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	<title>CultFrame - Arti visive</title>
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		<title>Norwegian Wood. Un film di Tran Anh Hung. 67a Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia. Concorso</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 17:03:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È molto difficile raccontare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta in modo realmente toccante e senza inutili patetismi. Allo stesso tempo, è estremamente complicato cercare di tradurre in immagini il senso, per nulla svenevole, delle sofferenze d’amore. Ancora più complesso è addentrarsi nel labirinto della condizione umana e nelle pieghe del dolore privato di chi tenta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/anh_hung_tran-norwegian_wood.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8995" title="anh_hung_tran-norwegian_wood" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/anh_hung_tran-norwegian_wood.jpg" alt="anh_hung_tran-norwegian_wood" width="295" height="235" /></a>È molto difficile raccontare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta in modo realmente toccante e senza inutili patetismi. Allo stesso tempo, è estremamente complicato cercare di tradurre in immagini il senso, per nulla svenevole, delle sofferenze d’amore. Ancora più complesso è addentrarsi nel labirinto della condizione umana e nelle pieghe del dolore privato di chi tenta disperatamente di diventare adulto e di dare un significato a un’esistenza che significato non ha.<br />
Tenta di fare tutto ciò, il cineasta (nato nel ex Regno del Laos) Tran Anh Hung, con un film di raro equilibrio ed eleganza. L’opera si intitola <em>Norwegian Wood</em> ed è tratta dal romanzo omonimo di Haruki Murakami.<br />
Il protagonista, un giovane solitario e appassionato di libri, si inoltra in un percorso esistenziale ricco di insidie e sofferenze, consapevole di non poter sfuggire alla sua condizione e al suo destino. Amori terribilmente angosciosi ma anche impossibili da evitare, attrazioni e pulsioni erotiche nascoste e ricche di sfumature, la vita quotidiana, la solitudine, il disagio psichico e il desiderio di una vita normale, la malattia e la morte, il suicidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Quello dipinto da Tran Anh Hung è il tragico e insensato baraccone della vita visto attraverso lo sguardo di un ragazzo, certamente non convenzionale, che intende portare avanti le proprie relazioni senza inseguire la vacuità di un’esistenza senza domande e senza responsabilità nei riguardi delle persone che si amano.<br />
Unico vero difetto del film è una lunghezza forse eccessiva (la durata è di 133 minuti).<br />
A parte ciò <em>Norwegian Wood</em> è un lungometraggio di indubbio spessore registico e stilistico che trova nella visione estetica del suo autore un’architettura espressiva di grande pregio.<br />
L’estetica di Tran Anh Hung non ha comunque nulla a che fare con un’impostazione “leccata” e patinata delle immagini, ha invece a che vedere con quella “percezione del sentimento” che è rintracciabile in tutte quelle opere visuali (cinema, fotografia, video) che non sono impostate secondo un’organizzazione superficiale e prevedibile degli elementi linguistici su cui sono basate.  In sostanza, l’autore non insegue “il bello” e non cerca banalmente “il raffinato” ma produce nello spettatore sensazioni profonde, devastanti, grazie all’evidente e straniante densità espressiva delle sue inquadrature e dei suoi fluidi e morbidi movimenti di macchina, fattori questi ultimi per nulla utilizzati in modo freddo e tecnicistico.</p>
<p>© CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />TRAMA</span><br />
Toru Watanabe è uno studente giapponese che va a Tokio a studiare, ma anche a lavorare. La sua è una vita solitaria: studio, libri e dormitorio. Un giorno di innamora di Naoko, una ragazza che ha una grave sofferenza psichica e che alcuni anni prima era la ragazza del suo migliore amico, morto suicida. Dopo qualche tempo Watanabe incontra Midori, fanciulla delicata e soave di cui si innamorerà perdutamente. Il loro amore però potrà iniziare solo dopo la morte di Naoko.</p>
<p><span class="rossobold">CREDITI</span><br />
Titolo: Norwegian Wood / Regia:  Tran Anh Hung / Sceneggiatura: Tran Anh Hung. Tratto dal romanzo omonimo di  Haruki Murakami / Fotografia: Mark Lee Ping Bin / Montaggio: Mario Battistel / Scenografia: Yen Khe Luguera, Norifumi Ataka / Musiche: Jonny Greewood / Interpreti: Kenichi Matsyama. Rinko Kikuchi, Kiko Mizuhara / Produzione: Shinji Ogawa, Masso Teshima, Chihiro Kaneyama / Origine: Giappone, 2010 / Durata: 133 minuti</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a></p>
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		<title>Happy Few. Un film di Antony Cordier. 67a Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia. Concorso</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 16:36:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Saracino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Anche se si è felici, ci si aspetta sempre che accada qualcosa”. Questo è ciò che pensa Rachel, felicemente sposata con Franck e madre di una bimba, che nell’incontro con Vincent sente nascere dentro di sé una nuova consapevolezza, quella di sperimentare un altro modo di stare insieme al suo compagno, un modo più libero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/antony_cordier-happy_few.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8989" title="antony_cordier-happy_few" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/antony_cordier-happy_few.jpg" alt="antony_cordier-happy_few" width="295" height="235" /></a>“Anche se si è felici, ci si aspetta sempre che accada qualcosa”. Questo è ciò che pensa Rachel, felicemente sposata con Franck e madre di una bimba, che nell’incontro con Vincent sente nascere dentro di sé una nuova consapevolezza, quella di sperimentare un altro modo di stare insieme al suo compagno, un modo più libero e svincolato dai clichè che possa rendere entrambi più forti del loro legame e del loro amore. Non un “semplice” scambio di coppia ma un ménage di eccitante complicità fatto di sesso e di puro godimento. Un gioco iniziale destinato però a trasformarsi in qualcos’altro, in una sorta di “sistema” in cui esistono, o meglio, devono esistere delle regole anche se nessuno ne ha mai stabilita una e, sfuggendo al controllo dei quattro protagonisti, le due storie incrociate finiscono per smarrire l’iniziale felice stordimento in una inquietante ragnatela di sospetti e di bugie che intrappolerà ogni loro sicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">In <em>Happy Few</em>, Cordier intreccia le vite di Rachel e Franck con quelle di Vincent e Teri per costruire un racconto che risulta, fin dalle prime scene, artificioso e non privo di una certa presunzione. La ricerca di “altro” al di fuori della coppia non è certamente un tema originale ma, in questo caso, si trasforma in una narrazione irritante, sovente noiosa e desolatamente intervallata da momenti di involontaria comicità. Cordier sta addosso ai suoi protagonisti con la macchina da presa, per coglierli in ogni momento della loro “ricerca” immortalandoli, tuttavia, in un erotismo che non va mai oltre la banalità, la stessa che pervade i dialoghi e le situazioni il cui senso si smarrisce, inquadratura dopo inquadratura, in una trita ovvietà. Se, come scriveva Dylan Thomas, “qualche certezza deve pur esserci: se non di amare bene, almeno di non amare”, Cordier pare non avene alcuna se non quella di una desolante prevedibilità narrativa priva di autenticità e di ispirazione.</p>
