei tuoi lavori e come? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando porto avanti un progetto di questo tipo mi piace dedicare molto tempo alla ricerca, fino a quando non mi sento “comodo”, con l&#8217;energia e la capacità mentale per affrontare l&#8217;esperienza, ed è solo allora che intraprendo il viaggio. Durante la preparazione spesso mi occupo contemporaneamente anche della ricerca dei fondi, anche se per la trilogia ho avuto la fortuna di avere sempre il sostegno di Fabrica. Una volta completata questa fase, organizzo il viaggio.<br />
Già dall&#8217;inizio ho un&#8217;idea precisa delle persone che vorrei incontrare e come prima cosa cerco chi possa aiutarmi a individuarle. A volte occorrono anche 2-3 settimane solo per raccogliere informazioni e trovare i soggetti giusti. Quando poi li ho trovati, trascorro con loro un periodo più o meno lungo e a poco a poco cerco di capire con che occhi voglio vedere le cose. È come se inforcassi un paio di occhiali e cercassi di individuare la diottria giusta. Solo dopo aver vissuto e fatto pienamente “mia” l&#8217;esperienza, inizio a sentire che la camera vuole iniziare a girare. È allora che vado alla ricerca di quei piccoli momenti magici che alla fine andranno a comporre il film.</p>
<p><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end3.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8829" title="carlos_casas-end3" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end3.jpg" alt="carlos_casas-end3" width="190" height="127" /></a> <a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end4.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8830" title="carlos_casas-end4" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end4.jpg" alt="carlos_casas-end4" width="190" height="126" /></a> <a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end5.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-8831" title="carlos_casas-end5" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end5.jpg" alt="carlos_casas-end5" width="190" height="128" /></a></p>
<p><strong>L&#8217;intera trilogia è dedicata alle singole persone che hai conosciuto in quei luoghi, a testimonianza della loro esistenza. Che cosa significa per un artista “testimoniare”?  È questo, per te, il fine dell&#8217;esperienza? </strong></p>
<p style="text-align: justify;">È proprio qui, in realtà, che il concetto classico di “documentario” si perde nella mia opera. Quanto può durare un documento? Ha senso conservare un documento senza l&#8217;esperienza di chi l&#8217;ha prodotto? Avrà energia sufficiente per attraversare la storia? Io sento il bisogno di convertire la mia esperienza in qualcosa di più di un documento. Mi piace pensare che questi film e queste installazioni abbiano un motore nascosto che li porterà un po&#8217; più avanti nel tempo. Quando il documento viene dotato della sensibilità personale di chi l&#8217;ha prodotto, a quel punto l&#8217;antropologia diventa poesia. Il fatto che i miei film non siano legati a un tempo presente o a questioni scientifiche mi tranquillizza.</p>
<p><strong>Ti interessa forzare i limiti della forma documentario per arrivare alla creazione di un nuovo linguaggio, oppure lo consideri semplicemente un medium, come potrebbe essere quello fotografico?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Inevitabilmente devo servirmi di un codice ma non mi interessano né il documentario né il film di finzione intesi in senso classico, anche se mi piace il fatto che il linguaggio cinematografico possa essere compreso da tutti. Un certo tipo di apertura la trovo però solo in un contesto artistico. Tra questi 3 mondi &#8211; il documentario, il cinema e l&#8217;arte &#8211; c&#8217;è una sorta di “buco nero” ed è lì che voglio lavorare, perché il pubblico non ha un codice definito. C&#8217;è chi si accosta a questo materiale con l&#8217;idea di trovarsi di fronte ad un documentario e lo legge come un documentario, chi invece viene in un centro d&#8217;arte come l&#8217;Hangar con una predisposizione diversa e coglie altri aspetti. Per questo motivo cerco di cambiare spesso i contesti in cui presentare il mio lavoro. L&#8217;esperienza, e qui mi riallaccio a quanto già detto, si adatta ai contesti più diversi senza problemi.</p>
<p><strong><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end1.JPG"><img class="alignleft size-full wp-image-8832" title="carlos_casas-end1" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/carlos_casas-end1.JPG" alt="carlos_casas-end1" width="300" height="200" /></a>Come si relazionano i film con i fieldwork, dove il sonoro ha una presenza molto più forte?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Questo è un po&#8217; il clou dell&#8217;installazione. Volevo ci fosse una bifaccialità, dove il fieldwork potesse dare una sorta di benvenuto prima di arrivare al trischermo, dove tutto è un po&#8217; più definito e dotato di una linea narrativa. C&#8217;è stato un momento in cui ho dubitato potesse esserci un collegamento e per questo abbiamo voluto lavorare il suono in modo molto preciso, con punti in cui lo si sente ed altri in cui, invece, è totalmente assente.<br />
I fieldworks per me sono come degli appunti, che annoto quando arrivo in un luogo e ne ricerco l&#8217;essenza. Per questo uso le radiofrequenze, che mi permettono di creare una relazione quasi “atmosferica” con il territorio. Mi rivelano cosa c&#8217;è dietro, come comunica la gente intorno.</p>
<p><strong>Danno un&#8217;idea della presenza umana anche dove questa è apparentemente assente&#8230;</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Esattamente. L&#8217;ho scoperto la prima volta in Patagonia, dove avevo portato con me una radio. A poco a poco che mi addentravo in quei territori mi rendevo conto che c&#8217;era una ricchezza di comunicazione notevole. Da lì in avanti ho sempre usato le radiofrequenze per capire esattamente cosa succedeva in quel luogo. Mi permettono di guardare oltre l&#8217;immagine, aprendo una sorta di quarta dimensione. Tutto il materiale che registro lo uso anche quando suono le colonne sonore in diretta. Seleziono le parti più interessanti e le mescolo alle interviste, ai suoni del luoghi, alla musica tradizionale, alle registrazioni di ciò che la gente ascolta ogni giorno.</p>
<p><strong>Durante le performance sonore, segui una partitura precisa? Quanto lasci, invece, all&#8217;improvvisazione?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Molto dipende dal pubblico e da quanto può accettare. C&#8217;è chi ha la capacità di lasciarsi trascinare da una grande massa sonora e chi invece ha bisogno di una componente più delicata. Io non sono un musicista ma in ogni caso capisco la gente, sento le vibrazioni del luogo e intuisco fino a che punto posso forzare la macchina. Capire il pubblico è fondamentale per poter trasmettere quel po&#8217; di essenza che si è vissuta. Sostengo da sempre che ci siano tanti film quante persone. Usando lo stesso materiale potrei fare un film diverso per ogni persona che conosco, toccandola nel profondo. Sarebbe interessante, anche se praticamente impossibile.</p>
<p><strong>Quale sarà la tua prossima meta, geografica e artistica?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Al momento sto lavorando ad un film su un cimitero di elefanti in Nepal, che mi terrà impegnato per i prossimi due anni. A fine novembre presenterò la seconda parte della ricerca, sempre qui a Milano, presso lo spazio Marsèlleria. A settembre presenterò invece al Musée Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles un altro progetto, il film <em>Avalanche</em>, che documenta la storia di un piccolo paese del Pamir, in Asia.</p>
<p>© CultFrame 07/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 <em>END</em>. L’installazione realizzata da Carlos Casas allestita presso l’HangarBicocca<br />
2 Carlos Casas. <em>Patagonia.</em> <em>Solitude at the END of the world</em>, 2005<br />
3 Carlos Casas. <em>Siberia. </em><em>Hunters since the beginning of time</em>, 2007<br />
4 Carlos Casas. <em>Aral. Fishing in an invisible sea</em>, 2004<br />
5 END. L&#8217;installazione realizzata da Carlos Casas allestita presso l&#8217;HangarBicocca<br />
Courtesy Fondazione HangarBicocca. © Agostino Oslo<span style="border-collapse: collapse; font-family: Helvetica,sans-serif; font-size: small;"></span></p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 25 giugno all’1 agosto 2010<br />
Fondazione HangarBicocca / via Chiese 2, Milano / Infoline: 0266111573<br />
Orario: martedì – domenica 11.00 – 19.00 /  giovedì 14.30-22.00 / chiuso lunedì<br />
Biglietto: intero  € 8 / ridotto € 6<br />
A cura di Andrea Lissoni</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.carloscasas.net/" target="_blank">Il sito di Carlos Casas</a><br />
<a href="http://www.hangarbicocca.it/" target="_blank">HangarBicocca, Milano</a></p>
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		<title>Superveilance. Mostra di Mat Collishaw</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jun 2010 08:55:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diana Marrone</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte]]></category>
		<category><![CDATA[artisti inglesi]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Marrone]]></category>
		<category><![CDATA[Mat Collishaw]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte contemporanea]]></category>
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		<description><![CDATA[La galleria Raucci/Santamaria di napoli presenta la quinta personale di Mat Collishaw, artista inglese, nel corso degli anni divenuto tra i più noti esponenti della Young British Artists.
