
La tv di qualità esiste Megalopolis, sei documentari su Rai tre Sono anni ormai che siamo implacabili fustigatori delle reti nazionali. Non facciamo altro che stigmatizzare gli orrori che costantemente ci propinano Rai, Mediaset, La 7 e la piattaforma Sky. Cerchiamo però di mantenere il nostro sguardo lucido, attento a possibili novità che possano creare un varco nel labirinto di obbrobri che il piccolo schermo porta costantemente nelle nostre case. Così, quando improvvisamente scopriamo che la tv è ancora in grado di proporre qualcosa di interessante, il nostro stupore iniziale lascia subito spazio a una "rabbia culturale" determinata dal fatto che, come sempre abbiamo affermato, in realtà è possibile fare buona televisione.
Nel caso di Megalopolis non si tratta neanche di buona televisione, siamo bensì in presenza di un progetto di straordinaria importanza e di alta qualità. Il nostro non è un giudizio iperbolico generato da una crisi di astinenza da qualità, è semplicemente una considerazione critica calibrata al livello dell’iniziativa. Megalopolis è una serie formata da sei documentari, scritti e diretti da Fabio Conversano e Nene Grignaffini, prodotta da Movie Movie. Si è accorta dello spessore dei sei film Rai Tre che fortunatamente li sta programmando ogni mercoledì dalla metà di gennaio. Al momento in cui scriviamo, sono andati in onda quattro dei sei episodi, ma tutti i film sono visibili on line nel website della Rai.
Los Angeles (USA), San Paolo (Brasile), Il Cairo (Egitto), Shenzhen (Cina), Karaci (Pakistan), Tokio (Giappone). Sei megalopoli, appunto, sei realtà allo stesso tempo straordinarie e aberranti, sei luoghi della terra popolati da decine e decine di milioni di persone, le quali hanno scelto di vivere in mostruosi agglomerati in cui trionfa la diseguaglianza sociale e in cui accanto a grattacieli ipertecnologici vi sono favelas dove non esistono fogne ed elettricità e le persone mangiano rifiuti.
La coppia Conversano-Grignaffini ha avuto il merito di cercare di approfondire un sistema di vita nel quale tutti stiamo precipitando, quasi senza rendercene conto. Guardando i loro documentari si ha l’impressione che la città avveniristica e cupa concepita da Philip Dick per Blade Runner (poi ricostruita per il grande schermo da Ridley Scott in un celeberrimo lungometraggio) sia stata già superata dall’evoluzione spaventosa del mondo contemporaneo. Così a San Paolo la povertà si confronta con la ricchezza, mentre a Shenzhen un groviglio agghiacciante di palazzi altissimi diviene il territorio angoscioso sul quale si è sviluppata la città più produttiva del pianeta, popolata da fabbriche, industrie e aziende.
Lo sguardo degli autori è estremamente preciso. Ogni film inizia con inquadrature panoramiche che esaltano l’immensa grandezza delle città poste sotto esame ma poi, con abilità indiscutibile, i due registi spostano il loro dispositivo ottico verso l’individuo, in un confronto terribile tra tentativo di sopravvivenza e macchina infernale della "presunta" ricchezza. C’è una chiara impostazione sociale (e dunque politica) in Megalopolis ma anche l’intenzione da parte di Conversano e Grignaffini di puntare su aspetti comunicativi e visuali. In tal senso, la regia si fa sentire e ogni inquadratura è satura di senso ma anche di elementi compositivi, fotografici e, in qualche caso, estetici.
I quattro documentari che abbiamo potuto vedere (Los Angeles, San Paolo, Il Cairo e Shenzhen) sono altrettanti piccoli capolavori di circa 50 minuti ciascuno. Tutto li separa dagli stilemi dei documentari televisivi. Si tratta infatti di vere e proprie operazioni creative d’autore che oscillano armoniosamente ed efficacemente tra poesia visiva e approfondimento socio-culturale.
David Arciere
©CultFrame 02/2008
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