<p>© CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />TRAMA</span><br />
Rachel lavora in un laboratorio orafo e quando incontra Vincent, uno dei suoi clienti, prova per lui un’attrazione immediata. Decide così di organizzare una cena con i loro rispettivi coniugi, Franck eTeri, sperando che anche tra loro possa nascere qualcosa. Le due coppie iniziano a frequentarsi e, di comune accordo, si tradiscono tra loro. Un ménage che, sulle prime, sembra andare a gonfie vele ma, dopo qualche tempo, fa emergere tensioni e contrasti che porteranno ad un inevitabile epilogo.</p>
<p><span class="rossobold">CREDITI</span><br />
Film: Happy Few / Regia: Antony Cordier / Sceneggiatura: Antony Cordier, Julie Peyr / Fotografia: Nicolas Gaurin / Montaggio: Christel Dewynter / Interpreti:Marina Fois, Roschdy Zem, Elodie Bouchez, Nicolas Duvauchelle / Produzione: Wild Bunch / Francia 2010 / Durata: 103 minuti</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a></p>
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		<title>Miral. Un film di Julian Schnabel. 67a Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia. Concorso</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 16:18:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Volete sapere quale può essere l’operazione più semplice e scontata nell’ambito dell’attività cinematografica di oggi? Girare un film politicamente corretto e puntato sulle coordinate mentali di un pubblico che, per ovvie ragioni (e non per colpa), conosce solo la superficie degli eventi storici. Ci vogliono poi i seguenti elementi: una vicenda politica che induce lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/julian_schnabel-miral.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8984" title="julian_schnabel-miral" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/julian_schnabel-miral.jpg" alt="julian_schnabel-miral" width="295" height="235" /></a>Volete sapere quale può essere l’operazione più semplice e scontata nell’ambito dell’attività cinematografica di oggi? Girare un film politicamente corretto e puntato sulle coordinate mentali di un pubblico che, per ovvie ragioni (e non per colpa), conosce solo la superficie degli eventi storici. Ci vogliono poi i seguenti elementi: una vicenda politica che induce lo spettatore a schierarsi dalla parte giusta, una buona dose di patetismo, una bella protagonista. E il gioco è fatto.<br />
Ora, non intendiamo dire che <em>Miral</em>, ultimo film del pittore-cineasta Julian Schnabel, sia un’opera interamente basata su tale architettura registico-produttiva, poiché le intenzioni di Schnabel sono certamente nobili, alte e piene di partecipazione emotiva. Vogliamo solo sostenere che nonostante sia un film incentrato su tematiche di grandissimo spessore la sua sostanza cinematografica (intendiamo proprio lo specifico filmico) finisce per fare acqua da tutte le parti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’aspetto più debole dell’intera operazione riguarda la sua base narrativa. La sceneggiatura, firmata da Rula Jebreal, è fragile, piena di buchi, basata su alcuni raccordi evanescenti e forzati. La vicenda vorrebbe essere fluida e invece è singhiozzante, mentre i personaggi appaiono più come degli stereotipi mediatici che come dei ritratti sinceri di individui costretti a una vita dolorosa e tragica. Si tratta in sostanza di un racconto sostenuto da un’impalcatura  traballante che si poggia solo su una visione ideologica del gigantesco dramma del Medio Oriente. Lo sguardo di Jebreal e Schnabel non va oltre la storia, pur dolente ed emotivamente toccante, di Miral. I continui inserti di materiale di repertorio non contribuiscono a chiarire in modo preciso il quadro, estremamente complesso e angoscioso, della situazione palestinese (nonché di quella israeliana). A ciò si aggiunge una scelta fotografico-registica di Schnabel che esalta lo stereotipo della luce mediorientale, sempre calda e avvolgente.<br />
Come non notare poi l’uso, totalmente gratuito, di sfocature all’interno delle inquadrature, senza che questo potente elemento di linguaggio visuale abbia un senso.</p>
<p style="text-align: justify;">Il personaggio di Miral, incentrato sulla figura della stessa giornalista italo-palestinese autrice della sceneggiatura, è interpretato da Freida Pinto, attrice dal volto certamente straordinario ma a nostro avviso non dotata di grandissimo talento.<br />
Incomprensibile la presenza nel cast di Willem Dafoe, nel ruolo inconsistente di un colonnello americano in servizio presso le Nazioni Unite, così come quella di Vanessa Redgrave.<br />
Infine una notazione. Miral è un film che non mette certo in buona luce la parte israeliana (anzi abbondano poliziotti e militari feroci). Eppure, tra i co-produttori dell’opera c’è anche un importante regista israeliano come Eran Riklis, già autore di significativi film come <a href="http://www.cultframe.com/2005/07/la-sposa-siriana-film-eran-riklis/"><em>La sposa siriana</em></a> e <em>Il giardino di limoni</em>.</p>
<p>© CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
TRAMA</span><br />
Miral è una giovane ragazza palestinese che vive a Gerusalemme Est. La sua esistenza si divide tra il padre e il collegio nel quale è cresciuta, accudita dall’amorevole insegnante Hind Usseini. Con il passare del tempo, Miral prende coscienza della condizione del popolo palestinese ed entra in contatto con i gruppi che si oppongono all’occupazione israeliana. Sarà l’inizio di un periodo difficile che la vedrà entrare in un carcere. All’uscita dalla prigione e dopo un periodo di isolamento presso una zia a Haifa, Miral fa ritorno a Gerusalemme Est. È giunto però il momento di trovare un po’ di serenità. Così la sua insegnante le farà avere una borsa di studio per l’Italia.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="580" height="360" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/9Tra6cCmM9c?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="580" height="360" src="http://www.youtube.com/v/9Tra6cCmM9c?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;rel=0&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><span class="rossobold"><br />