Dal titolo Superveilance (sorveglianza+ svelamento), la mostra comprende installazioni – analogiche e tecnologiche &#8211; e litofanie retro-illuminate. Sia quelle volutamente dinamiche che quelle statiche, tutte le opere in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mat_collishaw-superveilance2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8797" title="mat_collishaw-superveilance2" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mat_collishaw-superveilance2.jpg" alt="mat_collishaw-superveilance2" width="300" height="200" /></a>La galleria Raucci/Santamaria di napoli presenta la quinta personale di Mat Collishaw, artista inglese, nel corso degli anni divenuto tra i più noti esponenti della Young British Artists.<br />
Dal titolo <em>Superveilance</em> (sorveglianza+ svelamento), la mostra comprende installazioni – analogiche e tecnologiche &#8211; e litofanie retro-illuminate. Sia quelle volutamente dinamiche che quelle statiche, tutte le opere in mostra ingaggiano un’implacabile lotta contro l’entropia. Sì perché un uso assai estetico e sofisticato di tecnologia per l’artista è solo un altro, sublime modo per esplorare la caducità umana in relazione agli impulsi (positivi e distruttivi) che ogni essere umano produce e subisce.</p>
<p style="text-align: justify;">Le mostre di Collishaw a Napoli sono sempre così perfette, indimenticabili, sofisticate e – sebbene assai concettuali – mai fini soltanto a materializzare lo statement che di volta in volta l’artista indaga, ma a lasciare il segno, emozionare, collezionare tante reazioni diverse nel pubblico. Per questa personale, Collishaw indulge sull’ambiguità tra realtà e rappresentazione, sul valore mai univoco di un’immagine o di una parola, provando anche a ri-rappresentare, in chiave assai personale, le icone della storia dell’arte: ad esempio il quadro digitale <em>L’Isola dei morti</em>, ispirato al celebre dipinto del simbolista Arnold Böcklin che la creò in cinque versioni leggermente diverse e che invece Collishaw fa variare in un solo tableaux, grazie ad un rendering 3D che ricampiona la luce in 24 ore rivelando, una volta nel buio, il riflesso di chi guarda.<br />
Al centro dell’esposizione <em>Total Recall</em>, una scultura in resina raffigurante tre tronchi d’albero innestati da un disco di vinile che – unico elemento meccanico in un corpo naturale – diffonde i suoni del bosco.</p>
<p><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mat_collishaw-superveilance1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8796" title="mat_collishaw-superveilance1" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/mat_collishaw-superveilance1.jpg" alt="mat_collishaw-superveilance1" width="400" height="267" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le due litofanie su Corian riproducono, con giochi di luce da retroilluminazione, l’albero <em>Major Oak</em> (Robin Hood) ed altri luoghi simbolici quanto abusati dalle masse. <em>L’estasi di Santa Teresa</em>, infine, riproduce la nota scultura del Bernini, in bilico tra pathos religioso ed ebbrezza erotica; attraverso un sistema di retroilluminazione orizzontale che quasi radiografa il passaggio della Santa ai vertici della “conoscenza”. Mentre la statua del Bernini lasciava immaginare il levare della santa verso le altezze celesti, qui Collishaw la reclina, schiacciata, alla linea piatta della vita. Che la santità, l’estasi, oggi consista nel restare (faticosamente) a galla?</p>
<p style="text-align: justify;">Collishaw è uno degli artisti che simboleggia di più la carriera di questa longeva galleria napoletana, presente alle maggiori fiere di settore (non ultima Art Basel 2010) e interessata, per passione dei galleristi, anche al design, soprattutto Italiano. La galleria inizia infatti la sua attività espositiva proprio nell’Aprile del 1992. Fondata da Umberto Raucci e Carlo Santamaria realizza inizialmente esposizioni rivolte all’analisi del contesto dei giovani artisti italiani emergenti. Dal 1993 si susseguono diverse mostre personali tra cui quelle di Eva Marisaldi e di Maurizio Cattelan. Ad essi si affiancano una serie di artisti stranieri, non ancora famosi, che esporranno con mostre personali per la prima volta in Italia: tra essi, appunto, Mat Collishaw e, in seguito, Alix Lambert, Tom Friedman, Padraig Timoney, David Robbins, Miltos Manetas.</p>
<p>©CultFrame 07/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />BREVE BIO</span><br />
Mat Collishaw vive e lavora a Londra. Si è diplomato nel 1989 al Goldsmiths’ College, Londra. Tra le recenti mostre personali ricordiamo: <em>Shooting Stars, </em>Haunch of Venison, Londra, UK (2008); <em>Deliverance, </em>Spring Projects, Londra, UK (2008); Tanya Bonakdar, New York, USA (2006); <em>Analix Forever</em>, Ginevra, Svizzera (2006). Recenti mostre collettive includono <em>Into me, Out of me</em>, Museo Macro, Roma (2007); <em>Naturalia</em>, 1/9 Unosunove, Roma (2006); <em>Art of the Garden</em>, Tate Britain, Londra, UK (2004); <em>New Blood</em>, Saatchi Gallery, Londra, UK (2004). Mat Collishaw ha inoltre partecipato nel 1996 alla mostra collettiva <em>Sensation</em> presso la Royal Academy di Londra.</p>
<p><span class="rossobold">IMMAGINI</span><br />
1 e 2 La mostra di Superveilance di Mat Collishaw allestita presso la galleria Raucci/Santamaria di Napoli</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 14 maggio al 16 luglio 2010<br />
Galleria Raucci/SantaMaria / Corso Amedeo di Savoia 190, Napoli / Telefono 0817443645 / Email: www.raucciesantamaria.com<br />
Orario: lunedi – venerdi 11.00 – 13.30 e 15.00 – 18.30 / Ingresso libero</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.matcollishaw.com/" target="_blank">Il sito di Mat Collishaw</a><br />
<a href="http://www.raucciesantamaria.com/rs/index.php" target="_blank">Galleria Raucci/Santamaria, Napoli</a></p>
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		<item>
		<title>Corpus &#8211; Arte in azione. Tania Bruguera. Una performance?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 15:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Diana Marrone</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte]]></category>
		<category><![CDATA[artiste cubane]]></category>
		<category><![CDATA[Diana Marrone]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mostre napoli]]></category>
		<category><![CDATA[performance]]></category>
		<category><![CDATA[Tania Bruguera]]></category>

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		<description><![CDATA[‘La nuova epifania della bellezza risiede nell’etica dell’essere umano’. Questo è un brano delle voci misteriose che hanno assalito l’artista cubana Tania Bruguera all’alba di giovedì 3 giugno 2010, mentre da Ponte-Vetera dove stava esibendo, raggiungeva di notte a piedi da sola l’albergo poco distante dalla galleria. Voci che le scavano dentro, mordendola, fino a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/tania_bruguera2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8696" title="tania_bruguera2" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/tania_bruguera2.jpg" alt="tania_bruguera2" width="200" height="150" /></a>‘La nuova epifania della bellezza risiede nell’etica dell’essere umano’. Questo è un brano delle voci misteriose che hanno assalito l’artista cubana Tania Bruguera all’alba di giovedì 3 giugno 2010, mentre da Ponte-Vetera dove stava esibendo, raggiungeva di notte a piedi da sola l’albergo poco distante dalla galleria. Voci che le scavano dentro, mordendola, fino a paralizzarla come artista, impedendole di cibare il pubblico ancora, per il momento, con la sua arte. Apparentemente.<br />
