
Dalla tv dei professori alla tv deficiente La Rai della seconda Repubblica di Roberta Gisotti Ciò che è divenuta la televisione pubblica negli ultimi anni è sotto gli occhi di tutti. La qualità dei prodotti realizzati è scarsa; il problema principale è che la tv di Stato, tranne che in rari casi, non è più nelle condizioni di ideare nuovi contenitori in grado di dare spazio a tutte le straordinarie professionalità che, in verità, sarebbero presenti nell’azienda televisiva nazionale.
La Rai da tempo si è adeguata ai meccanismi delle televisioni commerciali private. I palinsesti sono, infatti, in mano agli inserzionisti pubblicitari, i quali determinano la vita o la morte di una trasmissione. Tutto quindi è ideato e programmato per favorire l’ingresso di pubblicità a scapito, ovviamente, dello spessore delle trasmissioni. E tale questione non vale soltanto per gli approfondimenti culturali e giornalistici ma anche per la parte dei palinsesti destinata all’intrattenimento puro. Questo dispositivo è inoltre supportato dalla pratica ormai quasi obbligata di utilizzare sempre di più a format preconfezionati, elaboratori da società esterne (internazionali), che invadono ogni emittente (anche quelle private). Il risultato è che da tempo la Rai presenta una programmazione praticamente identica a quella di molte emittenti europee e mondiali. Basta accendere una televisione qualsiasi in un qualunque angolo del mondo per accorgersi di tale fenomeno. Per la Rai è un vero peccato, poiché questo ente ha rappresentato negli anni passati una fucina di autori e addetti ai lavori di altissima qualità e specializzazione.
Per avere un quadro completo di ciò che è avvenuto in Rai negli ultimi quindici anni basta leggere con estrema attenzione il libro di Roberta Gisotti intitolato Dalla tv dei professori alla tv deficiente(Nutrimenti). Il sottotitolo, La Rai della seconda Repubblica, chiarisce immediatamente quale sia il periodo preso in considerazione dall’autrice. Si va dalla Rai presieduta da Walter Pedullà a quella in cui la gestione fu affidata a fior di intellettuali, che in realtà masticavano poco di televisione (Presidente Claudio Demattè), dall’era Letizia Moratti a quella Enzo Siciliano, dalla mancata presidenza di Paolo Mieli a quella ancora in carica di Claudio Petruccioli.
La lettura del libro in questione è piacevole, molto scorrevole. Il racconto è approfondito e ricco di sfumature e l’autrice non perde mai l’occasione per inquadrare le (dis)avventure della Rai nel magmatico contesto politico italiano. Ne esce fuori oltre che la descrizione precisa della vita dell’azienda televisiva pubblica anche un affresco della politica di casa nostra e dei discutibili sistemi di gestione di una realtà fondamentale, come la Rai, per la vita democratica di un paese complesso e un po’ folle come l’Italia.
David Arciere
©CultFrame 02/2007
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