CREDITI</span><br />
Titolo: Miral / Regia: Julian Schnabel / Sceneggiatura: Rula Jebreal / Direttore della Fotografia: Eric Gautier / Montaggio: Juliette Weflfling / Scenografia: Yoel Herzberg / Interpreti: Freida Pinto, Hiam Abbas,Yasmine Al Massri / Produzione: Pathè, Er Production, Eagle Pictures, India Take One Productions / Distribuzione: Eagle Pictures / Paese: Italia, Israele, India, Francia / Anno: 2010 / Durata: 112 minuti</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.cultframe.com/2008/02/lo-scafandro-e-la-farfalla-un-film-di-julian-schnabel/"><strong>CULTFRAME. Lo scafandro e la farfalla. Un film di Julian Schnabel</strong></a><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a><br />
<a href="http://www.eaglepictures.com/" target="_blank">Eagle Pictures</a></p>
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		<title>La pecora nera. Un film di Ascanio Celestini. 67a Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia. Concorso</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 15:51:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Saracino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il manicomio non è che un condominio, anzi, è un “condominio di santi dove il dottore è il più santo di tutti ed è come Gesù Cristo”. Così Nicola, nella sua testa “elettrica”, illuminata da lampi di imprevedibile lucidità, definisce l’istituto dove vive da 35 anni. Nato nei “favolosi anni Sessanta”, ha trascorso la sua [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/ascanio_celestini-la_pecora_nera.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8979" title="ascanio_celestini-la_pecora_nera" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/ascanio_celestini-la_pecora_nera.jpg" alt="ascanio_celestini-la_pecora_nera" width="295" height="235" /></a>Il manicomio non è che un condominio, anzi, è un “condominio di santi dove il dottore è il più santo di tutti ed è come Gesù Cristo”. Così Nicola, nella sua testa “elettrica”, illuminata da lampi di imprevedibile lucidità, definisce l’istituto dove vive da 35 anni. Nato nei “favolosi anni Sessanta”, ha trascorso la sua infanzia con una nonna “nata vecchia” e le sue galline le cui uova potevano fungere, all’occorrenza, da merce di baratto per ottenere una promozione immeritata o  qualche vecchio abito usato ma ancora buono da portare. Una miseria, quella che ha visto crescere Nicola, che ha impoverito soprattutto l’anima. Nessun barlume d’amore, né dal padre, né dai fratelli, se non un’infantile passione per la compagna di classe Marinella che un giorno gli disse “ti avrei amato se mi avessi creduto” e su quel “se” il ragazzino immaginò storie e avventure, partendo per un viaggio marziano destinato a confinarlo per sempre nell’Istituto dei  “matti”. Celestini narra così una favola tragica dove la follia e la fantasia sembrano essere due facce della stessa, mai spendibile, moneta. Nicola cerca la “normalità” nel suo mondo che, rispetto a quello esterno, sembra essere del tutto simile. Ma è solo apparenza perché lì fuori, oltre quei cancelli che i “matti” – come quelli delle barzellette -  forse non vogliono  scavalcare mai, c’è la paura di non farcela e, ancor peggio, quella che Nicola pare suscitare negli altri, come nello sguardo di Marinella, compagna ritrovata e mai dimenticata, che nutre per lui tenerezza e orrore, alla stregua di un personaggio di una fiaba affascinante e spaventosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Tratto dal suo omonimo libro, il film di Celestini non ha la forza deflagrante dei suoi monologhi a teatro e la parola perde ogni struggimento nella voce narrante che fa da sottofondo. La tragedia che si consuma nella mente di Nicola resta alla superficie, senza raggiungere mai la profondità del dolore. Come la filastrocca che il protagonista canticchia a se stesso, il film si limita a reiterare le immagini smarrendo l’ipnotico stordimento della ripetizione, inteso come simbolo di delirio privato. Dopo i documentari “Senza paura” e “Parole sante”, Celestini debutta nel lungometraggio con una prova coraggiosa ma deludente la cui purezza delle intenzioni risulta, al cinema, purtroppo inefficace.</p>
<p>© CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />TRAMA</span><br />
Nicola è sempre stato un ragazzino diverso dagli altri. Un’infanzia trascorsa con la nonna, una mamma morta giovane e pazza e un padre e due fratelli grandi che lo hanno sempre ignorato. Da 35 anni vive nell’Istituto, “protetto” nel suo mondo che non gli sembra tanto diverso da quello esterno dove, però, l’unica cosa che sembra non potersi mai consumare è la paura.</p>
<p><object width="560" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/Y9sEt-waknE?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/Y9sEt-waknE?fs=1&amp;hl=it_IT&amp;color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="560" height="340"></embed></object></p>
<p><span class="rossobold">CREDITI</span><br />
Film: La pecora nera / Regia: Ascanio Celestini / Sceneggiatura: Ascanio Celestini, Ugo Chiti, Wilma Labate dal libro “La pecora nera” di Ascanio Celestini / Fotografia: Daniele Ciprì / Montaggio: Giogiò Franchini / Interpreti: Ascanio Celestini, Giorgio Tirabassi, Maya Sansa, Luisa De Santis, Nicola Rignanese, Barbara Valmorin, Teresa Saponangelo, Luigi Fedele / Produzione: Passione / Distribuzione: BIM / Italia 2010/ Durata: 93 minuti</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a><br />
<a href="http://www.bimfilm.com/" target="_blank">BIM</a></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>The Family and the Land. Mostra di Sally Mann</title>
		<link>http://www.cultframe.com/2010/09/the-family-and-the-land-mostra-sally-mann/</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Sep 2010 15:17:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Claudia Colia</dc:creator>
				<category><![CDATA[FOTOGRAFIA]]></category>
		<category><![CDATA[eventi e mostre]]></category>
		<category><![CDATA[fotografe americane]]></category>
		<category><![CDATA[mostre fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[mostre londra]]></category>
		<category><![CDATA[Sally Mann]]></category>

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		<description><![CDATA[Le immagini decadenti di Sally Mann hanno il potere di rimanere vitali in una dimensione senza tempo, ci parlano di amore e morte con toni intimi, intrisi di nostalgia.