La potenza di quel messaggio la scuote a tal punto, l’attanaglia e di fatto le impedisce all’ultimo momento – mettendo consapevolmente a rischio la sua carriera – di performare a <em>Corpus. Arte in Azione</em>, il 7 giugno 2010.<br />
<em>Corpus </em>è una rassegna di arti performative ospitata al Museo Madre di Napoli, fino al 26 giugno 2010, in collaborazione con il Teatro Festival Italia. Altre artiste invitate dai curatori Eugenio Viola e Adriana Rispoli oltre Tania Bruguera, sono Maria Josè Arjona (<em>Vires, Exercise on Power</em>), Teresa Margolles (<em>Untitled</em>) e Regina Josè Galindo (<em>Untitled</em>), cui si affiancano la napoletana MaraM e la croata Xena Zupanic diretta da Sebastiano Deva (<em>Mystica</em>).</p>
<p style="text-align: justify;">La Bruguera doveva performare su Napoli ed i Femminielli, storiche figure popolari (uomini che si sentono donna e come tali si abbigliano e si comportano) già saccheggiati da artisti, fotografi, registi di ogni dove e noti al pubblico più prosaico per le loro tombole o per alcune sguaiate scene di sesso.<br />
Lunedì 7 giugno 2010, giorno previsto per la performance (assai poco il pubblico intervenuto), i giornalisti ricevono un comunicato stampa che informa che la Bruguera ha annullato la performance per protesta contro la città inospitale e alcuni non meglio precisati screzi con il direttore del Museo, Edoardo Cicelyn. Al posto dell’azione artistica, sarebbe stata indetta una conferenza stampa.<br />
Il pubblico, pagante, entra pensando di assistere ad una performance, mentre trova un tavolo, quattro sedie (una per l’artista, una per la splendida e brava traduttrice, Dianella, due per i muti curatori Rispoli e Viola). In sala viene distribuito un comunicato del direttore che, assente, si dissocia dalla decisione dell’artista di annullare last minute la performance (“un’istituzione dedicata alla promozione dell’arte contemporanea deve essere attendibile nei confronti del proprio pubblico e nello stesso tempo coerente con la propria missione”) ma non nega ospitalità alla conferenza, pur decidendo di non parteciparvi. I curatori si dissociano del pari da quanto agito da Bruguera, ma non aggiungono altro.</p>
<p style="text-align: justify;">Cosa accade a questo punto? La Bruguera, smentendo le motivazioni dell’annullamento della performance comunicate alla stampa (ma non agli ignari e pochissimi spettatori paganti), dice che per la prima volta nella sua vita, pur non essendo cattolica, né credente, trovandosi di notte a camminare per strada, ha sentito uno sguardo fantasmatico su di sé, poi delle voci, ed il contenuto di questo bisbiglio dell’anima l’ha condotta a non agire come artista, ad auto-censurarsi, a chiudersi, rischiando professionalmente per questa propria scelta (decisa pare la sera prima di performare), perché troppo sconvolta.<br />
A quel punto legge quanto aveva appuntato sulle frasi della voce, da un quadernino: “Tutto quello che accade nel mondo – come l’eruzione del vulcano islandese, la perdita tragica di petrolio nel golfo del Messico, il tornado guatemalteco – non è un caso. Sono segni di Dio. Chi si limita a soddisfare disegni materiali in maniera compulsiva, acquistando beni e basta, senza dar conto della sofferenza, tratta con ignoranza le persone e le nazioni. Abbiamo bisogno di elevare la nostra anima a Dio”.<br />
Il racconto è incerto, l’artista (che ricordiamo viene dall’area del mondo in cui il petrolio della BP sta rinnegando ogni forma vitale e dove la furia di tutti i prossimi tifoni attesi per la stagione si abbatteranno, pare con una violenza inaudita causa inquinamento) si interrompe spesso – pare riannodando i fili di quella parvenza di presenza all’alba di una nuova vita per lei. Epifania dell’umanità.<br />
“La voce poi diceva <em>tus-tous</em> o qualcosa del genere. Una volta in albergo, terrorizzata, sono andata su google e ho visto che immettendo le lettere del bisbiglio finale, il correttore del motore di ricerca mi portava a queste due parole – <em>Totus Tuum</em> – il famoso brocardo di Giovanni Paolo II. Io non sono credente, non prego. Ma quell’uomo per me ha rivestivo lo stesso un cambio epocale, perché quando ha visitato Cuba, dopo il mio paese è cambiato per sempre. Quando è morto la sua eredità ha scosso il mondo, anche di persone non cattoliche come me. Non ho mai creduto a Gesù, a Maria, sto solo cercando di capire la conseguenza di questa presenza, di queste voci interiori. Dal paese da cui provengo, per la mia educazione marxista-leninista, tutto questo è incomprensibile e assai inconsueto.<br />
La prima volta che mi trovai fuori di casa (ero a Londra, era il 1995), sognai qualcosa. La mia casa circondata d’acqua e di squali. Dopo pochi giorni &#8211; un po’ come ora, dopo le voci dell’alba di giovedì &#8211; ho trovato la forza di confrontarmi con esso. In quel caso, non feci altro che chiamare a casa, scoprendo che l’avevano derubata nel giorno del sogno e che mio padre era stato ricoverato. Credevo di essere impazzita nel 1995 e sono molto scossa ora. Questa non è una performance, è una vera conferenza stampa. Ho rinunciato a performare, incurante delle conseguenze, del fatto che potrei essere non pagata e che potrei danneggiare la mia reputazione, per utilizzare la mia fama, la mia posizione, per parlarvi di questo mio stato, delle voci e del loro contenuto.”</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/tania_bruguera1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8697" title="tania_bruguera1" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/tania_bruguera1.jpg" alt="tania_bruguera1" width="147" height="200" /></a>Curatori muti, il pubblico rumoreggia in tutte le direzioni. C’è il professore universitario  che si scaglia sull’artista urlando che trova esecrabile il comportamento di una persona “poco professionale”; c’è il decano dei giornalisti d’arte napoletani che invoca (non si sa se serio o faceto) il medico dei pazzi, un altro critico minore che chiede che fine facciano i prezzi dei biglietti, alcuni fan della Bruguera, in prima fila, che le dichiarano eterno amore e affermano di restare convinti che la conferenza sia una performance e non una semplice dichiarazione.<br />
