
Il frigorifero del cervello Il Pci e la televisione italiana da Lascia o raddoppia? alla battaglia contro gli spot di Giandomenico Crapis Uno dei modi più interessanti e significativi per ricostruire gli ultimi cinquanta anni della storia d’Italia è senza dubbio quello di ripercorrere le vicende parallele del Partito Comunista Italiano, della società del nostro paese e della televisione nazionale.
Cambiamenti epocali, militanza politica, atteggiamento ideologico, cultura di massa, media e comunicazione popolare, elezioni e referendum, tutti questi elementi contribuiscono ad elaborare un ritratto dello "stivale" molto complesso e per certi versi avvincente.
Ed avvincente, nel senso storico e culturale del termine, ci è parso il libro intitolato Il frigorifero nel cervello, pubblicato da Editori Riuniti.
Scritto da Giandomenico Crapis, con un’introduzione del docente universitario Enrico Menduini, questo saggio riassume con notevole precisione quello che è stato il rapporto tra il maggior partito comunista dell’Europa capitalistica e il mezzo televisivo, rapporto spesso conflittuale e condizionato da una sorta di ritardo nell’identificazione del valore e della funzione del piccolo schermo.
L’assoluta avversione durante gli anni cinquanta, l’era Bernabei, la nascita della TV a colori, le posizioni divergenti di Eco e Pasolini, l’avvento delle emittenti locali, il primo Network di stazioni televisive legate al PCI, fino agli anni ottanta e alla definitiva accettazione della televisione come fenomeno culturale di massa.
Nonostante tutte le problematiche reali connesse alla mentalità dei dirigenti comunisti (dagli anni cinquanta agli anni ottanta), il volume di Crapris mette in evidenza come il dibattito interno al partito sia stato sempre molto vivo e in grado di coinvolgere intellettuali di sinistra che, grazie ad un profondo desiderio di dialettica e di confronto, ragionarono sempre in maniera costruttiva. Le pagine di testate giornalistiche come Vie Nuove, L’Unità, Rinascita, ospitarono per anni opinioni, riflessioni e dialoghi a distanza. Un esempio riportato dall’autore riguarda la rivista bolognese del partito, La società, che nella primavera del 1980 pubblicò due interventi sui "rapporti tra la sinistra e la cultura di massa": uno di Giuseppe Vacca, allora consigliere d’amministrazione della RAI, e l’altro di Alberto Abruzzese.
Ma ciò che ci ha maggiormente colpito durante la lettura di questo libro è un estratto di una dichiarazione di Enrico Berlinguer della fine degli anni settanta: "…l’autocritica più seria riguarda alcuni sbagli che abbiamo fatto nella politica verso la RAI-TV e soprattutto il ritardo con cui abbiamo percepito l’importanza che venivano assumendo le emittenti radiofoniche e televisive private e la lentezza con cui siamo intervenuti in questo campo…".
Dunque, il segretario del PCI capì gli errori commessi dai comunisti italiani fino a quel punto e fu in grado di compiere un’autocritica precisa e circostanziata, senza fare giri di parole.
Un segno di intelligenza politica, acutezza intellettuale e, soprattutto, di chiarissima sensibilità democratica, fattore quest’ultimo che forse potrà colpire i giovani del terzo millennio, i quali non hanno potuto assistere alla lunga stagione del PCI e sono attualmente sottoposti ad un paradossale e anacronistico bombardamento mediatico che identifica in maniera martellante nel comunismo (pensate un po’) tutti i mali della nostra Italia.
Ma questa è un’altra storia!
©CultFrame 12/2002
|
|
|