La retrospettiva alla Photographers’ Gallery è la prima mostra di questa artista in Gran Bretagna e l’occasione per esplorare il suo lavoro attraverso una selezione di opere [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sally_mann-candy_cigarette.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8972" title="sally_mann-candy_cigarette" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sally_mann-candy_cigarette.jpg" alt="sally_mann-candy_cigarette" width="300" height="242" /></a>Le immagini decadenti di Sally Mann hanno il potere di rimanere vitali in una dimensione senza tempo, ci parlano di amore e morte con toni intimi, intrisi di nostalgia.<br />
La retrospettiva alla Photographers’ Gallery è la prima mostra di questa artista in Gran Bretagna e l’occasione per esplorare il suo lavoro attraverso una selezione di opere significative. Mann si è resa famosa per le sue fotografie di grande formato con cui, in un bianco e nero sensuale e a tratti gotico, ha ritratto i suoi tre figli nell’ambiente rurale ed incontaminato della Virginia. Scattati nello spazio di dieci anni, i ritratti di questi fanciulli, nella loro nudità selvatica e asessuata, affrontano il tema dell’intimità tra madre e figlio e il rapporto tra i corpi e la natura, mediante un approccio idilliaco, vagamente vittoriano.<br />
Quando fu esibito, questo lavoro suscitò reazioni controverse nel pubblico americano, specialmente in relazione alla nudità dei bambini, percepita come ambigua e troppo sensuale.<br />
Nelle foto, composte accuratamente, la posa dei corpi rivela di certo una bellezza oscura, ma qui la sessualità tuttavia è ancora latente, un elemento di cui non si ha piena coscienza. I boschi e il fiume diventano, paesaggio surreale, selvaggio giardino dell&#8217;Eden, in cui la natura di volta in volta e amica o nemica, e l&#8217;innocenza può essere minacciata da apparizioni improvvise e inquietanti. Un idillio costantemente disturbato dalla possibilità di una morte non tanto fisica quanto metaforica, venato impercettibilmente dai primi cenni di quella confusione e insicurezza che l&#8217;inizio della pubertà porta sempre con sé.<br />
Successivamente, Mann abbandona il mezzo fotografico contemporaneo per rivolgersi a metodi antichi, utilizzando, sulle orme dei pionieri della metà dell&#8217;Ottocento, una macchina fotografica ultracentenaria e lastre di collodio umido 8&#215;10, per esplorare la natura selvaggia e misteriosa del profondo sud.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sally_mann-face_virginia.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8973" title="sally_mann-face_virginia" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sally_mann-face_virginia.jpg" alt="sally_mann-face_virginia" width="196" height="250" /></a>La materia interagisce con il soggetto. Il supporto sensibile, durante l’esposizione, è ricettivo all’ambiente in cui è immerso. Vi si possono depositare polvere, insetti, o l’emulsione in eccesso può colare lungo la lastra. Un furgone, trasporta gli strumenti, ma funge anche da camera oscura portatile.<br />
Esplorando i campi di battaglia della guerra civile americana, là dove un tempo centinaia di vite furono spezzate, l&#8217;artista va in cerca di tracce e ferite ancora fresche, riavvia la trama di racconti ormai perduti nell&#8217;intricato groviglio di radici, rami e fogliame.<br />
Quello che emerge dal viaggio è &#8216;Deep South&#8217;, 65 scatti a metà tra documento e suggestione onirica, in cui le valenze da dagherrotipo concorrono alla creazione di un’immagine d’altri tempi, in cui aleggiano fantasmi.<br />
La meditazione sulla morte, intesa come decadimento organico e fusione ultima tra corpo e natura, è enunciata dall&#8217;immagine suggestiva di un gruppo di mangrovie, che emergono da un banco di nebbia, quasi metafora di ossa contorte condannate all&#8217;oblio in fosse umide e remote.<br />
La contemplazione del rapporto tra la morte e la terra, che inghiotte, trasforma, cancella, è il tema centrale di &#8216;What Remains&#8217;, un progetto singolare, ospitato nell&#8217;ultima sala del percorso espositivo londinese.<br />
Mann si spinge oltre, e trasporta la sua attrezzatura vittoriana al Forensic Anthropology Centre dell&#8217;Università del Tennessee.<br />
Qui, con approccio empirico e una curiosità scevra da macabri voyeurismi, l&#8217;artista punta l&#8217;obiettivo sui corpi lasciati, per scopi di ricerca scientifica, a decomporre nel bosco,<br />
Quello che rimane è altro, ricorda pieghe di tessuto, bucce di agrumi, fili d&#8217;erba secca, e le orbite ormai vuote si dissolvono nel fango. La morte è catturata con dignità, e la bellezza spaventosa e inquietante dei corpi in disfacimento, accoccolati nella madre terra in un viluppo definitivo, viene osservata con sguardo discreto e pietoso. Inutile dire che anche questo progetto non ha avuto vita facile.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sally_mann-scarred_tree.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8974" title="sally_mann-scarred_tree" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/sally_mann-scarred_tree.jpg" alt="sally_mann-scarred_tree" width="300" height="238" /></a>Dal documentario di 80 minuti, girato da Steve Canton, che accompagna l’esposizione londinese, si evince che la ricezione di pubblico e galleristi è stata inizialmente ostile e diffidente, forse anche perché, in una società narcisista come quella odierna, in cui affrontare il tema della morte e del decadimento organico significa infrangere un tabù, la fascinazione gotca e provocante delle foto di Sally Mann solleva questioni scomode.<br />
Dalla ineluttabilità della morte alle speranze della giovinezza, l’intensità dello scatto torna ad espandersi in un tempo rallentato e l’artista ritrova un dialogo con i figli, ormai grandi, nella serie di ritratti intitolata ‘Faces’.<br />
La realizzazione di questi scatti ha obbligato i soggetti a lunghe sedute, con pose di almeno cinque minuti, fissandoli in una dimensione di reciprocità e scambio tra tempo e materia. I primi piani catturati dalla lastra mostrano volti eterei, intensi, che sembrano emergere da acque profonde, come l’affiorare di un ricordo.<br />
E anche queste immagini sembrano riflettere quel paradosso enunciato da Barthes, la comprimaria assenza e presenza, nonché la doppia posizione di realtà e passato, del medesimo oggetto referenziale.</p>
<p>© CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Sally Mann. Candy Cigarette, 1989, from Immediate Family. © Sally Mann. Courtesy Gagosian Gallery<br />
2 Sally Mann. Virginia #42, 2004, from the series Faces. © Sally Mann. Courtesy Gagosian Gallery<br />