La Bruguera nega, più volte, dicendo non si tratti di un’azione artistica. Educatamente, come il martirio di San Sebastiano, assorbe l’aggressività di spettatori trasformati in polli e galline del peggior pollaio, una metafora perfetta di uomini e donne impegnati a consumare voracemente, senza sosta, senza contemplare rispetto per l’uomo, per il luogo (dell’azione, del consumo, del riposo, del fare popolo). Assorbe tutto, la Bruguera &#8211; a volte pallida, a volte silente, a volte accalorata a rispondere e negare. Senza scomporsi dalla sedia, mani sul tavolo, assolutamente coerente e impegnata, dopo ogni domanda aggressiva a cui se ne aggiunge subito un’altra senza darle tempo per rispondere. Attende, fino a che non ci siano più domande, fino allo sbollire dell’inutile rabbia. Sola contro tutti. Ci si chiede: fissa in una parte? Oppure tutto quello che ci ha raccontato non è solo un pretesto narrativo, ma è vero (le voci di dentro, lo shock per il mondo e la sua deriva, improvviso il peso del peccato del mondo)? E se fosse vero, perché i curatori si sono maldestramente inventati dell’annullamento per protesta contro la città e il direttore? Interrogati a questo proposito, affermano poco convincenti errori di comunicazione alla base del comunicato, smentiti, ripetiamo, dalla Bruguera.</p>
<p style="text-align: justify;">Non importa in realtà cosa veramente sia successo (e se i curatori fossero parti dell’azione), perché siamo a testimoniare che l’artista non ha licenziato la sua azione come una performance e pertanto essa non resterà a imperitura memoria come tale. Bruguera, nonostante curatori e platea (disorientati, scarni, a tratti aggressivi), ha preso lo spazio di un’azione concettuale, uno statement d’artista che non è provocatorio, ma accorato, supplice, incredibilmente attuale, ricavato da un podio in cui essa nuovamente scarnifica se stessa per parlare di mondo, di sofferenza, di pericolo per la specie. Certo, lo fa in un modo spiazzante rispetto a quanto accaduto finora nelle sue performance, sicuramente più eccitanti per gli avidi voyeur dell’arte.<br />
In una parola, a Napoli, nella città teatrale per eccellenza e durante un festival di teatro internazionale, pur essendo in un museo di arti visive, Bruguera ha fatto – da artista – teatro. Teatro di parola e di verità, alla Zola e all’Ascanio Celestini.<br />
Chissà se le altre performance raggiungeranno una crasi di linguaggi così interessante, curatori complici o no a parte.</p>
<p>© CultFrame 06/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />BREVE BIO</span><br />
Tania Bruguera nata nel 1968 all’Havana, Cuba. Vive e lavora tra Chicago, Parigi e Havana. Ha partecipato, tra l’altro a Documenta 11 (Kassel), Performa (New York), tre Biennali di Venezia, due Biennali di Gwangju (Corea) e tre Biennali dell’Havana. Il suo lavoro è stato esposto nei più importanti musei europei e americani, tra cui: Tate Modern, The Whitechapel Gallery (Londra), ZKM (Karlsruhe), IVAM (Valenza), Kunsthalle di Vienna, PS1 e The New Museum of Contemporary Art (New York).<br />
Come testimonia l’ultima performance con una pistola carica puntata alla tempia, al Pavilion de la Urgencia alla Biennale di Venezia, a cura di Yota Castro, l’artista interpreta il corpo come paesaggio sociale tanto da definire il suo modus operandi Arte de Conducta. Il concetto stesso di performance si amplia, in quanto l&#8217;artista demanda parte dell&#8217;azione allo spettatore, creando una tensione, un cortocircuito tra artista e pubblico.</p>
<p><span class="rossobold">IMMAGINI</span><br />
1 Tania Bruguera alla Biennale di Venezia 2009<br />
2 Tania Bruguera in una performance</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 7 al 26 giugno 2010<br />
MADRE – Museo d’Arte Donna Regina / via Settembrini, 79 (Palazzo Donnaregina), Napoli / Telefono: 081 19313016<br />
Orario: lunedì, mercoledì – venerdì 10.00 – 21.00 / sabato e domenica 10.00 – 24.00<br />
a cura di Adriana Rispoli e Eugenio Viola</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.taniabruguera.com/cms/" target="_blank">Il sito di Tania Bruguera</a><br />
<a href="http://www.museomadre.it/index.cfm" target="_blank">Il museo MADRE, Napoli</a></p>
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		<item>
		<title>Index Urbis. Festa dell’architettura di Roma 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 06 Jun 2010 17:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al via la prima edizione della Festa dell’Architettura di Roma.  L’evento ha l’obiettivo di raccogliere le riflessioni sulla città proposte sia da esperti, sia dalla comunità culturale e civile, attraverso il confronto con altre metropoli. La nostra città, infatti, custodisce un patrimonio storico inestimabile di monumenti e spazi urbani, ma è anche un deposito di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="normale" style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/botto_bruno.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8684" title="botto_bruno" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/botto_bruno.jpg" alt="botto_bruno" width="174" height="200" /></a>Al via la prima edizione della Festa dell’Architettura di Roma.  L’evento ha l’obiettivo di raccogliere le riflessioni sulla città proposte sia da esperti, sia dalla comunità culturale e civile, attraverso il confronto con altre metropoli. La nostra città, infatti, custodisce un patrimonio storico inestimabile di monumenti e spazi urbani, ma è anche un deposito di idee e un laboratorio di nuovi progetti in costante evoluzione.<br />
La proposta culturale della Festa è l’osservazione analitica della città di Roma, del suo sviluppo e del suo ruolo futuro nel panorama architettonico internazionale contemporaneo.<br />
La Festa dell’Architettura di Roma approfondisce i grandi temi della trasformazione dal punto di vista architettonico e urbanistico. È l’occasione per una grande rassegna internazionale, che coinvolge anche i protagonisti di grandi eventi di trasformazione come l’Expo di Milano e le prossime Olimpiadi di Londra. Il taglio dell’evento, i suoi contenuti e le partecipazioni costituiscono una grande opportunità per lanciare temi e progetti di sviluppo futuro in vista del 2020, della candidatura olimpica, e non solo.</p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">L’evento è organizzato dallL’Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione del Comune di Roma, la Casa dell’Architettura e l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia ed è curato dall’architetto Francesco Garofalo.<br />
Le location della Festa dell’Architettura, per quanto riguarda gli eventi ufficiali, sono quattro: la Casa dell’Architettura &#8211; Acquario Romano (9 giugno), l’Auditorium Parco della Musica e il MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo (10 giugno), il MACRO Testaccio (11 e 12 giugno), con un fitto programma di incontri, lezioni, mostre, convegni e conferenze, tra cui la lectio magistralis dell’architetto portoghese Alvaro Siza Vieira, Premio Pritzker nel 1992 e medaglia d’oro del RIBA nel 2009, che si tiene durante la giornata inaugurale.<br />
Oltre settanta gli eventi collaterali che coinvolgono l’intera città per quasi un mese (fino al 27 giugno) grazie all’adesione di numerose istituzioni ed associazioni.</p>
<p>Il programma della Festa dell’Architettura di Roma “Index Urbis” è diviso in cinque sezioni:</p>
<p><strong>NODI</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Otto importanti conferenze tenute da grandi architetti italiani e stranieri su temi specifici, che oggi appaiono rilevanti per Roma, a partire da un proprio progetto, da una esperienza che si propone come esemplare. Le conferenze si svolgono tra l’Auditorium Parco della Musica – Sala Petrassi e il MACRO Testaccio – Aula Ersoch.<br />
Museo. Bernard Tschumi: svizzero trapiantato in America, autore del nuovo Museo dell’Acropoli di Atene.<br />
Ambiente/paesaggio. James Corner – Field Operations: il maggior paesaggista americano, autore dei progetti in corso a New York per il Parco di Fresh Kills, che era la più grande discarica della città, e per la trasformazione della sopraelevata Highline in giardino pensile.<br />
Università. Yvonne Farrell e Shelley McNamara, Grafton Architects: le due titolari dello studio irlandese che ha realizzato il miglior edificio universitario in Italia, la nuova sede della Bocconi a Milano.<br />
Mobilità e metropolitane. Eduardo Souto De Moura: coordinatore della Metro di Porto, la più bella metropolitana europea, e autore anche di una stazione a Napoli.<br />
Stadi e grandi infrastrutture. Massimiliano Fuksas: progettista dello stadio di Firenze e del nuovo aeroporto di Shenzen in Cina.<br />
Centralità. Stefano Boeri: direttore della rivista Abitare, membro della commissione dell’Expo di Milano, autore del progetto per la sede del G8 alla Maddalena.<br />
Olimpiadi. Richard Burdett: inglese di origine romana, direttore del programma sulle città della London School of Economics, già consulente per l’architettura delle Olimpiadi di Londra, ora responsabile del programma “Legacy” che sceglierà i progettisti delle opere da realizzare a seguito dei giochi.<br />
Abitare. Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal: francesi, autori di case innovative e sperimentali a basso costo, con un passato di volontariato in Africa, stanno realizzando progetto di recupero dei grandi complessi di edilizia sociale in Francia.</p>
<p><strong>FORUM</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Ciascun appuntamento, in programma tra l’11 ed il 12 giugno presso MACRO Testaccio – Pelanda, prevede un moderatore e alcuni invitati scelti tra amministratori, costruttori, committenti, esperti e architetti romani. Questi gli argomenti affrontati: “Abitare a Roma, cambiare le periferie” ; “Edilizia sostenibile?” ; “Olimpiadi” ; “Da verde a paesaggio : a Roma nessuna traccia di paesaggio contemporaneo?” ; “Città digitale, la città, la rete e la sua forma”.</p>
<p><strong>SGUARDI</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Il programma vuole coinvolgere intorno ai “nodi” individuati dalla Festa sguardi diversi, ampliando l’orizzonte delle domande che oggi vengono poste all’architettura e alla città, ai rispettivi modi d’essere, al loro futuro.<br />
Il ciclo degli incontri si apre al MAXXI il 10 giugno con le conferenze di Paolo Rosselli, Alessandro Dal Lago e Serge Latouche, per proseguire nei due giorni successivi, in parallelo con il programma della Festa, al MACRO Testaccio con Walter Siti, <a href="http://www.cultframe.com/2001/01/under-my-red-sky-mostra-di-botto-bruno/">Botto &amp; Bruno</a>, <a href="http://www.cultframe.com/2008/05/gomorra-un-film-di-matteo-garrone/">Matteo Garrone</a>, Ruggero Pierantoni, Marco Senaldi, Sten e Lex, Maurizio Ferraris, Eyal Weizman. La formula è quella dell’incontro in senso stretto: il protagonista è posto a confronto con un interlocutore in grado di sollecitarlo nella discussione e può scegliere, a sua volta, una serie di materiali visivi (documentari, film, fotografie) per offrire al pubblico ulteriori punti di vista e di riferimento. A margine degli incontri, performance di artisti e un concerto completano il programma.</p>
<p><strong>EXTRA </strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Una serie di occasioni &#8220;extra&#8221; per conoscere le ricerche sulla città e l’architettura. Presso la Casa dell’Architettura, nella giornata inaugurale, Alvaro Siza Vieira parla della sua museografia e il Berlage Institute espone la sua ricerca su Roma dal titolo Rome: The Centre(s) Elsewhere in un confronto con un gruppo di interlocutori romani.<br />
Nei due giorni in cui la Festa si sposta al MACRO Testaccio, l’installazione interattiva Atlante Roma / abc Roma a cura di Paolo Valente, con Salvatore Iaconesi – Oriana Persico, Giuseppe Stampone, permette di leggere le relazioni e le contraddizioni tra l’immaginazione degli architetti e la realtà della città.<br />
La mostra di Joel Sternfeld dal titolo “Past Forward Toward Future : due visioni sul paesaggio urbano di Roma”, a cura di 3/3 (Chiara Capodici e Fiorenza Pinna) stabilisce un legame, già presente nei Nodi, tra il paesaggio della campagna romana e quello della Highline di New York.<br />
Contrasto presenta il libro di Maria Letizia Gagliardi “La misura dello spazio. Fotografia e architettura : conversazioni con i protagonisti” con gli interventi di Marco Introini, Moreno Maggi, Roberto Koch e Marco Zanta.<br />
Le conferenze di Carlo Ratti (direttore del laboratorio Senseable City dell’MIT), e di Peter Murray (creatore del festival di architettura di Londra) completano una geografia di proposte che hanno a che fare, come tutta la Festa dell’Architettura, con il ruolo di Roma città mondiale.<br />
Quattro architetti romani, infine, raccontano il loro rapporto con la città, nel vivo dle loro lavoro progettuale: Nicola Di Battista, King e Roselli, Franco Purini e Piero Sartogo.</p>
<p><strong>EVENTI COLLATERALI</strong></p>
<p class="normale" style="text-align: justify;">Oltre settanta progetti sono stati presentati da istituzioni, associazioni e gruppi di cittadini. Il ventaglio degli appuntamenti prevede mostre, convegni, presentazioni di libri, rassegne di video e film, installazioni e anteprime di progetti. Rimandando all’elenco completo delle organizzazioni aderenti e al programma/calendario, si segnalano le mostre delle accademie straniere e delle università nord americane presenti a Roma, di musei come l’Andersen, di storiche istituzioni come l’Accademia di San Luca, di gallerie di architettura e d’arte, e il contributo degli antropologi urbani, dei fotografi e dei videomaker. In particolare, nella settimana dal 13 al 19 giugno la Casa dell’Architettura – Acquario Romano ospita una serie quasi continua di appuntamenti, a partire dalla serata interattiva “amoRoma”.</p>
<p>CultFrame 06/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINE</span><br />
Opera di Botto&amp;Bruno</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 9 al 12 giugno 2010<br />
Info: Casa dell’Architettura / Piazza Manfredo Fanti 47, Roma / Telefono: 06.97604598 / Email: info@casadellarchitettura.it</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="www.indexurbis.it" target="_blank">Index Urbis – Il sito (programma completo, orari e sedi)</a><br />
<a href="http://www.casadellarchitettura.it/" target="_blank">Casa dell’Architettura, Roma</a></p>
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		<item>