3 Sally Mann. Scarred Tree, 1996, from the series Deep South. © Sally Mann. Courtesy Gagosian Gallery</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dall’8 giugno al 19 settembre 2010<br />
The Photographers’ Gallery / 16 – 18 Ramillies Street, Londra / Telefono: +44(0)8452621618<br />
Orario: martedì, mercoledì, sabato 11.00 &#8211; 18.00 / giovedì e venerdì 11.00 &#8211; 20.00 / domenica 12.00 &#8211; 18.00 / chiuso lunedì / Ingresso libero</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.photonet.org.uk/" target="_blank">The Photographers’ Gallery, Londra</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Black Swan. Un film di Darren Aronofsky. 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Concorso</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 17:40:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Eleonora Saracino</dc:creator>
				<category><![CDATA[CINEMA]]></category>
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		<category><![CDATA[Darren Aronofsky]]></category>
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		<category><![CDATA[festival Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[registi americani]]></category>

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		<description><![CDATA[Chajkovskij fa danzare gli angeli e i demoni e ne Il lago dei cigni fa bagnare la purezza e la crudeltà in un balletto immortale in cui si ripete l’eterno duello tra il bene e il male. Nina entra così, sulle punte,  in un universo di contrasti e suggestioni dove la danza si converte in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/darren_aronofsky-black_swan.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8961" title="darren_aronofsky-black_swan" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/darren_aronofsky-black_swan.jpg" alt="darren_aronofsky-black_swan" width="295" height="235" /></a>Chajkovskij fa danzare gli angeli e i demoni e ne<em> Il lago dei cigni</em> fa bagnare la purezza e la crudeltà in un balletto immortale in cui si ripete l’eterno duello tra il bene e il male. Nina entra così, sulle punte,  in un universo di contrasti e suggestioni dove la danza si converte in vita e la disciplina si trasforma in ossessione, come se ballare fosse uguale a respirare e quel costante volteggiare l’unico modo di esistere.</p>
<p style="text-align: justify;">Aronofsky mette  in scena uno spettacolo di musica e pensieri, incubi e desideri ma – purtroppo – lontano dalla misurata sensibilità che aveva dimostrato in <em>The Wrestler</em> , ricorre al mezzo di cui proprio un film come questo non aveva bisogno: l’eccesso. Dopo un inizio di folgorante bellezza, il regista sembra abbandonare la pura ispirazione per lasciarsi andare, senza freni, ad un ritmo roboante che mal si adatta alla struggente delicatezza chajkovskijana e in una costante ricerca del “coup de theatre” attinge a piene mani da quelle “trovate” ad effetto già, e fin troppe volte, viste. L’ossessione del doppio e l’immagine di un altro “oscuro” che si ama e si teme, diventano in <em>Black Swan</em> un’occasione di mero virtuosismo registico del quale Aronofsky non avrebbe bisogno di dar prova. Le note di Chajkovskij e la straordinaria bravura della Portman sarebbero bastate per fare di questo un film perfetto, una struggente metafora del dualismo esistenziale come vero “balletto” tra gli opposti: fuga e incontro, innocenza e sensualità, anima e carne… Un concentrato di pure emozioni che la protagonista racchiude in sé e rilascia, inquadratura dopo inquadratura, in un susseguirsi di espressioni intense e di sublime bellezza. La Portman, infatti, non interpreta il Cigno ma “è” il Cigno e ci regala, qui, una straordinaria prova d’attrice. Su di lei si concentrano le luci sfolgoranti della ribalta e le ombre inquietanti della disfatta e sul suo volto, emaciato ma bellissimo, si colgono gli  oscuri bagliori di quei segreti inconfessati che solo il suo specchio interiore riesce a riflettere.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa è l’anima di <em>Black Swan</em>, la suggestione profonda che emerge dalla storia e, trascendendo gli eccessi di Aronosfsky – anche grazie ad un cast in stato di grazia &#8211;  riesce (almeno in parte) a salvarla. Un film che avrebbe potuto – e meritato – di più se si fosse sottratto al gioco dell’ “effetto” e avesse scelto di narrare sottovoce, come un sussurro inquietante che fa venire i brividi o l’ultimo rantolo dell’innocente che soccombe al destino che ha segnato lui stesso.</p>
<p>©CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
TRAMA</span><br />
Nina è una ballerina che vive per la danza. Controllata da una madre ex danzatrice, la giovane si scontra con un ambiente professionale crudelmente competitivo, con l’arroganza del direttore artistico e con i propri demoni interiori. Per il Lago dei Cigni, Nina è disposta a tutto pur di ottenere il ruolo al quale dovrebbe infondere un doppia anima: la purezza del Cigno Bianco e la sensualità del Cigno Nero. In preda a sensazioni contrastanti, Nina inizia a conoscersi sotto una luce nuova.</p>
<p><span class="rossobold">CREDITI</span><br />
Titolo: Black Swan /Regia: Darren Aronofsky /Sceneggiatura: Mark Heyman, Andres Heinz, John McLaughlin /Interpreti: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder / Montaggio:Andrew Weisblum /Fotografia: Matthew Libatique /Distribuzione: Twentieth Century Fox / Usa 2010 / Durata: 103 minuti</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<strong><a href="http://www.cultframe.com/2009/03/the-wrestler-un-film-di-darren-aronofsky/">CULTFRAME. The Wrestler. Un film di Darren Aronofsky</a></strong><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html" target="_blank">Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Showtime. Un film di Stanley Kwan. 67a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Fuori Concorso</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 17:23:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[CINEMA]]></category>
		<category><![CDATA[festival rassegne]]></category>
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		<category><![CDATA[festival cinema venezia]]></category>
		<category><![CDATA[festival Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[registi cinesi]]></category>
		<category><![CDATA[Stanley Kwan]]></category>