		<title>Glasnost: Soviet non-conformist art. Una mostra a Londra</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 18:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Colia</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte]]></category>
		<category><![CDATA[artisti sovietici]]></category>
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		<description><![CDATA[Un ventennio fa, il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica ponevano fine alla Guerra Fredda, mutando, di conseguenza, le dinamiche geopolitiche intervenute fino ad allora. La mostra in programma alla Haunch of Venison di Londra, curata da Volker Diehl, si situa storicamente negli anni immediatamente precedenti a quegli eventi, quando le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/semyon_faibisovich.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8656" title="semyon_faibisovich" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/semyon_faibisovich.jpg" alt="semyon_faibisovich" width="200" height="132" /></a>Un ventennio fa, il crollo del muro di Berlino e il collasso dell’Unione Sovietica ponevano fine alla Guerra Fredda, mutando, di conseguenza, le dinamiche geopolitiche intervenute fino ad allora. La mostra in programma alla Haunch of Venison di Londra, curata da Volker Diehl, si situa storicamente negli anni immediatamente precedenti a quegli eventi, quando le riforme economiche (Perestrojka) e il programma di trasparenza e cirolazione delle informazioni (Glasnost) avviate da Gorbaciov, portarono al crollo della visione idilliaca della vita sovietica, puntando l’attenzione su problemi sociali quali l’alcolismo, l’inquinamento, e la povertà, e avviando una stagione di maggior contatto con l’Occidente. Proprio grazie alla Glasnost, si assistette ad una rivoluzione artistica, spesso denominata Sots o Soviet Pop Art, in cui allo spirito di opposizione al regime si univa la vitalità data dalle nuove aperture.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ questa un’arte esteticamente molto diversa da quella occidentale, con un forte connotato di corrente underground e con dei valori cromatici e plastici in netto contrasto ed aperta ribellione nei confronti dell’arte sovietica ufficiale. Le opere in mostra, oltre un centinaio per una sessantina di artisti, spaziano dalla fotografia al tessuto, dalla pittura iperrealista al collage, all’installazione, e si avvalgono di una varietà infinita di supporti e materiali, quali smalto, legno, bronzo, cartone (solo per citarne alcuni). Tutte, sia quelle della generazione più anziana degli artisti non conformisti che quelle dei giovani più agguerriti e sperimentali, sono accomunate dalla satira per il regime, dalla parodia e dal sarcasmo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/eduard_gorokhovsky.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8657" title="eduard_gorokhovsky" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/eduard_gorokhovsky.jpg" alt="eduard_gorokhovsky" width="200" height="166" /></a>Alcune delle immagini più memorabili della mostra sono sicuramente quelle di fotografi, come Sergei Borisov. Mirabili gli accostamenti vagamente surreali tra architetture di regime e modelle, simboli stalinisti e figure di dissidenti. Si tratta di una fotografia teatrale, dove personaggi comuni si fanno oggetto d’arte e il momento storico è immortalato da gesti, vestiti, espressioni. Forse uno dei migliori pittori iperrealisti dei nostri tempi, Semyon Faibisovich, combina nelle sue tele un’astuta critica sociale unita ad una mirabile visione poetica. Le persone in fila per comprare la vodka, rappresentate nei cromatismi di una polaroid, sono individui anonimi, quelli di tutti i giorni, lontani dall’universo ideologico sovietico. Interessanti i dipinti dalla grafica astratta e spazi illusori di Erik Bulatov e quelli più decisamente pop di Gorokhovsky. Altamente poetico lo spazio creato da Ilya ed Emilia Kabakov, una stanza con un povero letto, qualche pianta e una lampadina penzolante dal soffitto, le memorie di un’infanzia idilliaca passata nella campagna che si infrangono contro il senso di soffocamento della vita in città e l’isolamento fallimentare dell’istituto mentale. Esemplare è anche l’installazione di Andrey Filippov, un’ultima cena che si snoda su un lungo tavolo, drappeggiato di rosso; tredici piatti di ceramica bianca sono affiancati da singolari posate, falci e martelli arrugginiti, a simboleggiare quel regime Sovietico, tanto ostile alla cristianità e già sull’orlo di capitolare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sergey_borisov.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8658" title="sergey_borisov" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sergey_borisov.jpg" alt="sergey_borisov" width="200" height="136" /></a>Dall’insieme di lavori esposti alla Haunch of Venison si evince che i movimenti underground hanno comunque saputo lanciare una sfida visiva all’ordine prestabilito. E, seppure alcune delle opere sono strettamente contingenti al periodo in cui sono state prodotte e oggi difficilmente decodificabili, per la mancanza degli elementi e delle circostanze che le avevano determinate, altre mantenendo intatta la loro forza concettuale trascendono il proprio valore storico e assumono caratteri di opere d’arte più universali.</p>
<p>©CultFrame 05/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />IMMAGINI</span><br />
1 ©Semyon Faibisovich. In the Line for Vodka II, 1990. Oil on canvas. 188 x 284.5 cm. Copyright the artist. Courtesy Haunch of Venison and Galerie Volker Diehl<br />
2 ©Sergey Borisov. Glasnost &amp; Perestroika, 1986. Black and white photograph. 30 x 40 cm. Copyright the artist. Courtesy Haunch of Venison and Galerie Volker Diehl<br />
3 ©Eduard Gorokhovsky. Untitled (Stalin), 1987. Silkscreen and oil on canvas. 124 x 149 cm. Copyright the artist. Courtesy Haunch of Venison and Galerie Volker Diehl</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 16 aprile al 26 giugno 2010<br />
Haunch of Venison / 6 Burlington Gardens, Londra /  Telefono: +44(0)2074955050<br />
Orario: lunedì &#8211; venerdì 11.00 &#8211; 18.00 / sabato 11.00 &#8211; 17.00 / Ingresso libero<br />
A cura di Volker Diehl</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.haunchofvenison.com/en/#page=home" target="_blank">Haunch of Venison, Londra</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Serafhaus. Incontro con Luigi Serafini</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 15:25:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Manuela De Leonardis</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[incontri interviste]]></category>
		<category><![CDATA[artisti italiani]]></category>
		<category><![CDATA[interviste artisti]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Serafini]]></category>