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		<description><![CDATA[Evidentemente, la sindrome Amici deve aver colpito in modo più che devastante anche l’immaginario cinese. La trama del film di Stanley Kwan Yong xin tiao (Showtime) ripercorre (in modo del tutto involontario e casuale, ovviamente) situazioni, sensazioni e tensioni della trasmissione televisiva italiana (che a sua volta affonda le sue radici nella celebre serie Saranno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stanley_kwan-showtime.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8954" title="stanley_kwan-showtime" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/stanley_kwan-showtime.jpg" alt="stanley_kwan-showtime" width="295" height="235" /></a>Evidentemente, la sindrome <em>Amici</em> deve aver colpito in modo più che devastante anche l’immaginario cinese. La trama del film di Stanley Kwan <em>Yong xin tiao</em> (Showtime) ripercorre (in modo del tutto involontario e casuale, ovviamente) situazioni, sensazioni e tensioni della trasmissione televisiva italiana (che a sua volta affonda le sue radici nella celebre serie Saranno Famosi e in altri programmi internazionali) e ci fa pensare che i danni della globalizzazione planetaria siano ancor più devastanti di quello che si potesse immaginare. Tutti i giovani del globo, in pratica, sembrano avere le stesse penose ambizioni.</p>
<p>Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="text-align: justify;">Shanghai, città ultra-moderna, iper-tecnologica, metropoli piena di grattacieli e di caos, stimola nelle nuove generazioni post-adolescenziali solo il desiderio di dimenare i fianchi e fare intollerabili “ruote” su un palcoscenico, davanti a un pubblico di modeste pretese. Il successo, la bravura, la volontà di emergere nel mondo dello spettacolo. Cos’altro si può volere dalla vita?<br />
Kwan, però, non intende soffermarsi sull’inquietante pochezza delle aspettative dei giovani protagonisti, anzi esalta in modo estetizzante la loro crescita umana e artistica, certamente evidenziando conflitti e delusioni, ma puntando più che altro sul sentimento dell’amicizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Yong xin tiao</em> produce nello spettatore una tendenza alla noia che, oltretutto, l’apparente complessità della sceneggiatura contribuisce ad aumentare vertiginosamente. Tra salti indietro nel tempo, improvvisi ritorni al presente, intrecci di personaggi, passaggi da una Shanghai “pre-seconda guerra mondiale” a una Shanghai del terzo millennio, l’opera di Stanley Kwan finisce per incartarsi in un testa-coda spazio- temporale inutile e ridondante che crea un’insopportabile effetto ripetizione.<br />
L’impostazione da “quasi musical” rende artificiosa l’architettura della vicenda e allude a un genere preciso della storia del cinema senza però esserne propriamente parte.</p>
<p style="text-align: justify;">Si tratta, in definitiva, di un lungometraggio che vorrebbe essere moderno, che aspirerebbe mescolare i generi e comunicare attraverso una sensazione di leggerezza che a nostro avviso è solo una mancanza reale e macroscopica di sostanza cinematografica.<br />
L’ultima inquadratura fa emergere all’ennesima potenza la vacuità di cui abbiamo parlato e chiude una pellicola che certamente non occupa un posto significativo nel pur interessante panorama filmico cinese.</p>
<p>©CultFrame 09/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
TRAMA</span><br />
Shanghai. 2009. Alcuni ragazzi cinesi studiano in una prestigiosa accademia di recitazione e danza. Devono preparare lo spettacolo con il quale si diplomeranno. Il tutto davanti a un pubblico che attende con ansia la loro perfomance. La preparazione dell’evento sarà un’importante esperienza di crescita artistica e umana per l’intero gruppo, esperienza messa in parallelo con quella vissuta più di sessanta anni prima da un’altra compagnia teatrale.</p>
<p><span class="rossobold">CREDITI</span><br />
Titolo: Yong xin tiao / Titolo internazionale: Showtime /Regia: Stanley Kwan / Sceneggiatura: Jimmy Nigai /Christhoper Doyle / Montaggio: William Chang, Chan Chi Way / Scenografia: William Chang, Lan Bin / Musiche: Yoyo Yiu / Interpreti: Studenti dell’Accademia Teatrale di Shanghai, Studenti del Conservatorio di Shanghai / Produzione: Shanghai Film Group, 3 Will Kingdom, Shanghai Starlight Culture Media / Origine: Cina, Hong Kong / Anno: 2010 / Durata: 100 minuti</p>
<p><em> </em></p>
<p><em><span style="font-style: normal;"><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.labiennale.org/it/cinema/index.html" target="_blank">Mostra Internazionale d&#8217;Arte Cinematografica di Venezia</a></span> </em></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Mesopotamian Dramaturgies. Mostra di Kutlug Ataman</title>
		<link>http://www.cultframe.com/2010/07/mesopotamian-dramaturgies-mostra-di-kutlug-ataman/</link>
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		<pubDate>Thu, 29 Jul 2010 09:58:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[ARTE CONTEMPORANEA]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte]]></category>
		<category><![CDATA[artisti turchi]]></category>
		<category><![CDATA[Kutlug Ataman]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[mostre arte contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mostre roma]]></category>
		<category><![CDATA[videoarte]]></category>

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		<description><![CDATA[Un uomo vestito di nero. Piedi nudi e una benda scura che copre gli occhi. Il soggetto si allontana in una zona desertica. La luce è accecante, il cielo di un azzurro intenso. Montagne all’orizzonte.
Si tratta di Strange Space, opera video di Kutluğ Ataman, cineasta e artista turco a cui il MAXXI – Museo nazionale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-strange_space.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8902" title="kutlug_ataman-strange_space" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-strange_space.jpg" alt="kutlug_ataman-strange_space" width="112" height="200" /></a>Un uomo vestito di nero. Piedi nudi e una benda scura che copre gli occhi. Il soggetto si allontana in una zona desertica. La luce è accecante, il cielo di un azzurro intenso. Montagne all’orizzonte.<br />
Si tratta di <em>Strange Space</em>, opera video di Kutluğ Ataman, cineasta e artista turco a cui il MAXXI – Museo nazionale delle arti XXI secolo di Roma ha dedicato un’interessante personale incentrata sul progetto <em>Mesopotamian Dramaturgies </em>(curatrice Cristiana Perrella).<br />