		<category><![CDATA[Manuela De Leonardis]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma. “Per chiudere, mi piacerebbe fare un film.” – afferma Luigi Serafini (Roma 1949, vive tra Roma e Milano) alla fine della chiacchierata – “Perché il cinema è la vera arte del nostro tempo.”. L’idea di movimento è implicita, guardando la curiosa installazione che introduce la sua prima mostra personale &#8211; Serafhaus &#8211; nello spazio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/luigi_serafini-a_la_coque_comme_a_la_coque.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8585" title="luigi_serafini-a_la_coque_comme_a_la_coque" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/luigi_serafini-a_la_coque_comme_a_la_coque.jpg" alt="luigi_serafini-a_la_coque_comme_a_la_coque" width="201" height="127" /></a>Roma. “Per chiudere, mi piacerebbe fare un film.” – afferma Luigi Serafini (Roma 1949, vive tra Roma e Milano) alla fine della chiacchierata – “Perché il cinema è la vera arte del nostro tempo.”. L’idea di movimento è implicita, guardando la curiosa installazione che introduce la sua prima mostra personale &#8211; <em>Serafhaus</em> &#8211; nello spazio romano di LipanjePuntin. <em>A la coque comme à la coque</em> nasce in un altro contesto, acquisendo una nuova identità in questo percorso che è un po’ la summa della creatività dell’artista.<br />
Di quel primo momento al Pac di Milano, nel 2007, dove occupava l’ampio spazio dell’androne nella rappresentazione decisamente grottesca, in coppia con un’altra “creatura”, per metà uomo e per metà rondine – il tema era quello della migrazione, la condizione di precarietà degli extracomunitari e la rondine, si sa, “è un cielo che non ha confini” – rimane un’ibrida icona di donna-rondine che indossa il frac (con le code alzate) e le scarpe da ginnastica: stringe in una mano un cucchiaio e nell’altra una saliera. La messinscena prevede una tavola imbandita per la colazione, con una fetta di pane tostato sospeso in aria, come pure un grande uovo à la coque. Un altro uovo di dimensioni maggiori, intanto, bolle in pentola (non è finzione), mentre l’uccellino-umanizzato attende dall’alto del suo nido che qualcuno salga la scala a pioli per portargli nutrimento.<br />
Questa non è che una delle possibili letture dell’opera, come sostiene lo stesso Serafini, grande “esperto di fantasia”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/luigi_serafini-storie_naturali-rubus_auriflammeus.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8586" title="luigi_serafini-storie_naturali-rubus_auriflammeus" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/luigi_serafini-storie_naturali-rubus_auriflammeus.jpg" alt="luigi_serafini-storie_naturali-rubus_auriflammeus" width="145" height="200" /></a>Il suo universo attinge sempre al reale, che sia natura &#8211; come le splendide foglie di quella sorta di erbario con cui, recentemente, ha reso omaggio alle Storie Naturali di Jules Renard, combinando le sue piante di fantasia agli appunti/racconti dello scrittore: “un libro che mi avevano regalato da bambino, ma che ho letto solo in questa occasione, scoprendo un testo meraviglioso con osservazioni su una natura semplice, non esotica.” &#8211; quotidiano domestico &#8211; forzando i limiti del reale con una sapiente dose d’ironia. “La quotidianità è per me il luogo più esotico e lontano. Ho sempre la sensazione di stare chiuso in una prigione &#8211; un’idea platonica &#8211; come un canarino in gabbia. Si tratta, poi, di riuscire a dare un senso al mangime, alla mangiatoia, al trespolo…”.<br />
<em>Serafhaus</em> è la sintesi di costanti sperimentazioni – una sorta di “personale atelier volante di Luigi Serafini”, come lo definisce il curatore Umberto Zampini &#8211; che include dipinti, pastelli, neon, installazioni, disegni al computer e oggetti di design: la lampada a forma di testa di cervo (Silver Deer, 2004/2005) è un trofeo decisamente “illuminato”; le teiere con manici e beccuccio che interpretano liberamente un motivo tradizionale della ceramica di Deruta; quanto alle brocche di ceramica in smalto opaco, raffigurano figure di fauni ubriachi, il cui corpo è un grappolo d’uva: “il fauno ha perso la testa, si è ubriacato e, più che versare l’acqua, la fa uscire fuori come un rutto.”.<br />
Leitmotiv della mostra è l’uovo, presente &#8211; oltre che nella grande installazione &#8211; anche in altri lavori. In <em>Il trionfo della Grande Pollarola</em> (2001), dipinto digitale sotto plexiglass che nasce dall’elaborazione di un’opera del passato, ad esempio piovono uova dal cielo e l’uovo – sodo o à la coque – diventa attributo del potere divino e terreno. Pezzi di gusci di uovo, poi, sono sparpagliati sulla superficie di un tavolo bianco, anch’esso disegnato dall’artista. “L’uovo è un oggetto molto semplice, familiare.” – spiega Serafini – “Un uovo c’è sempre nel frigorifero. Si risolvono situazioni drammatiche con l’uovo e la scatoletta di tonno. Le implicazioni, poi, sono tante: dalla struttura geometrica del guscio, ai riferimenti simbolici… chiunque può leggerci qualsiasi cosa.”.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/luigi_serafini-trionfo_grande_pollarola.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8587" title="luigi_serafini-trionfo_grande_pollarola" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/luigi_serafini-trionfo_grande_pollarola.jpg" alt="luigi_serafini-trionfo_grande_pollarola" width="150" height="200" /></a>Rielaborate, ingrandite e presentate sotto plexiglass, alcune tavole del celebre <em>Codex Seraphinianus</em> (1976/2010), concepito dall’artista, alla fine degli anni Settanta, come una sorta di enciclopedia con parti scritte e disegnate. “Da un giorno all’altro, cominciai a disegnare fogli poco più grandi del formato A4, tavole che presero una forma di scrittura e disegno. Ci lavorai per circa due anni, poi cercai un editore perché volevo farne un libro. L’idea era di mettere ‘in rete’ la mia opera, in tempi in cui internet ancora non esisteva. Credo che il Codex faccia parte di quell’umore generale, in cui si avvertiva la necessità di una comunità basata sulle connessioni, di usare la fantasia come elemento jolly che permettesse un incontro. La difficoltà fu trovare l’editore, inseguendo un’idea di libro con scrittura non leggibile. In realtà, la non leggibilità significava il massimo di comunicabilità, proprio perché era aperto a tutte le letture.”.<br />
E’ stato un libro fortunato, il <em>Codex Seraphinianus</em>, tanto che è in cantiere una nuova edizione. Ed è stato il link per incontrare due personaggi straordinari, con cui l’artista ha avuto modo di collaborare: Ettore Sottsass e Federico Fellini. “Fanno parte anche loro della connessione. Quando ho creato il libro, è come se mi fossi messo sull’elenco telefonico &#8211; in rete &#8211; dicendo sono esperto in fantasia, esattamente nel senso in cui intendiamo oggi il sito internet, l’home page. Tutti i contatti sono avvenuti attraverso il libro, a dimostrazione di quanto sia una metafora di internet.”.</p>