Dopo aver visitato l’intero spazio del nuovo MAXXI ed aver subito la straordinaria architettura di Zahah Hadid, struttura che mette a dura prova la compattezza della mostra intitolata <em>Spazio</em>, l’ambiente che ospita la personale di Ataman riporta finalmente il fruitore nella condizione di riuscire a percorrere un tragitto razionale nell’ambito della produzione di un artista le cui idee sembrano ricche di spunti e di riferimenti nei riguardi di determinate condizioni socio-politiche dei popoli del Medio Oriente. Il tutto filtrato attraverso la questione dell’identità. Intorno a tale fattore ruota l’intera opera di Ataman, il quale però cerca di allargare il contesto della sua riflessione dall’impostazione soggettiva (e quindi di fatto riduttiva) tipica di queste  iniziative a quella legata al territorio, e ancor di più alla storia e alla geografia di questo territorio.<br />
Kutluğ Ataman compie, dunque, un’operazione di ampio respiro, cercando attraverso le sue elaborazioni audiovisive di guardare con lucidità la realtà del suo paese.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-journey_to_the_moon1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8903" title="kutlug_ataman-journey_to_the_moon" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-journey_to_the_moon1.jpg" alt="kutlug_ataman-journey_to_the_moon" width="300" height="225" /></a>Il fatto che Ataman sia in primo luogo un cineasta si percepisce immediatamente, dalla cura degli aspetti visuali, dall’attenzione verso il cinema documentaristico e  verso l’intervista intesa come potente elemento di comunicazione e come testimonianza che va la di là del caso singolo per divenire simbolo di un’intera situazione sociale e umana.<br />
L’autore, oltretutto, agisce chiaramente su diversi piani linguistici, mescolando fotografia, cinema, video come nel caso di <em>Journey to the Moon</em>, curiosa opera basata sulla ricostruzione di una bizzarra avventura turca aerospaziale. Ataman utilizza  materiale fotografico che viene cucito in un tessuto espressivo basato sul montaggio di interviste a intellettuali turchi. L’aspetto altamente significativo di quest’opera, oltre alla questione multilinguistica, riguarda la sostanziale impossibilità di decifrare la realtà dei fatti (a patto che si siano verificati) da parte del visitatore.<br />
Cuore dell’installazione ambientale è l’opera denominata <em>Column</em>. Si tratta di una vera e propria spirale, a base molto larga, ispirata alla Colonna Traiana di Roma. Innumerevoli vecchi monitori sono disposti lungo la spirale. I piccoli schermi presentano i primi piani di cittadini di una zona poco nota della Turchia. I loro sguardi sono fissi, anche se tendono a mutare con il passare dei secondi. Non si odono però le loro voci. Paradossale inno alla limitazione della libertà di espressione,<em> Column</em> è un’opera che fa emergere il fragoroso silenzio di chi è dimenticato dalla storia e anche dall’informazione legata all’attualità.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-dom.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8904" title="kutlug_ataman-dom" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/kutlug_ataman-dom.jpg" alt="kutlug_ataman-dom" width="300" height="183" /></a>Il soffitto dell’ambiente che ospita la personale di Ataman è occupato dalla videoinstallazione <em>Dome</em>. Prendendo spunto dagli affreschi delle chiese romane (ammirate dopo un periodo di studi passato nella capitale italiana), l’artista ha elaborato delle pseudo raffigurazioni digitali. Lo sfondo è rappresentato da cieli azzurri che ospitano soggetti volanti, vestiti in abiti moderni e dotati di oggetti di culto della società tecnologica di oggi.<br />
Infine, da segnalare la stanza nella quale si possono vedere: <em>The Complete Works of William Shakespeare</em> e <em>English As a Second Language</em>. Il primo video presenta lo scorrimento continuo dell’opera omnia del drammaturgo inglese ricopiata su pellicola 35 mm.. La seconda opera è composta, invece, da due proiezioni contrapposte che propongono le medesime inquadrature: due ragazzi ben vestiti che cercano di leggere dei testi poetici in inglese senza capire ciò che leggono.<br />
Si tratta chiaramente, in questi due ultimi casi, non solo di giochi sul linguaggio, ma di esperimenti emblematici per evidenziare la separazione di una parte del mondo rispetto alla lingua commerciale in uso nella società occidentale dominante. Ataman esamina, in questo caso, il processo di esclusione a cui vengono sottoposte le popolazioni che non ricadono sotto determinati processi di colonizzazione economica.</p>
<p style="text-align: justify;">Infine, una considerazione. <em>Mesopotamian Dramaturgies</em> è un’operazione creativa di estrema intelligenza, poiché non basata (come spesso capita nell’arte contemporanea) sullo shock pirotecnico dell’invenzione fine a se stessa ma sull’edificazione di un progetto che possiede delle basi culturali molto solide e che articola il suo discorso in un territorio ibrido, dunque complesso e moderno, nel quale non esistono confini precisi per quel che riguarda l’uso dei linguaggi audiovisivi.</p>
<p>© CultFrame 07/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />
IMMAGINI</span><br />
1 Kutlug Ataman. Strange Space, 2009, Single channel video<br />
2 Kutlug Ataman. Journey to the Moon, 2009 (still photography. 31&#215;41cm)<br />
3 Kutlug Ataman. Dome</p>
<p><span class="rossobold">INFORMAZIONI</span><br />
Dal 30 maggio al 12 settembre 2010<br />
MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo / Via Guido Reni 4/A, Roma / Telefono: 06.3223453; 06.39967350 / info@fondazionemaxxi.it<br />
Orario: martedì &#8211; domenica 11.00 &#8211; 19.00 / gio 11.00 &#8211; 22.00 / Chiuso lunedì<br />
Biglietto: intero €11 / ridotto: €7<br />
A cura di Cristiana Perrella</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.fondazionemaxxi.it/index.aspx" target="_blank">MAXXI – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo, Roma</a></p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>L’immagine contemporanea – Cinema e mondo presente. Un libro di Roberto De Gaetano</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 14:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maurizio G. De Bonis</dc:creator>
				<category><![CDATA[CINEMA]]></category>
		<category><![CDATA[libri cinema]]></category>
		<category><![CDATA[cinema libri]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio G. De Bonis]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto De Gaetano]]></category>

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		<description><![CDATA[L’aspetto più significativo di un libro basato su saggi di carattere teorico e su idee critiche è quello che potremmo definire problematico. Le teorie e le idee pongono, infatti, sempre dei problemi da affrontare da più punti di vista, da decifrare con spirito lucido, da comprendere senza posizione preconcette.
A tal proposito, decisamente stimolante è il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/roberto_de_gaetano-immagine_contemporanea.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-8895" title="roberto_de_gaetano-immagine_contemporanea" src="http://www.cultframe.com/wp-content/uploads/roberto_de_gaetano-immagine_contemporanea.jpg" alt="roberto_de_gaetano-immagine_contemporanea" width="145" height="200" /></a>L’aspetto più significativo di un libro basato su saggi di carattere teorico e su idee critiche è quello che potremmo definire problematico. Le teorie e le idee pongono, infatti, sempre dei problemi da affrontare da più punti di vista, da decifrare con spirito lucido, da comprendere senza posizione preconcette.<br />
A tal proposito, decisamente stimolante è il volume firmato da Roberto De Gaetano, edito da Marsilio nel 2010. Il titolo è <em>L’immagine contemporanea</em>, e il sottotitolo ci aiuta a comprendere la linea analitica presa dall’autore: <em>Cinema e mondo presente</em>.<br />
Chi scrive si interessa da sempre di commistione dei linguaggi visivi e di multimedialità e si è fatto un’idea del senso dell’immagine contemporanea abbastanza precisa (anche se ovviamente confutabile e criticabile come qualsiasi posizione critica).<br />
Cerchiamo di capire l’impostazione di Roberto De Gaetano, per altro molto chiara. Attingiamo dunque dalla sua introduzione: “il contemporaneo è ciò che sentiamo come emergenza; quindi ciò che diviene tale, che non è percepito fin dall’inizio come adiacente. Il contemporaneo non è l’attuale…”. Ed ancora: “Non dai dispositivi, ma dai segni è opportuno partire, per comprendere la contemporaneità. I segni si depositano sui corpi e su quei corpi particolari che sono le opere”.<br />
De Gaetano punta la sua attenzione “sull’espressione dei segni” e sul “corpo delle cose”, cercando di dare sostanza concreta alla sua impostazione teorica.<br />
Partendo da questo presupposto, l’autore dedica ampio spazio a otto film all’interno dei quali si anniderebbe l’immagine contemporanea: <em>Eyes Wide Shut </em>di <a href="http://www.cultframe.com/2010/04/stanley-kubrick-fotografo-mostra-milano/">Stanley Kubrick</a>, <em>Millennium Mambo</em> di Hou Hsiao-Hsien, <em>Lost in Translation</em> di Sophia Coppola, <a href="http://www.cultframe.com/2003/10/elephant-un-film-di-gus-van-sant/"><em>Elephant</em></a> di <a href="http://www.cultframe.com/2007/12/paranoid-park-un-film-di-gus-van-sant/">Gus Van Sant</a>, <em>In the Mood for Love </em>di Wong Kar Wai, <a href="http://www.cultframe.com/2005/12/a-history-of-violence-film-david-cronenberg/"><em>A History of Violence</em></a> di <a href="http://www.cultframe.com/2007/12/la-promessa-dellassassino-un-film-di-david-cronenberg/">David Cronenberg</a>, <a href="http://www.cultframe.com/2003/10/kill-bill-vol-1-un-film-di-quentin-tarantino/"><em>Kill Bill</em></a> di <a href="http://www.cultframe.com/2009/09/bastardi-senza-gloria-film-quentin-tarantino/">Quentin Tarantino</a> e <a href="http://www.cultframe.com/2006/03/il-caimano-film-nanni-moretti/"><em>Il caimano</em></a> di <a href="http://www.cultframe.com/2010/01/nanni-moretti/">Nanni Moretti</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ebbene, le opere utilizzate da De Gaetano per sostenere la sua tesi critica sono tutte certamente espressione di una contemporaneità che appare ambivalente e che unisce in un unico corpo i fattori che l’autore indica come componenti fondamentali del sentimento in questione: vicinanza e lontananza.<br />
Dunque, Roberto De Gaetano si concentra su un’idea di immagine contemporanea molto precisa e porta a sostegno del suo studio delle pezze d’appoggio pertinenti al suo impianto intellettuale. La nettezza della sua posizione è certamente appassionante e il cuore della sua speculazione teorica è solido e ben strutturato. Non ci si può non dirsi d’accordo con la sua posizione.<br />
Eppure, uno spazio di riflessione ulteriore si può aprire  se si lavora, come spesso facciamo noi, sull’etimologia delle parole.<br />
Contemporaneo deriva dal latino cum (insieme) – tempus (tempo) e significa ciò che è o vive nel medesimo tempo.<br />
Se riconosciamo in due esempi portati dall’autore del testo (l’immagine di Scarlett Johansson nelle trasparenze dei vetri di un Hotel a Tokio in <em>Lost in Traslation</em>, oppure il bacio tra i due adolescenti in <em>Elephant</em> prima di compiere la strage) l’essenza del concetto di immagine contemporanea, dobbiamo altresì affermare come il sentimento della contemporaneità derivi non solo “dai segni che si depositano sui corpi”, ma anche dalla natura del linguaggi visuali utilizzati dagli autori. Che Gus Van Sant produca immagini contemporanee è determinato anche dalla sostanziale vicinanza con autori del campo della fotografia come <a href="http://www.cultframe.com/2010/02/biographical-landscape-fotografie-stephen-shore/">Stephen Shore</a> e <a href="http://www.cultframe.com/2010/06/past-forward-toward-future-mostra-joel-sternfeld/">Joel Sternfeld</a>. Le immagini di Van Sant, Shore e Sternfeld sono contemporanee perché sintesi di linguaggi diversi che si sono uniti pur essendo “altri”, e perché esistono nel cum-tempus. Vivono nel medesimo tempo. La contemporaneità delle immagini è dovuta anche alla partecipazione a un sentimento espressivo condiviso, a una strada estetico-linguistica comune in grado di comunicare sensazioni dell’oggi, che non vuol dire dell’attuale, cioè del semplice risultato di un banale adeguamento al presente.<br />
Partecipare a un sentimento espressivo condiviso vuol dire anche essere portati a fondere i linguaggi, a renderli vicini e lontani allo stesso tempo (come già affermato prima), esattamente come avviene nella comunicazione pubblicitaria, nei videoclip e in determinate installazioni video-fotografiche nel campo dell’arte contemporanea.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea propugnata dall’autore de <em>L’immagine contemporanea</em> ci sembra del tutto plausibile, corretta, valida criticamente e acuta intellettualmente ma un po’ rigida e parziale.  Probabilmente, per identificare a dovere la natura dell’immagine contemporanea bisognerebbe entrare e uscire dal cinema, abbattere i confini tra le discipline visuali, attraversare il mondo del videoclip e della pubblicità costruendo una rete fatta di vicinanze e di lontananze più complessa rispetto a quella riscontrabile nel solo ambito del cinema del terzo millennio.</p>
<p>© CultFrame 07/2010</p>
<p><span class="rossobold"><br />CREDITI </span><br />
Titolo: L’immagine contemporanea / Sottotitolo: Cinema e mondo presente / Autore: Roberto De Gaetano / Editore: Marsilio / Collana: Elementi / Anno: 2010 / Pagine: 110 / Prezzo: 12,50 euro / ISBN:978-88-317-9927-0</p>
<p><span class="rossobold">LINK</span><br />
<a href="http://www.marsilioeditori.it/" target="_blank">Marsilio Editori</a></p>
<p><span class="rossobold">INDICE DEL LIBRO</span><br />
Introduzione / <em>Il sentimento della contemporaneità</em><br />
<em>Eyes Wide Shut</em>: la scena e il rituale<br />
<em>Millennium Mambo</em> o la ricerca di un destino<br />
<em>Lost in Translation</em>: la sospensione dell’evento<br />
<em>Elephant</em>: la consistenza del vuoto<br />
<em>In the Mood for Love</em> o del formalismo romandico<br />
<em>A History of Violence</em>: genealogia della violenza<br />
<em>Kill Bill</em> o della sincronizzazione<br />
<em>Il caimano</em>: un mondo senza “fuori”<br />
Note al testo<br />
Filmografia / Indice dei nomi e dei film</p>
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