<p style="text-align: justify;">L’artista, che proviene da una formazione in architettura, nel 1981 prende parte al gruppo Memphis, coinvolto dallo stesso Sottstass. Quanto a Fellini, anche a lui arrivò la tipica telefonata mattutina, a cui seguì il dubbio (comprensibile) che si trattasse di uno scherzo. “Fellini quando aveva una curiosità andava diretto alla fonte. Così mi sono trovato a lavorare nel suo ultimo film, ‘La voce della luna’. Girare un trailer di un film di Fellini era impossibile, così fui chiamato per fare un disegno che desse un’idea del film. Feci una serie di disegni ispirati al libro di Cavazzoni e venne fuori un’immagine notturna in cui Federico aveva la canna da pesca e pescava la luna, probabilmente sulla spiaggia di Rimini o qualcosa del genere. L’idea della cattura della luna, con la canna e il filo, gli piacque così tanto che la introdusse anche nel finale del film.”.</p>
<p>© CultFrame 05/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Luigi Serafini. A la coque comme à la coque, 2007/2010. Installation<br />
2 Luigi Serafini. Storie naturali: Rubus Auriflammeus, 2009. C-print on cotton paper, plexiglass, aluminium. cm150&#215;100<br />
3 Luigi Serafini. Il trionfo della Grande Pollarola, 2001. Digital painting on cotton paper. cm75&#215;125</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 6 maggio al 3 luglio 2010<br />
LipanjePuntin arte contemporanea / Via di Montoro 10, Roma / Telefono: 0668307780 / info@lipuarte.it<br />
Orario: martedì &#8211; sabato 14.00 – 20.00 o su appuntamento / chiuso domenica e lunedì / ingresso libero<br />
A cura di Umberto Zampini</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.lipanjepuntin.com/" target="_blank">LipanjePuntin arte contemporanea, Roma</a></p>
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		<title>Venetian Impressions. Mostra di Gerry Fox</title>
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		<pubDate>Wed, 19 May 2010 14:17:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Colia</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte]]></category>
		<category><![CDATA[artisti inglesi]]></category>
		<category><![CDATA[Gerry Fox]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mostre londra]]></category>

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		<description><![CDATA[Soffermarsi a guardare un quadro finché si ha la sensazione di vivere dentro la sua realtà parallela; una realtà bidimensionale, ma, per la nostra mente, piena di infiniti spazi e possibilità.  E se il quadro rappresenta uno scorcio di vita passata, si può trascorrere il tempo indagandone le superfici alla ricerca di un proseguimento possibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/gerry_fox-after_manet.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8594" title="gerry_fox-after_manet" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/gerry_fox-after_manet.jpg" alt="gerry_fox-after_manet" width="300" height="169" /></a>Soffermarsi a guardare un quadro finché si ha la sensazione di vivere dentro la sua realtà parallela; una realtà bidimensionale, ma, per la nostra mente, piena di infiniti spazi e possibilità.  E se il quadro rappresenta uno scorcio di vita passata, si può trascorrere il tempo indagandone le superfici alla ricerca di un proseguimento possibile del racconto, o, semplicemente, chiedersi come doveva essere trovarsi là, nell’esatto momento in cui l’artista stendeva i suoi colori. Respirando la stessa aria, percependo gli stessi suoni.<br />
Sembra partire da questa idea, l’ultima serie di installazioni video realizzate da Gerry Fox per Gallery Eleven.<br />
Fox ha vinto numerosi premi per le sue installazioni, dedicandosi di volta in volta a catturare soggetti diversi, dalle biografie di artisti contemporanei (<a href="http://www.cultframe.com/2009/12/jack-freak-pictures-mostra-gilbert-george/">Gilbert and George</a>, <a href="http://www.cultframe.com/2006/07/marc-quinn-mostra-monografica/">Marc Quinn</a>, <a href="http://www.cultframe.com/2009/04/gerhard-richter-portraits-una-mostra-a-londra/">Gerhard Richter</a> e <a href="http://www.cultframe.com/2008/10/visioni-interiori-mostra-di-bill-viola/">Bill Viola</a>), alla Londra meno turistica (<em>Living London</em>), fino all’opera presentata alla Biennale di Venezia (<em>Venice in Venice</em>), realizzata nel corso di cinque anni e proiettata nelle sale di Palazzo Dona delle Rose, nel 2009.<br />
E proprio Venezia è la protagonista dei nuovi lavori di Fox.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/gerry_fox-after_sargent.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-8595" title="gerry_fox-after_sargent" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/gerry_fox-after_sargent.jpg" alt="gerry_fox-after_sargent" width="400" height="225" /></a><br />
Ispirandosi alle vedute della Laguna dipinte da Turner, Sargent, Manet, Monet e Renoir, l’artista è riuscito a ritrovare gli stessi scorci, ricreando le scene dei dipinti per mezzo di figuranti in costume e di una gondola originale dell’Ottocento. Ha poi filmato in 35mm, evitando accuratamente tutte le possibili intrusioni moderne. Infine, i filmati sono stati manipolati in digitale, per ricreare la tessitura dei quadri, le pennellate impressioniste e le vibranti macchie di colore ad olio. Il risultato è assolutamente affascinante.<br />
Inserito in una cornice d’epoca, il video attrae con la qualità di un vero dipinto e, al contempo, sorprende per la scena che si svolge lentamente davanti allo spettatore, La gondola che si avvicina, placida, rivelando qualche indizio della sua occupante imbellettata, lo sciabordio di una barca a vela ormeggiata al tramonto, le alghe sulle scale di un palazzo antico, lambito dall’acqua, o una donna di altri tempi, che attraversa un ponte a passo spedito.<br />
Il tutto condito da colori luminosi e vibranti, come quelli di una tavolozza di due secoli fa.</p>
<p style="text-align: justify;">La Eleven Fine Art è una piccola galleria, di sapore antico, nel cuore di Westminster. Inaugurato nel 2005 da Charlie Phillips, già fondatore della rinomata Haunch of Venison, lo spazio è molto semplice, pareti bianche e pavimento in legno, per dare pieno risalto alle opere. La temporalità della mostra è sovvertita dalla natura stessa delle opere di Fox. Le installazioni, suscettibili alle mutazioni di luce e atmosfera, saranno attive ventiquattr’ore su ventiquattro, così che i passanti possano scorgerle dalla vetrina vittoriana anche durante la notte.</p>
<p>© CultFrame 05/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Gerry Fox. After Manet, 2010. 35 mm film transferred to Blu-Ray disc. Courtesy of Eleven, London<br />
2 Gerry Fox. After Sargent, 2010. 35 mm film transferred to Blu-Ray disc. Courtesy of Eleven, London</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 28 aprile al 28 luglio 2010<br />
Eleven Fine Art / 11 Eccleston Street, Londra / Telefono: + 44 (0)2078235540<br />
Orario: martedì, mercoledì e venerdì 11.00 &#8211; 18.00 / giovedì 11.00-19.00 / sabato 11.00 &#8211; 16.00 / Ingresso libero</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.gerryfox.com/" target="_blank">Il sito di Gerry Fox</a><br />
<a href="http://www.elevenfineart.com/index.asp" target="_blank">Eleven Fine Art, Londra</a></p>
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